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I veri costi e benefici dell’immigrazione

18 Mag 2014 - Alessandro Giovannini - Alessandro Giovannini

Se i cambiamenti climatici a volte ci fanno dubitare che esistano ancora le stagioni come l’abbiamo sempre conosciute, c’è una stagione che da oramai più di un decennio arriva con certezza: quella del dibattito sulla immigrazione. Che si concentra su tre argomenti: i) l’Unione europea (Ue) ci lascia soli nella gestione degli immigrati; ii) gli immigrati costano troppo per le nostre finanze pubbliche; iii) gli immigrati sono un peso inutile per il paese. Con l’aiuto di dati e statistiche ufficiali è possibile capire i costi e i benefici legati all’immigrazione.

Abbandonati dall’Ue
Quante risorse impiega effettivamente la Ue per sostenere l’Italia nella gestione dei flussi migratori? Il programma europeo per la “Solidarietà e Gestione dei flussi migratori” riconosce all’Italia (così come ad altri paesi Ue “di frontiera”) risorse finanziare ad hoc per sostenere gli oneri più gravosi di questa attività rispetto ad altri paesi, realizzando così un meccanismo di solidarietà finanziaria tra paesi membri.

Il programma opera concretamente attraverso quattro fondi: il Fondo per le frontiere esterne, il Fondo per i rimpatri, il Fondo europeo per i rifugiati e il Fondo per l’integrazione dei cittadini di paesi terzi.

Il primo fondo prevede risorse per la Polizia di Stato, la Guardia di Finanza, la Marina Militare, le Capitanerie di Porto e il Ministero degli Affari Esteri per finanziare un’attività di controllo e di sorveglianza delle frontiere esterne.

Il Fondo europeo per i Rimpatri è destinato a migliorare e agevolare la gestione dei rimpatri, sostenendo finanziariamente gli sforzi compiuti dall’Italia (come dagli altri Stati membri beneficiari) per questa attività.

È gestito direttamente del ministero dell’Interno ed è stato utilizzato per finanziare l’attuazione di programmi di rimpatrio volontario e forzato, voli charter congiunti con altri Stati membri o Frontex e attività di formazione del personale di scorta.

Anche in questo caso il Fondo opera in co-finanziamento con lo Stato membro, coprendo così circa il 50%/75% dei costi delle attività.

Il Fondo europeo per i Rifugiati è destinato a finanziare progetti di capacity building per creare situazioni di accoglienza durevoli negli Stati membri. Il Fondo non finanzia direttamente l’attività istituzionale per l’accoglienza, ma azioni che mirano ad integrarla e a rafforzarla.

Infine, il Fondo per l’integrazione dei cittadini di paesi terzi co-finanzia azioni concrete a sostegno del processo di integrazione degli immigrati, favorendo al tempo stesso la creazione di buone pratiche volte a sostenere la cooperazione interna ed esterna allo Stato. Le somme del fondo vengono gestite dal Ministero dell’Interno e più precisamente dal Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione.

Secondo uno studio a cura di Lunaria del 2013, tra il 2005 e 2013 l’Italia ha partecipato a tredici progetti finalizzate alla lotta dell’immigrazione irregolare finanziati da questo fondo. Le risorse stanziate per finanziare queste attività ammontano a 38,2 milioni di euro, di cui 33,3 milioni di provenienza comunitaria.

Immigrati troppo cari
Sulla base dell’analisi effettuate da Lunaria, il costo totale delle politiche di contrasto all’immigrazione clandestina più il costo di funzionamento di tutto il sistema accoglienza degli immigrati è stato di circa 1 miliardo e 500 milioni (di cui circa 230 milioni finalizzati dalla Ue) nel periodo 2005-2012. Una cifra, secondo molti, eccessiva.

Ma quale è l’impatto generale dell’immigrazione sulle nostre finanze pubbliche? L’Ocse lo ha recentamente calcolato, guardando al fenomeno migratorio nel suo insieme.

Da un lato, gli immigrati hanno, in media, una struttura di età più favorevole. Le tasse che pagano sono maggiori dei servizi che ricevono. In particolare gli immigrati finanziano il sistema pensionistico più che usufruirne.

D’altra parte però, la stessa struttura di età degli immigrati si traduce, rispetto alla media, in maggiori spese per l’istruzione – hanno infatti più figli in età scolare – e minori acconti di imposta indiretta poiché percepiscono un reddito minore.

L’impatto fiscale complessivo sul Pil è positivo per l’Italia come per la maggior parte dei paesi europei analizzati, come mostra la Figura 1. Come si vede, l’immigrazione gioca un ruolo cruciale nella spesa pensionistica.

Figura 1. Stima dell’impatto fiscale netto di immigrati, con e senza il sistema pensionistico (%PIL)

Fonte: elaborazione su dati OCSE, 2013.

Gli immigrati peso inutile per l’Italia
Gli effetti positivi dell’immigrazione, tuttavia, non si esauriscono nell’impatto sulle finanze pubbliche. L’immigrazione assume un’importanza economica particolare in un paese come l’Italia che ha forti problemi di invecchiamento della popolazione.

L’invecchiamento della forza lavoro pone un problema di sostituzione: le corti giovanili che entreranno nella forza lavoro sono infatti più piccole di quelle dei baby-boomers che vanno in pensione. Il profilo anagrafico degli immigrati potrebbe in parte compensare questo squilibrio in Italia come nel resto della Ue, sostenendo così la crescita economica.

Ad esempio, in Italia (come anche nel Regno Unito), tutta o quasi tutta la crescita della forza lavoro verificatesi tra il 2000 e il 2010 è dovuta all’arrivo di nuovi immigrati.

La presenza degli immigrati, tuttavia, non solo aiuta a mantenere la dimensione della forza lavoro, ma garantisce anche un adeguato apporto di competenze per rispondere alle continua crescita dei posti di lavoro altamente qualificati. La figura 2 fornisce una panoramica generale dei livelli medi di istruzione degli immigrati in entrata nella forza lavoro nel 2010 rispetto ai livelli di coloro che ne sono usciti nello stesso anno.

Figura 2. Gli immigrati rispetto ai pensionati secondo livello di istruzione

Fonte: elaborazione su dati OCSE, 2013.

In Europa, in media, la percentuale di immigrati entrati nella forza lavoro che hanno livelli di istruzione bassa è stata inferiore a quella degli anziani che si sono ritirati dal mondo del lavoro; specularmente, la percentuale di nuovi entranti con elevati livelli di istruzione è stata più alta. Questo non è, tuttavia, il caso dell’Italia in cui la percentuale di immigrati con alti livelli di istruzione è stata fra le più basse a livello europeo, una riprova che il paese non è in grado di attrarre un’immigrazione di alto livello.

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