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Crisi ucraina

3D per Putin

3 Mag 2014 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Non sappiamo come si svilupperà la crisi ucraina, ma possiamo tentare di tracciare qualche scenario per rifletterci sopra. Gli statunitensi sono furibondi perché ritengono che i russi stiano loro mentendo, in modo palese e flagrante, e questo non promette certo accordi e distensione.

Forse Mosca è ancora incerta o forse sta semplicemente preparando nuove aggressioni. A questo punto diviene essenziale cercare di capire dove vuole arrivare il Presidente russo. Vediamo qualche ipotesi.

Don
Per ora, incamerata la Crimea, Putin ha attestato forze militari significative alla frontiera del fiume Don, e da lì un po’ minaccia l’Ucraina e molto incoraggia e appoggia gli irredentisti filo-russi, tra cui gli americani affermano essere presente un forte numero di infiltrati militari e paramilitari inviati direttamente da Mosca (e già attivi in passato, sia in Crimea sia nel Caucaso).

Questa potrebbe essere la premessa per un’invasione. Tuttavia potrebbe anche appoggiare una più sofisticata strategia di indebolimento e destabilizzazione dello stato ucraino, mantenendolo sotto una sorta di ricatto permanente.

Poiché è improbabile che l’Unione europea (Ue) trovi l’unità di intenti e le risorse necessarie per riscattare i debiti ucraini e per rilanciare la sua economia, Vladimir Vladimirovič potrebbe profittare di questa sua posizione per infliggere agli ucraini una strategia di docce scozzesi, alternando minacce a offerte di energia e di finanziamenti, per mantenere il paese in uno stato di continua isteria e divisione, indebolendolo al punto da rendere sostanzialmente impossibile, o irricevibile, ogni apertura “occidentalizzante” di Kiev.

Putin avrebbe così il controllo di fatto dell’Ucraina, anche se il paese sarebbe notevolmente malridotto e impoverito.

Dnepr
In alternativa, Putin potrebbe intervenire e occupare una buona metà del paese, facendo perno sulle regioni più russofile. Potrebbe arrivare di slancio fino a Kiev, la capitale attraversata dal fiume Dnepr, o seguire una tattica “del carciofo” procedendo più lentamente ad annettersi, provincia dopo provincia, l’intera Ucraina orientale.

Si tratterebbe comunque di una strategia fortemente aggressiva, che sarebbe contrastata con la forza delle armi dalle formazioni lealiste ucraine (senza speranze di vittoria) e che verrebbe accompagnata da un forte sbarramento di sanzioni economiche e politiche da parte occidentale. Probabilmente riceverebbe anche la condanna, almeno formale, della Cina.

Questo scenario non è peraltro molto promettente agli occhi di Mosca. Il suo costo sarebbe altissimo e il guadagno limitato, poiché resterebbe comunque in vita un’Ucraina occidentale indipendente di notevoli proporzioni che, a questo punto, sarebbe molto difficile tenere fuori dalla Nato e dall’Ue.

In altri termini, Mosca si troverebbe a replicare, in Ucraina, la divisione Est-Ovest che un tempo esisteva in Germania (magari anche con una divisione in due di Kiev, nuova Berlino?). Invece di risolvere un problema, ne avrebbe creato un altro molto più pericoloso e portatore di sicura instabilità per il sistema strategico russo.

Dnestr
Vi è poi un terzo scenario. Visto l’alto costo e il risultato insoddisfacente dell’ipotesi “Dnper”, il Cremlino potrebbe spingersi fino al fiume Dnestr, optando per un’ipotesi più drastica: l’occupazione dell’intera Ucraina tradizionalmente russa, magari lasciando da parte alcune terre più occidentali annesse a suo tempo da Stalin dopo la II Guerra Mondiale, come la Rutenia.

La Moldavia potrebbe quindi restare ad occidente, mentre la Repubblica della Transnistria rientrerebbe nelle acquisizioni russe, e comunque Mosca potrebbe continuare a giocare sui timori di minoranze greco-ortodosse (come i gagauzi in Moldavia).

In altri termini, pur senza rivendicare l’Urss di Stalin, suscitando l’inevitabile reazione della Nato in difesa delle Repubbliche Baltiche, il Cremlino potrebbe puntare alla riunificazione della Russia imperiale, della sua storia e della sua religione.

In tal modo Putin potrebbe rivestire il mantello di grandi predecessori, come Pietro il Grande, che sconfisse svedesi e cosacchi a Poltava, in Ucraina, o Caterina II che condusse l’espansione russa a sud contro gli ottomani, conclusasi con la conquista della Crimea e l’espulsione dell’Impero Ottomano dalla riva Nord del Mar Nero.

I costi politici ed economici di una simile operazione non sarebbero probabilmente più alti di quelli da pagare con un’operazione più limitata, ma sarebbero certamente molto popolari in Russia e porterebbero ad un quadro geo-strategico più coerente.

Le poche province rimaste indipendenti potrebbero continuare a rivendicare il nome di Ucraina, ma di fatto finirebbero per ricongiungersi alle identità statuali di cui facevano parte prima della loro annessione all’Urss.

E tuttavia il prezzo strategico di una simile operazione sarebbe comunque altissimo poiché dividerebbe una volta per tutte la Russia dall’Europa. Sarebbe molto difficile una politica di dialogo e distensione di fronte a ondate di profughi e la repressione delle zone occupate.

Ciò costringerebbe certamente l’Ue a rafforzare il suo lato militare e la sua indipendenza energetica dalla Russia. Tutti sarebbero costretti ad affrontare alti costi e gravi disagi, ma soprattutto alla Russia non resterebbe altra alternativa che quella di una molto maggiore propensione asiatica, con il tentativo di sostituire i partner europei con la Cina e forse qualche altro stato asiatico (l’India?).

Si arriverebbe così al paradosso che quello stesso Putin che rivendica la grande storia europea della Russia, sarebbe anche il responsabile della frattura peggiore mai verificatasi tra l’Europa e la Russia, peggiore anche rispetto all’Urss di Stalin e della Guerra Fredda, poiché in quegli anni Mosca era ben presente in buona parte dell’Europa, sino a Berlino, ed oggi non lo è più.

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