IAI
Politica estera italiana

I nuovi orizzonti della Cooperazione allo sviluppo

16 Lug 2014 - Emilio Ciarlo - Emilio Ciarlo

Approvata dal Senato senza voti contrari, la riforma della Cooperazione sta per approdare alla Camera. Il progetto è di fare della cooperazione italiana una tra le più avanzate ed efficienti al mondo, riorganizzandola su quattro gambe nuove e solide.

Regia politica alla Farnesina
La politica della cooperazione avrà innanzitutto un ruolo politico che non ha precedenti: il Ministero degli Esteri diventa “degli Esteri e della cooperazione internazionale”, un’innovativa figura di junior minister (il viceministro della cooperazione) sarà il riferimento politico nel governo e alla Farnesina viene restituita la funzione di regia politica, insieme al Parlamento e con la partecipazione degli stakeholder non istituzionali (società civile, no profit e profit).

La cooperazione non sarà più solo “parte integrante” della politica estera, ma ne diventerà parte qualificante. Ciò significa che la proiezione internazionale del paese, i valori cui si deve informare la sua azione internazionale e la visione delle relazioni tra i popoli dovranno essere in sintonia con quelli della promozione di uno sviluppo globale condiviso e sostenibile.

In secondo luogo, la riforma mira a introdurre nell’azione complessiva del Governo il concetto della “coerenza” tra le diverse politiche, vecchia raccomandazione dei vertici Onu che pochi paesi hanno saputo tradurre in pratica.

Si tratta di evitare che le politiche commerciali italiane contraddicano gli obiettivi della cooperazione, che le norme sull’immigrazione confliggano con i diritti dell’uomo che poi vogliamo tutelare con i progetti di aiuto, e che l’internazionalizzazione delle nostre imprese avvenga a scapito dello sviluppo dei paesi e delle popolazioni a cui, con l’altra mano, inviamo fondi o consigli.

Per questo viene istituito un Comitato interministeriale, un “piccolo consiglio dei ministri” della cooperazione, presieduto dal primo ministro, con il compito di dettare le linee guida generali, coordinare le azioni, verificarne i risultati. Allo stesso fine, ci sarà un “Allegato cooperazione” nella legge di Bilancio in cui tutte le risorse per aiuti saranno visibili, tracciabili e valutabili.

Un nuovo braccio finanziario
Passando alle due gambe operative, la rivoluzione è ancora più grande.

Da una parte viene creata una Agenzia italiana per la cooperazione, con autonomia di bilancio e di organizzazione e una serie di controlli interni ed esterni, che sarà chiamata a formare una squadra di esperti di economia dello sviluppo. L’Agenzia servirà anche a superare le pastoie burocratiche e le rigidità ministeriali.

Dall’altra, viene costruito un “braccio finanziario” della cooperazione, affidato alla Cassa depositi e prestiti quale Banca di sistema italiana, con il compito di portare in Italia i milioni di euro degli aiuti europei che oggi non siamo in grado di intercettare – monopolio soprattutto di francesi e tedeschi – migliorare l’accesso, il controllo e il coordinamento alle iniziative finanziarie delle banche e dei fondi internazionali multilaterali e, perché no, strutturare prodotti finanziari “sociali” a carattere innovativo e con il ricorso a proprie risorse aggiuntive.

Colore viola
La filosofia di fondo di questa “rivoluzione” si riassume nell’immagine della nuova “purple cooperation“. Una cooperazione di colore “viola” che vien fuori mescolando il colore “rosso” della cooperazione statale tradizionale – basata sul dono, le risorse pubbliche della fiscalità generale e concentrata sui bisogni essenziali e sugli interventi di sostegno al welfare di base – e il colore “blu” che rinvia al coinvolgimento del settore privato come contributore qui (private engagement) e come destinatario di sostegno, formazione e know how nei paesi partner (private development).

La riforma valorizza infatti il settore profit, favorendone la partnership con il pubblico, a patto che si operi nel rispetto dei principi della legge, dei diritti umani e applicando le prassi e le norme della responsabilità sociale di impresa.

La “purple cooperation” potrà contribuire a una maggiore partecipazione degli stakeholder (profit e no profit), nel contesto di un “sistema della cooperazione italiana” e di un dialogo strutturato, mutuato dall’esperienza europea, nonché a un più stretto coordinamento tra gli attori e quindi a una maggiore efficacia e a minori sprechi e sovrapposizioni.

Grazie alle nuove professionalità di Agenzia e Cassa depositi e prestiti, potranno essere intercettate maggiori risorse in Europa, dalle organizzazioni internazionali e tra i donors privati. Si potrà quindi avere un numero più elevato di progetti a bando, con maggiore impatto di sviluppo e più coerenza tra strategia e realizzazioni.

L’obiettivo è di raddoppiare in qualche anno sia la percentuale di Pil che l’Italia destina agli aiuti, il che le consentirebbe di risalire la classifica Ocse dei donatori, sia l’utilizzo dei fondi europei. Si fornirebbero così anche più opportunità di lavoro ai giovani nel settore dell’economia sociale internazionale.

.