IAI
La politica estera di Obama

Gli Usa stanchi del mondo

13 Giu 2014 - Riccardo Alcaro - Riccardo Alcaro

L’ultimo discorso di Obama sulla politica estera ha suscitato più delusioni che entusiasmo. Al presidente americano si imputa, in particolare, di non aver voluto distinguere tra il ricorso alla forza e l’uso dello strumento militare come deterrente.

Secondo alcuni critici di Obama, gli Stati Uniti starebbero rinunciando alla loro tradizionale leadership globale. Ma questa tesi trova davvero conferma in quanto ha detto il presidente americano?

Obama e l’opzione del ritiro
In un recente articolo, il politologo Usa Robert Kagan sostiene che l’America si sta lentamente ‘ritirando’ dal mondo perché il pubblico americano non è più disposto a sostenere i costi e le responsabilità che discendono dallo status di superpotenza.

Questa ‘stanchezza del mondo’ sarebbe secondo Kagan non tanto una conseguenza delle lunghe guerre in Iraq e Afganistan, ma effetto, un po’ a scoppio ritardato, della fine della Guerra Fredda. In assenza della minaccia sovietica, gli statunitensi starebbero di nuovo cedendo a quella tentazione del disimpegno che li ha portati, anche in altri periodi, a badare alla loro sicurezza territoriale e ai loro interessi commerciali, scordandosi del resto del mondo.

Obama starebbe quindi assecondando il naturale desiderio di normalità dell’opinione pubblica. Un enorme pericolo tuttavia si annida in questo desiderio di ‘ritiro’, perché senza la forza militare americana a sostenere l’ordine internazionale il mondo rischia di sprofondare in un’era di insicurezza e conflitti.

La tesi di Kagan ha un certo appeal perché traccia una linea di continuità tra le politiche di Obama e l’atteggiamento verso il mondo che ha caratterizzato gli Stati Uniti sin dalle origini. Un atteggiamento molto radicato che è cambiato solo sotto l’enorme pressione della Seconda guerra mondiale e poi del comunismo. Questa tesi deve essere però confrontata con altre possibili letture del modo in cui Obama vede gli affari internazionali.

Il presidente Usa gioca la carta della ‘stanchezza del mondo’ per compiacere il pubblico, ma basa le sue scelte di politica estera su altro. Due elementi hanno un’influenza decisiva su come Obama percepisce il ruolo degli Stati Uniti nel mondo: una maggiore consapevolezza dei limiti imposti alla capacità d’azione Usa dal lungo impegno militare in Iraq e Afganistan; e l’ascesa di nuove potenze. Ciò non vuol dire tuttavia che Obama abbia rinunciato a fare degli Usa il perno della sicurezza internazionale.

Nuove minacce alla sicurezza internazionale
Certamente il mondo con cui Obama ha a che fare è una bestia difficile da domare. Diverse zone di conflitto, reale o potenziale, sono emerse lungo le faglie che separano la Russia e la Cina dai sistemi di alleanze degli Usa in Europa e Asia orientale.

Tuttavia, la sicurezza internazionale è oggi messa a rischio non tanto da conflitti tra grandi potenze quanto da minacce di tipo funzionale, come la proliferazione nucleare, il terrorismo, la pirateria e le crisi regionali. Là dove queste minacce intersecano la sicurezza di Cina e Russia, si genera una dinamica di convergenza con l’Occidente. La competizione ‘multipolare’ accresce l’importanza di queste forme di cooperazione limitata.

Gli Usa possono optare per una strategia che, facendo leva sulla potenza militare, miri a contenere la Russia e la Cina, intervenire unilateralmente nella guerra siriana, e soggiogare paesi come Corea del Nord e Iran con la forza o la minaccia dell’uso della forza.

In alternativa, gli Usa possono scegliere di dare priorità a minacce quali al-Qaeda e gruppi affiliati, proliferazione nucleare e crisi regionali, coinvolgendo le altre grandi potenze nella gestione di queste minacce, e cercando di evitare che le tensioni con Mosca e Pechino raggiungano un punto di rottura.

L’America collabora con i suoi rivali
Obama pende verso questa seconda opzione. È una scelta controversa perché, in primo luogo, rende Washington dipendente, in parte, dalla cooperazione con i suoi principali rivali internazionali su questioni come Siria e Iran e, in secondo luogo, può indurla a rispondere più debolmente al revisionismo della Russia nello spazio ex sovietico e alle mire territoriali della Cina nel Mar cinese orientale e in quello meridionale.

L’esperienza dell’Iraq scoraggia un nuovo intervento militare in un paese come la Siria, insanguinato da conflitti settari ed etnici. Non si vede come si possa pacificare il paese senza coinvolgere gli alleati del regime di Assad, e cioè Russia e Iran.

Similmente, le possibilità di raggiungere un accordo nucleare con l’Iran sono maggiori se i russi e i cinesi remano nella stessa direzione (anche se più lentezza e titubanza) degli americani e degli europei.

Se i negoziati dovessero fallire, avere mantenuto un rapporto di collaborazione con Russia e Cina a bordo aumenterebbe la possibilità che l’Onu imponga nuove sanzioni e forse potrebbe anche creare un ambiente meno ostile ad un eventuale attacco americano contro le infrastrutture nucleari iraniane.

Non è detto che le scelte di politica estera di Obama paghino. La decisione di non intervenire in Siria potrebbe creare più insicurezza di un’azione diretta, l’imposizione graduale di sanzioni potrebbe essere insufficiente a dissuadere il presidente russo Putin da nuovi azzardi, e il ‘pivot to Asia’ potrebbe non portare da nessuna parte se non se ne specificano meglio estensione e proposito.

Tuttavia, l’evidenza empirica non suffraga la tesi che le scelte di Obama siano determinate dalla ‘stanchezza del mondo’ degli americani. Esse mirano piuttosto ad affrontare il problema di come usare e preservare la potenza americana in un’era caratterizzata da persistenti minacce asimmetriche e da un’incipiente multipolarità.

Dal punto di vista di Obama, rispondere adeguatamente a questo problema è precisamente ciò che serve per evitare che gli Usa si ‘ritirino’ dal mondo.

.