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Neo populismo

Perché la terapia della quarantena non basta

7 Mag 2014 - Guido Bolaffi, Giuseppe Terranova - Guido Bolaffi, Giuseppe Terranova

L’Europa, anche se contro voglia, sarà obbligata a fare i conti con i cosiddetti neo populisti. Tanto più se avranno successo alle elezioni europee del prossimo maggio. Eventualità per la quale c’è in giro più preoccupazione che riflessione.

E, soprattutto, pochissima azione. Un clima che ricorda l’antica Roma ai tempi di Sagunto. Che chiacchierava mentre quello bruciava.

Un cincischiamento che nei confronti di questa composita galassia di “neo barbari” è alternato al disprezzo. Nell’illusione, forse, che la quarantena più efficace per combatterne il virus sia riuscire a tenerla fuori dai salotti buoni del potere. Terapia che, stando ai fatti, sembra, però, la meno indicata. Visto che il loro ascolto anziché diminuire aumenta.

Populisti revisionisti
Ma chi sono e che cosa vogliono i neopopulisti di Marine Le Pen & co? Sono dei “populisti revisionisti”, convinti che per vincere debbono ammodernare, se non in tutto almeno in parte, la strategia dei vecchi populisti.

Con una operazione che non è solo di facciata. In ragione dei profondi mutamenti intervenuti nella composizione sociale e nel tipo di domanda politica espressa da quello che per loro, al pari dei predecessori, resta sempre e comunque il vero, unico “azionista di maggioranza”: il popolo.

Che oggi, però, chiede di essere rassicurato da problemi, inquietudini, contraddizioni diversi da quelli di un tempo. La ragione sociale del neo populismo sta qui. Ossia in quello che potremmo definire, in via generalissima, come l’insieme di proposte, obiettivi e forme di lotta più adatte a difendere un “neo popolo”, composto, oltreché dai tradizionali, anche da molti attori di nuovo tipo. Nel volto, nei comportamenti e, soprattutto, nell’insediamento sociale.

Dal Front National alla lega Nord
Di che cosa si tratta? È presto detto. In Europa, a partire dalla seconda metà fino quasi alla fine del ’900, i settori sociali, in sofferenza, presi “in cura” dai populisti di allora, erano i lavoratori messi ai margini dalla crisi del fordismo e orfani della sinistra. Gli operai delle grandi fabbriche addetti alla produzione di massa.

Inurbati dalle campagne e accasati in enormi agglomerati urbani che nel giro di un ventennio avevano visto ridurre, d’un colpo, reddito e centralità politica. Un esercito di white poor, impaurito e rancoroso, che imputava la responsabilità di tanta, difficile indigenza agli immigrati.

Tanto è vero che, ad esempio, nelle elezioni comunali francesi del lontano 1983, consegnarono con il loro voto, dalla sera alla mattina, le chiavi di Dreux, storico bastione proletario e socialista, al Front National.

Un trasferimento armi e bagagli replicato in Italia, a pochi anni di distanza, a favore della Lega Nord, dagli abitanti di Sesto San Giovanni, la Stalingrado storica dei comunisti italiani. Oppure, a seconda delle circostanze e dei diversi paesi, composto da altri settori dello scontento sociale. In particolare le fasce di piccoli lavoratori autonomi messi con le spalle al muro dall’incalzare dello sviluppo economico.

Come le falangi dei micro commercianti francesi capeggiati da Poujade. Tutti gruppi sicuramente rilevanti dal punto di vista numerico, ma accumunati dalla stessa sorte: quella di essere politicamente fuori gioco e privi della forza necessaria per incidere sugli equilibri veri del potere. Arrabbiati, ma perdenti.

Malessere della classe media
Oggi non è più cosi. Perché questo piccolo mondo antico, un tempo tanto corteggiato, occupa ormai un posto di seconda se non di terza fila nel cuore dei neopopulisti. Questi, si sono invece dati come obiettivo quello di puntare sul malessere inquieto e rivendicativo di tutta la classe media e non più solo dei gruppi in declino.

Visto che a essere crescentemente coinvolte dalla crisi sono molte, se non tutte, le fasce medio alte del lavoro autonomo e dipendente. Tecnici, insegnanti, ingegneri, avvocati, architetti, programmatori informatici, imprenditori piccoli e medi, artigiani ecc. sono i nuovi, veri perdenti della globalizzazione. Presi nella tenaglia di un meccanismo micidiale, ma fuori dalla loro portata. Per la semplice ragione che se è vero che le diseguaglianze possono essere frutto di fenomeni globali è anche vero che i guai più seri si scontano a livello locale.

I partiti neo populisti tutto questo l’hanno capito. Traendone le conseguenze per quanto riguarda i contenuti programmatici e i simboli del messaggio comunicativo. Ecco perché Marine le Pen in Francia, Geert Wilders in Olanda, Jimmie Akesson in Svezia, solo per citarne alcuni, sono anti-europeisti, ma rifiutano Grillo e la destra reazionaria dell’Est Europa.

Lottano contro l’Islam e chiedono meno immigrazione, ma difendono i diritti degli ebrei e degli omosessuali in nome della tolleranza e della tradizione liberale europea. Danno voce a un ceto medio declassato e impaurito che non si sente protetto dai governi.

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