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Elezioni europee

Il Parlamento nella governance economica dell’Ue

17 Mag 2014 - Gian Luigi Tosato - Gian Luigi Tosato

Contrariamente ad un’opinione assai diffusa, il Parlamento europeo (Pe) ha partecipato in maniera significativa allo sviluppo della governance economica europea in tempo di crisi. Lo ha fatto non solo esercitando le prerogative formalmente attribuitegli dai Trattati, ma anche ampliandole in via di prassi, con un’azione puntigliosa e continua.

Interazione tra Pe, Consiglio, Commissione e Bce
In campo normativo, il Pe non si è limitato a svolgere il suo ruolo di co-decisore rispetto agli atti legislativi in materia di bilancio (i provvedimenti del Six Pack e Two Pack) e di regolamentazione del settore finanziario (da ultimo, l’Unione Bancaria). La sua influenza è stata notevole anche rispetto agli accordi extra-Unione europea (Ue): in primo luogo per contestarne la necessità, in secondo luogo per limitarne la portata e predisporne il rientro nel sistema dell’Unione.

Quanto alle funzioni di controllo del Pe, queste si sono estese al di là del tradizionale rapporto con la Commissione. Ciò si è verificato in prima battuta nei confronti del Consiglio. In forza del nuovo istituto del dialogo economico, introdotto dal Six Pack, si sviluppa un’interazione continua tra Pe, Consiglio e Commissione lungo l’intero semestre europeo.

Il Pe ha inaugurato altresì un proficuo rapporto con la Banca centrale europea (Bce) in riferimento ai nuovi compiti di quest’ultima in materia di vigilanza bancaria. Le relative disposizioni formano oggetto di un apposito accordo inter-istituzionale concluso tra Bce e Pe.

Più difficile è stato trovare lo spazio di manovra per un’interazione con il Consiglio europeo (Ce). Nondimeno, il Pe è riuscito in via di prassi a rafforzare i suoi rapporti anche con questa istituzione, specie nella forma di contatti intensi e continui con il Presidente Van Rompuy.

Deficit democratico
Nonostante queste interazioni del Pe, generalmente si ritiene che il Parlamento non assolva in pieno il compito di rappresentanza democratica dei cittadini europei ai sensi dell’art. 10 del Trattato sull’Unione europea.

Il lavoro legislativo svolto dal Pe è enorme, ma riguarda materie lontane dalle preoccupazioni quotidiane della gente. Inoltre, il suo ruolo di legislatore non si caratterizza per un’impronta politica secondo le tradizionali contrapposizioni fra destra e sinistra, innovatori e conservatori, visioni alternative sui rapporti fra Stato e mercato.

Sarebbe consigliabile per il Pe limitare la produzione quantitativa di regole, anche in omaggio al principio di sussidiarietà; e prestare maggiore attenzione a temi di presa diretta sull’opinione pubblica (occupazione giovanile, immigrazione, infrastrutture di rete, difesa etc.).

Funzioni di controllo
Quanto alle funzioni di controllo del Pe, è opportuno distinguere tra Commissione e Ce.

Non c’è dubbio che la posizione della Commissione si è consolidata nel corso della crisi. A quest’organo spetta ormai un ruolo centrale nell’applicazione delle regole di bilancio e in materia di coordinamento delle politiche economiche.

Questo non ha portato a un rafforzamento del Pe, perché la Commissione si è rafforzata nel segno della filosofia delle regole. Gli organi intergovernativi (Ce e Consiglio) hanno inteso de-politicizzare la gestione della governance economica; hanno deciso di auto-limitare il proprio ruolo e lasciare spazio alla Commissione, in vista di un’applicazione delle regole secondo criteri di rigorosa neutralità e tecnicismo. Ed è così che la Commissione sta interpretando il suo compito.

Il Pe viene in tal modo privato dei necessari presupposti per l’esercizio di un effettivo controllo: il Pe è un organo politico, ha scarsa possibilità di qualificarsi come interlocutore della Commissione sul piano tecnico.

Per un’inversione di tendenza, è necessario un diverso rapporto fra regole e scelte discrezionali. La disciplina delle politiche economiche e di bilancio presenta elementi di rigidità, ma anche di flessibilità.

La Commissione tende a trascurare o, comunque, marginalizzare gli elementi di flessibilità; facendosi scudo delle regole per sottrarsi a scelte impegnative. Il Pe ha motivo di opporsi a questo indirizzo. La disciplina applicabile non comporta solo calcoli ragionieristici, ma anche valutazioni discrezionali alle quali la Commissione non si può sottrarre.

Rapporto con il Consiglio europeo
Le prospettive circa possibili sviluppi nei rapporti tra Pe e Ce sono più incerte. Il Ce, per composizione (di vertice) e modalità operative (consenso), tende a comportarsi come una riunione di organi statali piuttosto che come organo dell’Ue. Le sue deliberazioni appaiono come la somma di volontà separate, piuttosto che l’espressione di una volontà unitaria.

Ai sensi dell’art. 10 del Trattato sul funzionamento dell’Ue, i membri del Ce sono individualmente responsabili davanti ai rispettivi parlamenti e cittadini. È dubbio che avvertano un’uguale responsabilità collettiva verso l’Unione.

Il Pe sta cercando di sopperire a questa carenza “istituzionale”, intensificando i suoi rapporti con il Ce, specie con il suo presidente. Questi, anche se figura più come chairman che president, può costituire il naturale punto di congiunzione tra istanze sovranazionali e intergovernative. Fa bene dunque il Pe a battere questa strada.

Collegamento con parlamenti nazionali
Non meno promettente appare il collegamento con i parlamenti nazionali che hanno il potere di condizionare i propri governi. La cooperazione interparlamentare trova un’esplicita base normativa nel Protocollo n. 1 di Lisbona, come integrato dall’art. 13 del Fiscal Compact.

È molto positivo che nell’ottobre 2013 si sia tenuta una prima riunione della nuova Conferenza interparlamentare sulla governance economica e finanziaria. È il segno che si va verso il consolidamento di un “sistema” parlamentare europeo.

Gli sviluppi dell’azione del Pe fin qui prospettati non richiedono particolari modifiche dei Trattati. Il discorso è evidentemente diverso se si ipotizza una revisione di questi ultimi.

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