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Globalizzazione

Come cambiano gli investimenti esteri in Cina

11 Giu 2014 - Marco Sanfilippo - Marco Sanfilippo

Sin dai primi anni successivi alle riforme del 1978, la Repubblica popolare cinese (Rpc) ha valutato con grande interesse l’opportunità di aprire le frontiere ai capitali in entrata dall’estero. Negli anni Ottanta si è assistito a una parziale apertura all’ingresso di imprese multinazionali, accompagnata dalla creazione di zone economiche speciali (Zes) con l’obiettivo di fornire incentivi allo scopo.

Corsa a tappe degli investitori
Ciononostante, la decade ‘80-‘90 è stata caratterizzata da un basso livello di investimenti. Una delle ragioni è che questo primo decennio è servito per verificare le reali potenzialità dell’apertura cinese verso un’economia di mercato. Nel 1989 gli eventi di piazza Tiananmen, mostrarono come i timori di un insuccesso del nuovo modello cinese fossero tutt’altro che infondati.

Fu solamente nel 1992, con il celebre tour di Deng Xiaoping nelle province meridionali, che l’accelerazione impressa alle riforme convinse gli investitori esteri a entrare in massa nel mercato cinese. In pochi anni, i flussi di investimenti diretti esteri (Ide) in entrata nel Paese aumentarono così rapidamente che la Rpc divenne in breve tra i maggiori beneficiari di Ide al mondo, attraendo da sola una quota vicina al 12-14% dei flussi globali.

L’intensificarsi delle riforme fu un fattore rilevante. Venne infatti esteso il numero dei settori ammessi a ricevere investimenti e, contemporaneamente, furono create nuove Zes. Queste ultime, basate sul modello delle export processing zones (Epz), già testate altrove in Asia orientale, offrivano agli investitori diversi tipi di esenzioni fiscali per l’importazione di beni intermedi e per le esportazioni, e garantivano nel contempo modelli aziendali e di mercato più aggressivi, tra cui l’introduzione della flessibilità salariale e l’apertura a nuove tipologie societarie.

Hong Kong e Taiwan i primi a investire
Ma le riforme da sole non possono spiegare il forte trend di Ide in entrata. Fattori per così dire esogeni al sistema hanno avuto un grosso ruolo. Tra questi, la contemporanea creazione di reti di produzione regionali e globali in cui i vicini paesi asiatici iniziarono a spostare parte dell’attività produttiva a più basso costo per portare avanti un processo di cambiamento strutturale verso attività a più elevato valore aggiunto.

Non stupisce allora che sin dall’inizio i principali investitori in Cina fossero gli altri paesi asiatici (così come oggi, vedi Tab. 1) e specialmente Hong Kong e Taiwan.

Tabella 1. – Distribuzione geografica (% sul totale) delle fonti di Ide in Cina

Fonte: Elaborazione su dati dell’annuario statistico nazionale, China Statistical Yearbook 2013.

Soldi e know-how: la Cina assorbe come una spugna
I grossi afflussi di Ide hanno certamente contribuito allo sviluppo economico del paese. Trattandosi di flussi di capitale con un interesse di lungo termine da parte dell’investitore, gli Ide si distinguono dai flussi più erratici (come gli investimenti di portafoglio) per la loro capacità di trasferire, al paese ricevente, risorse strategiche oltre che capitali.

Nei paesi in via di sviluppo, inoltre, gli Ide contribuiscono a colmare il gap dovuto ai bassi livelli di risparmio domestico per raggiungere il livello di investimenti fissi necessario per tassi di crescita sostenuti.

Figura 1. – Flussi di Ide in Cina, totali e quota sul mondo

Fonte: Elaborazione su dati Unctad.

Figura 2. – Contributo degli Ide sul totale degli investimenti fissi

Fonte: Elaborazione su dati Unctad.

Ma nel caso cinese, questo contributo specifico è rimasto marginale, anche nel periodo del boom (Fig. 2), perché sia i risparmi sia gli investimenti fissi finanziati con risorse interne sono rimasti sempre a un livello elevato.

D’altra parte, gli effetti più sostanziali degli Ide hanno a che fare con la ricaduta delle attività delle imprese a proprietà estera sul territorio.

Si stima infatti che, dall’inizio del periodo delle riforme, le imprese estere abbiano contribuito per più del 50% ai flussi di commercio estero (sia in entrata che in uscita); per il 30% della produzione industriale e per il 20% dei profitti. Tutto questo impiegando solo il 10% della forza lavoro totale, segno evidente di un più elevato livello di produttività rispetto alle imprese autoctone cinesi.

Il confronto con la superiorità produttiva delle imprese estere ha inoltre contribuito a migliorare la performance delle imprese locali, spesso legate a quelle straniere da contratti di joint venture, determinando, in parte, la trasformazione strutturale dell’economia cinese verso un modello produttivo più avanzato.

Il trend oggi: più selezione in entrata
Venendo ai trend più recenti – dato che la crisi economica non sembra aver scalfito l’attrattività del mercato cinese per gli investitori stranieri – sembra possibile identificare alcune interessanti nuove direzioni degli Ide. La prima è quella settoriale.

Se gli anni novanta sono stati sostanzialmente caratterizzati da investimenti nel manifatturiero, l’ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001 e la progressiva tendenza a liberalizzare l’accesso ai servizi ha fatto sì che questi ultimi attraessero un gran numero di nuovi investitori, come ben visibile dalla Fig. 3.

Figura 3. – Ide per settore

Fonte: China Statistical Yearbook 2013.

Ma, oltre a questo, vi sono altre interessanti dinamiche in gioco. Indagini su campioni di investitori esteri mettono in rilievo tre tipi di criticità: il crescente costo del lavoro; l’elevato livello di concorrenza nel mercato interno; i frequenti casi di discriminazione, a livello di regolamentazione, delle imprese estere rispetto a quelle locali.

Le nuove politiche del governo mirano salvaguardare le imprese nazionali privilegiando la qualità dei nuovi Ide in entrata rispetto alla loro quantità, nell’ottica di attrarre risorse nei settori a elevato contenuto tecnologico e con potenziale basso impatto sull’ambiente, con l’obbiettivo di sviluppare competenze, innovazione e sostenibilità, per un nuovo modello di crescita meno dipendente dall’estero.

Articolo pubblicato su OrizzonteCina, rivista online sulla Cina contemporanea a cura di Torino World Affairs Institute e Istituto Affari Internazionali.

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