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Risultati elezioni in India

Modi, il renziano che sbaraglia i Gandhi

23 Mag 2014 - Antonio Armellini - Antonio Armellini

Grazie alla maggioranza assoluta dei seggi nella Lokh Sabha ottenuta dal suo partito Bjp, Narendra Modi potrà governare senza subire il condizionamento degli alleati della coalizione Nda con la quale si era presentato alle urne.

La scelta dei ministri permetterà di capire meglio la direzione che intenderà imprimere al suo governo e fra qualche giorno si vedrà con quale fra i suoi molteplici volti il nuovo Primo ministro avrà deciso di presentarsi al paese.

La vittoria era annunciata ma – a parte la prevedibile corsa a salire sul carro del vincitore – le sue dimensioni hanno messo in luce quanto usurati fossero diventati il partito del Congresso e la sua dirigenza.

Aldilà delle qualità personali dei singoli: Sonia Gandhi e Manmohan Singh sono una spanna al di sopra del resto e l’intera leadership del Congresso è di livello complessivamente superiore a quello dell’avversario. Ma è stanca e, con essa, stanco e ripetitivo si è rivelato il suo messaggio.

Se Rahul Gandhi fosse riuscito a proiettare una immagine più efficace il Congresso avrebbe probabilmente limitato la débacle, ma non avrebbe evitato una bocciatura che non lascia margini di appello. Il partito dovrà ripensarsi dalle fondamenta, decidendo se ritornare appieno alla dimensione “sociale” delle sue origini, incarnata da Sonia Gandhi, ovvero assortirla di una linea riformatrice più vicina a quella che, proprio sotto la guida di Manmohan Singh, aveva consentito al paese di compiere il balzo in avanti della fine dello scorso millennio.

Modello Gujerat
Modi è allo stesso tempo l’esponente più autorevole dell’ala nazionalista hindu del suo partito, quella legata al movimento oltranzista Rss di cui è da sempre membro, e l’uomo che è riuscito a fare del Gujerat, lo stato da lui governato per un decennio, una success story con un tasso di crescita nettamente più alto del resto del paese.

Aiutato in questo, da una lotta condotta con determinazione contro le inefficienze burocratiche e la corruzione. A Modi viene riconosciuta dagli stessi avversari una assoluta incorruttibilità a livello personale: uno dei piccoli paradossi di questa elezione è che questa caratteristica – apprezzata per la sua rarità – è l’unica ad unire il vincitore al grande sconfitto Singh.

Il Modi di governo e non più di lotta, nascerà probabilmente dalla combinazione di queste caratteristiche apparentemente contraddittorie. L’uomo ha dato nel corso della campagna elettorale sufficienti prove di pragmatismo per essere in grado di gestire con il cinismo politico necessario una linea moderata all’interno, riservando alla proiezione esterna – e in particolare alla Cina e al Pakistan – le punte nazionaliste che una parte non secondaria dei suoi elettori si attende da lui.

Egli è riuscito a intercettare la forte volontà di cambiamento dell’elettorato – prima di qualsiasi caratterizzazione ideologica – e ciò spiega l’altissima percentuale di consensi ottenuta fra i giovani, le caste “alte” e persino quel 9% senza precedenti di elettori musulmani (gli ultimi due gruppi sono tradizionalmente stati il serbatoio elettorale del Congresso).

L’alternanza è una caratteristica delle elezioni indiane e lo anti-incumbency factor ha sempre giocato un ruolo importante: qui però le cose sono andate molto aldilà e la richiesta di mutamento ha abbracciato l’insieme della società civile.

Rialzi a catena della borsa di Bombay
L’intonazione liberista e business-friendly del suo programma gli è valsa l’appoggio della grande industria e della finanza – scandito dai rialzi a catena della Borsa di Bombay – e quello di una fetta rilevante della borghesia urbana che aveva puntato sul Congresso perché scettica del populismo del Bjp, ed ha deciso di dare credito al suo impegno di porre rimedio ai danni degli ultimi anni di letargo economico e sociale.

Nelle promesse di Modi c’è una componente assai forte – verrebbe da dire renziana – di effetto d’annuncio: alcuni temi come quello dell’ammodernamento delle strutture fisiche del paese e della semplificazione burocratica sono sul tavolo da anni, e il momento per un’azione incisiva potrebbe essere giunto.

Il Bjp è storicamente il partito della piccola borghesia e del commercio e su questo terreno Modi potrebbe trovarsi dinanzi a freni non dissimili da quelli che ha incontrato Singh. È significativo che l’apertura alle multinazionali straniere della grande distribuzione – considerata una prova della determinazione di introdurre la modernità nel mercato anche a costo di pagare un prezzo elevato sul piano sociale – annunciata e sempre rinviata da Congresso, sia stata messa subito in frigorifero da Modi.

Resta il fatto che, tante sono le cose da fare, che se anche ne realizzerà una piccola parte, sarà riuscito nell’intento di fare uscire l’economia indiana dall’entropia in cui rischia di sprofondare.

I primi interventi dopo la vittoria sono stati improntati alla tolleranza e dell’unitarietà della nazione, superando quelle divisioni di casta, etnia e religione su cui per anni ha fondato la sua azione politica. Le perplessità in proposito sono giustificate, ma Modi è determinato a lasciare un’impronta profonda, punta a un mandato almeno decennale e sa bene che per riuscirvi dovrà condurre una politica capace di dare ascolto a tutte le componenti del complesso mosaico indiano.

Dovrà resistere alla tentazione di derive oltranziste e prestare attenzione a non cadere nel tranello di provocazioni, interne od esterne; la ragione induce ad un cauto ottimismo, condiviso da quella larga maggioranza di elettori che lo hanno votato pur essendo lontanissimi dall’estremismo dell’hindutva. Si saprà abbastanza presto se avranno avuto ragione a o meno.

Questione marò
I toni più decisi saranno probabilmente riservati alla politica estera, come si è detto. Anche qui tuttavia, l’intolleranza potrebbe andare a braccetto con il pragmatismo: è su questo che hanno puntato con decisione gli americani (i quali peraltro, in India di errori di valutazione ne hanno commessi un bel po’).

È per tale ragione che continuo a ritenere che con il governo Modi una via d’suscita per la questione dei marò potrebbe rivelarsi meno impervia. La vicenda in India ha una eco del tutto marginale e Modi potrebbe avere ogni interesse a chiudere una controversia che qualche grattacapo rischia di darglielo. Starà a noi seguire un approccio di ragionata fermezza pubblica e di attenzione negoziale privata che salvaguardi interessi e dignità di entrambi.

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