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Elezioni in Irlanda

La tigre celtica torna a ruggire

22 Mag 2014 - Silvia Merler - Silvia Merler

A tre anni dall’inizio della crisi dell’euro, la tigre celtica torna a ruggire. Le elezioni regionali – che avverranno in contemporanea con le elezioni europee – saranno importanti per capire cosa è cambiato negli ultimi tre anni.

Strategia del rigore vincente
Paese forse tra i più fieri della propria identità nazionale, nel 2010 l’Irlanda è entrata nel programma di aggiustamento macroeconomico gestito da Fondo monetario internazionale (Fmi), Commissione europea (Ce) e Banca centrale europea (Bce). Il programma prevedeva 85 miliardi di aiuti da usare per ripagare il debito pubblico in scadenza e finanziare il deficit di bilancio. In cambio degli aiuti, l’Irlanda – ormai esclusa dai mercati internazionali – ha accettato la condizionalità decisa dalla cosiddetta “Troika” cedendo di fatto parte considerevole della propria sovranità in termini di politica economica.

A distanza di tre anni, tuttavia, la strategia del rigore e delle riforme sembra aver avuto successo. Il programma di aggiustamento macroeconomico irlandese si è concluso a dicembre e il paese è tornato sul mercato con le proprie gambe, senza bisogno di alcun “paracadute”. Le prospettive di crescita per i prossimi anni sono buone: le ultime stime di maggio della Ce prevedono un tasso di crescita del Pil in termini reali di 1.3% per il 2014 e 3% per il 2015.

La Ce vede anche un continuo aumento del saldo delle partite correnti che, dopo aver toccato un minimo di -10% del Pil nel 2007, è tornato positivo nel 2010 e dovrebbe superare il 6% del Pil quest’anno.

Buone notizie anche sul fronte della finanza pubblica. Se le previsioni saranno rispettate, il deficit di bilancio dovrebbe ridursi al -4.2% del Pil nel 2015 e il debito pubblico diminuirà già a partire dal prossimo anno. Uno scenario macroeconomico abbastanza promettente che spiega il favore con cui gli investitori internazionali hanno accolto la prima nuova emissione di titoli di stato irlandesi, a gennaio di quest’anno.

Sistema bancario in bilico
Benché l’emergenza economica sembri risolta, restano però diverse zone d’ombra sul futuro irlandese. Il paese è ancora appesantito da un elevato debito privato, accumulato nel corso dei dieci anni precedenti la crisi economica e ormai superiore al 300% del Pil. A questo si aggiunge un elevato debito pubblico, scaturito dai costosi salvataggi bancari del 2009, quando sistema finanziario irlandese era tanto vicino al collasso da far tremare l’intera eurozona.

Ed è proprio la situazione del sistema bancario che resta incerta e potrebbe pesare sulla ripresa irlandese. Dopo quattro anni di crisi economica, la profittabilità delle banche irlandesi è minima. A fine 2013, il Fmi stimava che circa il 26% dei prestiti erogati dalle banche irlandesi fosse in sofferenza, con conseguenze negative importanti sull’erogazione di nuovo credito al settore privato. Ripristinare la qualità degli attivi bancari è quindi la sfida fondamentale per sostenere la ripresa irlandese.

La questione forse più pressante, in ottica elettorale, è l’impatto sociale della crisi. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto un picco del 15% nel 2011 ed è ancora fermo al 12%, mentre il tasso di disoccupazione giovanile è al 26%. Numeri che potrebbero sembrare bassi, rispetto per esempio a Spagna e Grecia, ma che si spiegano tenendo conto del fatto che l’Irlanda è tradizionalmente un paese di forte emigrazione. Tra il 2009 e il 2013, circa 300 mila persone hanno lasciato il paese (di cui quasi 200 mila cittadini Irlandesi) e saldo migratorio netto è tornato negativo per la prima volta da anni.

Speranza europea
Gli Irlandesi che si recheranno alle urne sono reduci da quattro anni di profonda crisi economica che si è via via incancrenita, assumendo i contorni di un generalizzato malessere politico e sociale. Il pericolo – temuto da molti alla vigilia delle elezioni – è che l’esercizio democratico Europeo si trasformi in un eclatante rifiuto dell’Europa da parte dei sui cittadini. E il rischio è certamente più elevato in Paesi come Irlanda, Grecia e Portogallo che, nel corso programma di aggiustamento macroeconomico, hanno visto il volto per certi versi più duro dell’Europa.

In Irlanda, gli effetti della crisi a livello politico si sono già notati in occasione delle elezioni del 2011 che hanno visto la sconfitta del governo in carica al tempo dell’ingresso del paese nel programma di aggiustamento macroeconomico. Fianna Fàil, partito maggioritario per molti anni, è uscito infatti delegittimato da quello che è stato un vero e proprio tracollo elettorale.

L’uscita dal programma di aiuti significa la riconquista della propria sovranità in termini di politica economica. Per l’Europa, tanto criticata in questi anni per la gestione della crisi, l’Irlanda rappresenta invece la speranza di poter ricevere a posteriori una legittimazione.

Sembra la storia di un salvataggio riuscito e del successo della strategia di Bruxelles e, almeno esteriormente, è il lieto-fine di cui Bruxelles ha un disperato bisogno. Ma i rischi che tengono in sospeso il Paese non sono pochi.

C’è la questione irrisolta di un sistema bancario ancora appesantito dai prestiti in sofferenza e quella, ancora più importante, di come ristrutturare e diversificare in maniera sostenibile un’economia che fino alla crisi si basava principalmente sul settore finanziario.

E poi c’è il nodo irrisolto della disoccupazione, con gli effetti che ne derivano sulla coesione sociale e politica. Dietro l’apparenza di un’economia rimessa in piedi, infatti, cinque anni di crisi hanno lasciato ferite profonde nella società, mietuto vittime politiche e alimentato gli estremismi. Dopo essere tornata a ruggire, la tigre celtica potrebbe anche mordere.

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