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Iraq

L’onda d’urto dell’Isil in Medio Oriente

18 Giu 2014 - Ludovico Carlino - Ludovico Carlino

L’offensiva lanciata dai militanti dello Stato islamico dell’Iraq e del levante (Isil) nelle province settentrionali e centrali irachene ha chiarito in modo definitivo che Iraq e Siria sono oramai due poli inscindibili dell’arco di instabilità che attraversa i due paesi.

L’Isil controlla una vasta aerea che dalla Siria orientale arriva direttamente ai sobborghi settentrionali di Baghdad, un territorio diviso dal gruppo in una decine di province parte del proclamato Emirato islamico che hanno nei fatti cancellato la linea di confine tra Siria ed Iraq tracciata con l’accordo Sykes-Picot nel 1916.

Arsenale Isil
L’avanzata dell’Isil, che in queste ore minaccia la stessa capitale irachena, ha in parte sorpreso per la velocità con la quale è stata effettuata e per il notevole numero di defezioni registrate tra le file dell’esercito iracheno, circostanza che ha sollevato non poche perplessità sulla natura reale degli ordini impartiti dal governo di Baghdad alle forze armate di Mosul prima e Samarra dopo nelle fasi precedenti l’arrivo dei militanti.

Nei fatti l’Isil ha incontrato poche resistenze nella sua avanzata, riuscendo a mettere le mani su un ingente bottino di guerra fatto di armi, munizioni, veicoli corazzati e denaro e prendendo il controllo di ricche aree petrolifere del paese che con tutta probabilità garantiranno al gruppo un costante flusso di risorse per finanziare e sostenere le proprie operazioni.

Secondo le immagini e le informazioni diffuse dagli stessi combattenti dell’Isil negli ultimi giorni, parte di queste armi e queste risorse sarebbero già state trasferite nelle roccaforti del gruppo in Siria, a dimostrazione di come i militanti jihadisti considerino oramai Siria ed Iraq parte di un unico fronte nel quale si combatte per un obiettivo comune, difendere lo Stato Islamico.

Baghdad Belts
Il successo dell’Isil è il risultato piuttosto lineare di due dinamiche solo in parte collegate tra di loro, una propriamente strategico-militare e l’altra pienamente politica. Entrambe sono tuttavia in moto da diversi mesi, nonostante l’attenzione mediatica delle ultime settimane sia stata trainata dalla risonanza delle ultime azioni del gruppo.

Sul piano strategico si tratta di un’offensiva che ha le sue fondamenta nel consolidamento del territorio che l’Isil ha conquistato nelle province siriane di Al-Raqqa, Deir Al-Zur e Al-Hasakah, un’area che unita alla provincia occidentale irachena di Al-Anbar (conquistata in gran parte dall’Isil già a gennaio) ha funzionato da corridoio logistico per spostare armi e militanti e che ha aperto quasi letteralmente la strada verso Mosul.

In quest’ottica la presa della città di Fallujah nel gennaio di quest’anno non è meno rilevante della conquista di Mosul della scorsa settimana, ma è chiaro che l’espansione del controllo dell’Isil anche in aree nel nord del Paese rende più concreto l’obiettivo ultimo del gruppo, che appare essere quello di circondare Baghdad prima di lanciare un assalto da più fronti.

Il piano di accerchiamento di Baghdad non è tra l’altro nuovo, e pare ricalcare in quasi tutti i suoi dettagli il cosiddetto ‘Baghdad Belts’, la strategia che nel 2006 l’allora predecessore dell’Isil, lo Stato Islamico di Iraq (Isi), aveva pianificato per dare l’assalto alla capitale nel picco della guerra civile irachena.

Il piano si fermò alle prime fasi, che anche in quel caso prevedevano la presa di Fallujah, della provincia di Anbar per poi puntare subito dopo verso il nord e il sud di Baghdad, ma ci volle circa un anno ed il dispiegamento di circa 130 mila soldati statunitensi per costringere sulla difensiva i militanti dell’Isi.

A tutto ciò si aggiungono i proclami recenti del gruppo di voler colpire anche Kerbala e Najaf, città sante degli sciiti nel sud dell’Iraq, con il chiaro intento di scatenare una guerra settaria nel paese.

Fronte anti-Maliki
Questo elemento si collega alla dinamica politica alla base del successo dell’Isil, risultato di un costante processo di cooptazione delle tribù sunnite alienate dalle politiche del governo di Al-Maliki a guida sciita.

L’Isil era già riuscito ad inserirsi ad Al-Anbar stringendo accordi con le tribù e con vari gruppi insurrezionali sunniti in chiave anti-governativa e la stessa dinamica sembra essere stata replicata con successo anche nel nord.

Non è un caso che lo sheikh Ali Hatem al-Suleiman al-Dulaimi, della tribù Dulaim, una delle principali del paese, abbia dichiarato di recente che i combattenti dell’Isil rappresentano tra il 7 ed il 10% degli insorti che stanno combattendo contro l’esercito, e che includono tribù, ex militari dell’esercito di Saddam Hussein, e milizie baathiste come l’esercito degli Uomini dell’Ordine di Naqshbandi.

Il contesto attuale, unito al collasso dell’esercito iracheno, renderà complesso sradicare completamente la presenza dell’Isil nelle nuove aree finite sotto il suo controllo, con il rischio di spingere l’Iraq verso un’ulteriore situazione di caos in cui le alleanze e le traiettorie dei jihadisti diventeranno sempre più complesse da decifrare.

Al momento, l’unico elemento di certezza è che l’Iraq è sempre più parte del rompicapo siriano che le potenze occidentali non sono ancora riuscite a risolvere.

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