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Ucraina dopo le elezioni

Gli spettri che Kiev deve esorcizzare

10 Giu 2014 - Francesco Bascone - Francesco Bascone

L’elezione al primo turno di Poroshenko ha rafforzato la legittimità del nuovo regime di Kiev agli occhi della Comunità internazionale, ma riuscirà anche a migliorare le probabilità di riuscire ad evitare una guerra civile e un intervento esterno?

La guerra civile è già iniziata, anche se la si esorcizza presentandola come operazione “anti-terrorismo”. L’obiettivo del nuovo presidente non può che essere quello di vincerla rapidamente. In questa fase Mosca non sembra intenzionata ad intervenire apertamente, ma il sostegno indiretto o larvato ai separatisti, attraverso l’invio di armi e “volontari”, tende all’escalation strisciante.

Yugoslavia, Transnistria, Siria?
Lo spettro di una nuova Yugoslavia continua ad aleggiare sull’Ucraina, anche se al momento una analoga frammentazione del paese, con la sua scia di massacri e pulizie etniche, non è all’orizzonte.

La Russia si attiene alla linea della “Crimea caso speciale”, giustificato dalla storia e dal precedente del Kosovo: non sostiene cioè attivamente il principio di autodeterminazione per le regioni orientali e meridionali dell’Ucraina. Si riserva però di decidere come applicare il proclamato impegno a proteggere i russi al di là delle proprie frontiere.

Delle prime fasi della tragedia yugoslava torna alla mente, di fronte alla secessione delle “repubbliche” di Donetsk e di Lugansk, la vicenda delle “Krajne” serbe staccatesi dal nascente stato di Croazia nel 1991. Non annesse ma aiutate da Belgrado, non riconosciute dal mondo esterno, isolate, sopravvissero per 4 anni, fino a quando furono liberate militarmente dall’esercito croato, nel frattempo addestrato e armato dagli americani; e non prima che Milosevič, piegato dalle sanzioni, avesse abbandonato il progetto della Grande Serbia.

Più vicino al contesto ucraino, e presumibilmente paventato dai dirigenti di Kiev, è il modello negativo della Transnistria: provincia orientale della Repubblica Moldova con alta concentrazione di industrie e di russofoni, di fatto indipendente da oltre venti anni sotto un regime guidato da russi non autoctoni, mai riconosciuta ma sempre sostenuta da Mosca, che la utilizza per tenere sotto scacco la Moldova e impedirle di aderire alla Nato.

Il governo ucraino ha evidentemente interesse ad evitare un analogo consolidamento delle “repubbliche” ribelli, e quindi ad attaccare in forze per snidare le milizie locali dai palazzi del potere prima che si intensifichi l’afflusso di mercenari caucasici ed altri “volontari” (e qui aleggia un altro spettro, quello siriano).

Attualmente può contare su una certa insofferenza di una parte della popolazione del Donbass verso i gruppi armati che spadroneggiano e le autorità che non garantiscono il pagamento di stipendi e pensioni.

Operazioni militarmente difficili
La strategia di riconquista è inibita dalla necessità di contenere i danni collaterali alla popolazione civile. Non solo perché un’offensiva massiccia porterebbe la maggioranza silenziosa a stringersi intorno ai leader separatisti. Ma anche perchè c’è una invisibile soglia oltre la quale la politica russa di non-intervento potrebbe essere rimessa in discussione.

Un “intervento umanitario” russo susciterebbe certo vibrate proteste occidentali (cui Mosca risponderebbe ricordando l’analoga guerra contro la Serbia per il Kosovo) e nuove sanzioni; ma efficaci misure militari di dissuasione da parte della Nato appaiono assai improbabili.

Tagliare rapidamente tutte le teste dell’Idra secessionista prima che ricrescano, alimentate dall’arrivo di nuovi volontari, è già di per sé un’impresa difficile. Ma è resa quasi impossibile dalla necessità di non oltrepassare questa soglia. Il risultato rischia di essere una logorante e vana azione anti-guerriglia urbana.

Posti di blocco rimossi che si ricostituiscono a pochi chilometri di distanza. Municipi liberati e subito altri palazzi pubblici occupati a sorpresa. Controlli ristabiliti ai valichi di frontiera principali e contrabbando di armi lungo le strade secondarie. Presidi militari a guardia di punti chiave riconquistati che diventano bersagli per atti di terrorismo.

La strada del compromesso politico?
Non si vede come il conflitto possa essere superato senza quell’ accordo di federalizzazione che gli estremisti respingono ma che potrebbe essere accettabile (pro bono pacis) alla maggioranza della popolazione, ed essere sostenuto anche dagli oligarchi pro-russi.

Al momento quella prospettiva è appesa al filo del “dialogo nazionale” promosso dall’Osce. Un filo assai tenue: non si è voluta imporre – né le suscettibili autorità di Kiev avrebbero accettato – una autorevole mediazione esterna; e non si è avviata una trattativa, che presupporrebbe l’esistenza di due parti su un piede di parità.

Si è creata una specie di commissione, guidata, in nome del principio di ownership, da due politici ucraini del passato (peraltro in buona parte responsabili del malgoverno che ha portato alla “rivoluzione arancione” del 2004 e a quella di qualche mese fa): gli ex-presidenti Kravčuk e Kučma. Il ruolo del rappresentantre dell’Osce, l’ex-diplomatico tedesco Ischinger, è solo quello di “assistere”.

Le Tavole Rotonde organizzate da questo singolare trio hanno carattere non negoziale ma meramente consultivo: “ascoltare le varie voci”. In linea di principio anche le voci dei separatisti dell’Est, i quali però appaiono poco propensi a lasciarsi irretire in questo esercizio.

La recente cattura di due squadre di osservatori Osce è un segno eloquente dell’inesistente volontà di dialogo e della sfiducia in qualsiasi arbitro o facilitatore internazionale. E ciò benché della missione di osservazione dell’Osce facciano parte anche monitors russi.

La strada stretta di Poroshenko
Ci sono dunque tutti gli ingredienti per una cronicizzazione della crisi: guerra civile a bassa intensità, se non peggio; successiva tregua, forse, secondo il modello delle Krajne o della Transnistria.

Per sfuggire a questa prospettiva, che fra l’altro farebbe precipitare l’Ucraina in una disastrosa crisi economica e finanziaria, aggravata dalle ritorsioni di Mosca, Poroshenko può nella migliore delle ipotesi sperare di infliggere ai ribelli un colpo debilitante anche se non risolutivo, per poi rapidamente intavolare con i settori più moderati un genuino dialogo sulle autonomie e sulla composizione del governo centrale, in modo da marginalizzare gli estremisti.

Un atteggiamento non punitivo verso i ribelli, la concessione di reali autonomie e del bilinguismo pieno, il desiderio di pace e di ordine della popolazione, un’intesa con tutti gli oligarchi che contano, assicurazioni date a Mosca che l’Ucraina rinuncia all’ammissione alla Nato, e un auspicabile patto segreto di “restraint” fra Obama e Putin, potrebbero forse rendere quella ipotesi di disinnesco della secessione non del tutto utopistica.

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