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Nato

Stoltenberg segretario, l’Italia aspetta ancora

4 Apr 2014 - Mario Arpino - Mario Arpino

Per terza volta negli ultimi dieci anni, il Segretario generale della Nato verrà dai paesi del nord. Nel pomeriggio del 28 marzo, il North Atlantic Council (Nac – organo permanente di governo formato dagli ambasciatori dei Paesi aderenti) ha infatti designato l’ex primo ministro norvegese Jens Stoltenberg al vertice della Nato.

Il 1° ottobre avvicenderà il danese Anders Fogh Rasmussen, che cesserà dalla carica di vertice dell’Alleanza dopo cinque anni e due mesi di mandato.

Tra i dodici stati fondatori, il mandato è stato affidato tre volte a Gran Bretagna ed Olanda, due volte al Belgio, una sola volta all’Italia (Manlio Brosio,1964-1971) e alla Danimarca e, oggi, per la prima volta alla Norvegia.

Particolare curioso: la Danimarca è anche nell’Unione europea, ma con l’option out (rinuncia) alla partecipazione militare, mentre la Norvegia, che non fa parte della Ue, aderisce alla Nato previe alcune riserve (mai armi nucleari sul territorio). Tra gli stati non fondatori, solo Germania e Spagna hanno sinora avuto il mandato. È giusto aggiungere, per completezza, che per oltre quarant’anni consecutivi (1971-2012) la silenziosa carica di vice Segretario generale è stata affidata ad un diplomatico italiano. L’ultima volta però il posto è andato ad un americano.

Italia maglia nera nelle spese per la difesa
Al di à delle statistiche, che pure sono indicative di una tendenza, la designazione di Stoltenberg si presta a considerazioni di ordine vario. Il Segretario generale esprime la voce della Nato, con un ruolo che – pur nel rispetto delle prerogative degli Stati membri – può influenzare in modo anche determinante il processo decisionale dell’Alleanza.

La quale – è bene non dimenticarlo – vive e si sviluppa con il contributo finanziario e di forze degli stati membri. Gli Stati Uniti – nonostante le recenti riduzioni – sono ancora il principale “azionista”, rendendo disponibile, da soli, poco meno del 50% di forze e risorse, mentre gli altri si dimostrano sempre più riluttanti a spendere.

Al contrario la Norvegia, che con il laburista Stoltenberg, per due volte primo ministro, ha gradualmente incrementato le proprie spese per la difesa, è oggi uno dei paesi membri con il più alto indice pro-capite.

L’Italia, maglia nera, si era stabilizzata attorno a un misero 0,8%. Pur rimanendo ancora il quinto contributore al bilancio Nato dopo Usa, Germania, Regno Unito e Francia, agli occhi del principale azionista potrebbe quindi non godere di altissima credibilità.

Questo in un momento critico in cui, da un lato, gli Stati Uniti stanno orientando altrove la propria attenzione e, dall’altro, spirano venti di crisi proprio ai confini di quell’Europa dove lascerebbero volentieri Nato e Ue a presidiare sicurezza e stabilità.

L’inconsueta fretta con la quale il Nac ha designato Stoltenberg, producendosi anche in un annuncio ufficiale che normalmente viene lasciato ad una seduta ministeriale del Nac, non può non collegarsi, oltre alle considerazioni appena fatte, alla recente e fugace visita del presidente Barack Obama.

Fallita la candidatura di Frattini
L’Italia aveva covato a lungo l’ambizione di acquisire questa carica di vertice e, cinquant’anni dopo la nomina di Manlio Brosio, riteneva che il momento fosse ormai maturo. Sull’esclusione della candidatura Franco Frattini si può dire tutto e di tutto, tranne che gli osservatori più attenti non se l’aspettassero. I segnali c’erano, bastava volerli leggere.

In primo luogo, la designazione della candidatura era sembrata prematura: non avevamo capito, o abbiamo finto di non capire, che questo lungo intervallo si sarebbe prestato molto bene a preparare altri giochi.

Secondo, le cariche internazionali, Nato e Unione europea (Ue) vanno sempre guardate in modo cumulativo. Ad esempio, la presenza di Mario Draghi al vertice della Banca centrale europea può aver contribuito a stimolare la cancelliera Angela Merkel ed altri europei a non favorire il candidato italiano.

Terzo, in cinque anni abbiamo cambiato cinque governi: non è una buona pubblicità. Quarto, era indicativa la doppia proroga di Rasmussen, tesa a consentirgli di presiedere il summit del 4 e 5 settembre a South Wales (Galles), dove, ancora una volta, la Nato rifletterà sulla propria identità.

Infine, sulla candidatura Frattini, a suo tempo annunciata in Italia a colpi di grancassa, da diversi mesi era calato un silenzio alquanto strano.

Niente paura, e nessun problema strategico: sotto questo profilo, Stoltenberg alla Nato invece di Frattini non è cosa destinata a cambiare il mondo. Anzi, insegnerà qualcosa a tutti. A noi, per esempio, ad essere un po’ più seri.

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