IAI
Globsec14

L’Italia che non guarda oltre l’orizzonte nazionale

27 Mag 2014 - Vincenzo Camporini - Vincenzo Camporini

Tre giorni per approfondire i temi della sicurezza dal particolare punto di vista degli stati dell’Europa centrale. Questo è quanto stato fatto a Bratislava, nel corso della nona edizione annuale di Globsec, l’equivalente della Munich Security Conference, quella che una volta veniva chiamata la Wehrkunde.

Gli stati dell’Europa centrale si riconoscono infatti come una comunità non certo separata dal resto dell’Europa, ma caratterizzata da una specifica identità, derivante da un peculiare vissuto storico, di cui la soggezione all’impero sovietico rappresenta solo l’ultimo anello.

Motore della conferenza è il V4, il Gruppo di Visegrad, formato da Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, costituitosi nel 1991 (allora erano in tre, prima della separazione consensuale tra Slovacchia e Repubblica Ceca), allo scopo di favorire una rapida integrazione nell’Unione europea (Ue).

Crisi ucraina
Il tema principale è stato correlato alla crisi in Ucraina. Durante la tavola rotonda dei quattro Primi ministri del gruppo dei V4, tenutasi il 15 maggio, sono emerse con straordinaria chiarezza posizioni non facilmente compatibili e che hanno il potenziale di influire direttamente sui futuri sviluppi.

Palpabile la diversa percezione della serietà della crisi tra i paesi dell’area e la nostra, mediterranea e specificamente italiana. Quello che accade a Kiev, a Odessa e Donetsk, che per noi è un lontano evento, per ungheresi, polacchi e cechi è un dramma in cui si sentono personalmente coinvolti e il cui esito li preoccupa a livello individuale, come collettivo, ovviamente con atteggiamenti diversi e a volte contrastanti.

Così si è sentito il Primo ministro polacco Tusk condannare senza mezzi termini le politiche russe. A seguirlo, è stato Orban, il discusso Primo ministro dell’Ungheria che, con la ben nota franchezza, provocatoriamente ha chiesto all’uditorio di interrogarsi sulle responsabilità ucraine, prima che su quelle di Mosca, ed esprimere con personale partecipazione la solidarietà di Budapest per la minoranza ungherese in Ucraina, a suo dire mortificata dalle politiche della dirigenza ucraina, indirettamente prefigurando assetti istituzionali con modificazioni radicali rispetto agli attuali.

Sicurezza energetica
Un tema ampiamente discusso è stato quello della sicurezza energetica, con un’approfondita analisi su quanto finora fatto per un’integrazione delle infrastrutture in Europa centrale, sia per le reti di distribuzione dell’energia elettrica, sia per i flussi del gas, che oggi, grazie a una serie d’interventi tecnici mirati, è possibile invertire, per fronteggiare specifiche situazioni e limitare la dipendenza diretta su base bilaterale dei singoli paesi europei: già oggi, grazie a questi sviluppi, è possibile fornire a Kiev almeno una parte di quanto necessario alla sopravvivenza fisica.

È peraltro chiaro a tutti che sul tema della politica energetica comune e delle interconnessioni si gioca gran parte della credibilità dell’Ue e proprio in base a tale convincimento Tusk ha elaborato un proprio progetto e un’originale proposta per la formalizzazione di una “comunità europea dell’energia” che sarà discussa a Bruxelles nel summit europeo di giugno dedicato a questo tema. Il progetto è stato illustrato durante la conferenza dal senatore Monti (unico esponente italiano di prestigio presente a Bratislava in veste privata).

Altro momento topico della conferenza è stato l’intervento di Friedman, che ha prefigurato nuovi assetti per “la penisola europea” del grande continente euroasiatico. Reiterando, anche senza un esplicito riferimento,il concetto della nuova Europa in contrapposizione a quella vecchia, Friedman vede la crescita prepotente di una nuova potenza regionale, centrata su Varsavia, che potrebbe politicamente prevalere sulle altre potenze europee, progressivamente in disarmo, a partire da una Germania il cui strapotere economico sarebbe irrimediabilmente minato da una sostanziale dipendenza dalla capacità di esportare in mercati progressivamente sempre meno in grado di assorbirne il prodotto.

Sistema di difesa antimissile
Ad arricchire l’agenda, anche due dibattiti ristretti. Il primo si è concentrato sulle prospettive del sistema di difesa antimissile che al momento non appaiono così chiare come quando venne lanciata l’iniziativa del ‘phased approach’ e che vede invece la Polonia sulla via di approvvigionare un sistema sotto controllo nazionale, scatenando una vivace competizione tra Raytheon e Lockheed Martin, Lm.

Mentre la prima propone un rilancio del Patriot, Lm vede nella Polonia la possibilità di ridare vita al tormentato Meads, progetto trinazionale con un’importante partecipazione italiana, a suo tempo ripudiato dall’esercito Usa e che, se recuperato in un’ottica europea, ridarebbe fiato a Mbda Italia.

Il secondo dibattito ristretto ha volto lo sguardo al rapporto Serbia e Kosovo. Dopo i trionfalismi di un anno fa quando la Baronessa Ashton si vantava per l’accordo siglato da Belgrado e Priština per la normalizzazione della situazione e la salvaguardia della comunità serba in Kosovo, si deve purtroppo constatare che le ambiguità del testo si sono rivelate ben lungi dall’essere costruttive e che i negoziati per l’implementazione sembrano irrimediabilmente bloccati.

La realtà è che con l’adozione del piano Ahtisaari, è stata ricreata nel cuore dei Balcani occidentali una situazione del tipo Kiev/Crimea, sacrificando la logica elementare al principio dell’”intangibilità dei confini”, senza considerare che si stava parlando di confini amministrativi e non statuali: il concetto di “partizione”, che tanto faceva inorridire le cancellerie occidentali, avrebbe rappresentato una soluzione pragmatica, certo non scevra di problemi, ma con prospettive di soluzione ben più concrete delle attuali, praticamente inesistenti.

In conclusione, Globsec 14 ha rappresentato un incontro di grande interesse, su tematiche di vibrante attualità e di straordinaria importanza per il futuro degli equilibri europei. Peccato che l’Italia, concentrata sui problemi di politica interna, al più con uno sguardo distratto su quanto sta avvenendo in Libia, sia stata poco presente. Impareremo mai a guardare al di là del nostro limitato, e spesso irrilevante, orizzonte nazionale?

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