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Asia

L’impossibile normalità della Thailandia

16 Giu 2014 - Michelangelo Pipan - Michelangelo Pipan

L’ennesimo colpo di stato sembra confermare l’ “impossibilita di essere normale” della Thailandia. Ma perché un paese come la Thailandia – trentatresima economia mondiale ed influente membro fondatore dell’Asean – non riesce a dare alla sua evoluzione economica e sociale una compiuta espressione politica?

Epoca Shinawatra
La questione ha a che vedere con la profonda transizione attraversata dal paese. Il sostenuto sviluppo economico degli ultimi vent’anni ne ha cambiato la struttura economica e sociale, favorendo l’emersione di nuove classi medie urbane e l’affrancamento economico delle masse rurali, bacino di mano d’opera del boom industriale.

Classi che, sino ad allora tenute ai margini della vita pubblica, hanno iniziato a reclamare un ruolo politico, mentre le tradizionali élites, impreparate ad abbandonare i propri privilegi, non hanno saputo dar vita a un progetto politico di compromesso.

Verso la fine del ‘900 il magnate delle telecomunicazioni Thaksin Shinawatra ha saputo “dare cittadinanza” ai soggetti politici emergenti, guadagnandosi un sostegno (alimentato, dicono i detrattori, da robuste politiche populiste) che non dà segno di erodersi.

Direttamente o in esilio per sfuggire a una condanna per abuso di potere tramite partiti a lui ispirati, ha da allora dominato ogni elezione, favorito dalla scarsa consistenza del Partito Democratico, sospeso fra logori personaggi delle vecchie élites e nuove leve di tecnocrati.

Successi poi regolarmente sovvertiti da colpi di stato militari o “giudiziari”. Da qui i gravi disordini del 2009 e 2010.

Puea Thai, speranze di riconciazione
Nell’estate 2011 la vittoria del Puea Thai aveva fatto sperare in una stagione di riconciliazione nazionale. Speranza alimentata dall’iniziale consolidamento di Yingluck Shinawatra, sorella del controverso Thaksin, sia in patria, grazie a politiche economiche gradite all’elettorato, che all’estero, attraverso una ragguardevole serie di visite, tra le quali quella in Italia.

Incombeva un arduo passaggio obbligato: eliminare i due più significativi lasciti del golpe del 2006: la costituzione del 2007 e la condanna che aveva costretto il fratello all’esilio.

Ostacoli che Yingluck ha cercato di eludere, ma che una volta affrontati – peraltro senza successo- hanno fornito all’opposizione l’atteso pretesto per mobilitare la piazza, sulla base di un surreale “manifesto” politico che pretendeva la cancellazione di ogni regola democratica.

Militari nuovamente al potere
Dopo mesi di disordini e di caos istituzionale, il rischio che le camicie rosse pro-governative scendessero in piazza per un confronto che sarebbe potuto sfociare in guerra civile ha spinto il 22 maggio scorso i militari all’intervento.

L’esercito è stato visto da molti come il male minore. Il generale Phayuth Chan-Ocha leader del golpe, ha infatti lanciato inizialmente segnali contraddittori. Esibendo una forse genuina ambizione di traghettare il paese verso la normalità democratica, non ha saputo rassicurare che non ci sarebbero state derive autoritarie.

Il rapido succedersi degli eventi ha raffreddato le speranze: il Comandante Supremo dell’esercito di fronte al fallimento di frettolosi tentativi conciliatori ha presto avocato a sè tutto il potere, sospendendo la costituzione, senza più darsi un termine di scadenza, genericamente fissato a quando sarà tornata la normalità.

Mentre è difficile prevedere quando i militari torneranno nelle caserme, si profilano già le prime conseguenze sull’economia del paese, esposto alla concorrenza dei vicini Asean.

Se le reazioni iniziali non sono state negative – troppo erano durati caos ed incertezza – è difficile prevedere quali saranno le ripercussioni se la situazione si protrarrà.

I capitali internazionali, che hanno tradizionalmente privilegiato la Thailandia, potrebbero rivolgersi a altri paesi Asean che hanno in questi anni raggiunto condizioni di maturità economico-infrastrutturale tali da costituire appetibili alternative, quali Malaysia, Vietnam, Indonesia o Filippine.

Futuro della monarchia thailandese
Grande assente della vicenda il sovrano Bhumipol Adulyadej, da tempo malato, che non ha dato segno di poter esercitare quel ruolo di mediatore che in altri tempi aveva saputo assumere, sorretto dall’universale rispetto che lo circonda.

Si conferma così il grande quesito, che aleggia impronunciato sullo sfondo di qualsiasi discorso politico in Thailandia, ove l’istituzione monarchica non potrà restare immutata con il venir meno di una personalità tanto carismatica.

Si tratta di un fattore di grande peso nella congiuntura thailandese, che non avrà soluzione duratura che non includa il futuro dell’istituzione monarchica.

In tal quadro complessivo poco potrà fare per contribuire al ritorno alla normalità democratica la comunità internazionale.

L’orgoglio nazionale thailandese, condiviso da ogni componente della società, è profondamente radicato in un paese che non è mai stato sottoposto a dominazione straniera e che ricerca una propria via – “thainess” – in ogni settore di attività, e mal sopporta lezioni e pressioni da qualsivoglia parte provengano.

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