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Crisi ucraina

L’effetto domino della Crimea

9 Apr 2014 - Andrea Carteny - Andrea Carteny

La riannessione della Crimea da parte della Russia sembra aprire una nuova fase storica nelle relazioni internazionali. Sotto i riflettori sono le recenti mosse di Mosca in Ucraina orientale, che possono sfociare in un’escalation, e la nuova strategia degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica per la creazione di un nuovo “cordone sanitario” di contenimento dell’espansionismo russo – un vero e proprio “new containment” sulla falsariga di quello della Guerra Fredda.

Nazionalisti ungaro-segleri
Non molti però hanno messo in relazione questi eventi con altre rivendicazioni nazionali anche interne all’Unione europea, in particolare quelle che sono all’origine dei contrasti tra Ungheria e Romania.

Il 15 marzo scorso, giorno in cui gli ungheresi ricordano la rivoluzione di Pest del 1848, in Transilvania si sono svolte manifestazioni degli autonomisti della minoranza seclera (in ungherese székelyek, in romeno secui) di lingua e cultura ungherese.

Con gli scontri tra nazionalisti ungaro-secleri e polizia romena si torna ad un clima di agitazione che negli anni si era anestetizzato, dopo i violenti scontri di Targu Mures (in ungherese Marosvasarhely) del marzo 1990 che caratterizzarono questa regione, anticipando i conflitti etnici poi esplosi in Jugoslavia.

Al contempo, il parlamento di Tiraspol, la capitale della Transnistria, regione secessionista della Moldova, ha avviato i negoziati per la proclamazione della propria riunificazione con la Russia. La Transnistria, con oltre mezzo milione di abitanti, è a maggioranza russo-ucraina e si è dichiarata indipendente nel 1992, alla caduta dell’Unione Sovietica, dopo un breve conflitto militare con le forze moldave.

La presenza militare russa nella regione – circa un migliaio di soldati – sarebbe stata rafforzata, secondo alcune fonti non confermate, dopo il referendum in Crimea.

Ritorno della grande Romania?
Intanto in Moldova riprende forza il movimento nazionalista “grande” romeno per la riunificazione con la Romania. Così, accanto alla mobilitazione “contro” le rivendicazioni di autonomia territoriale dei secleri ungarofoni, riemerge in Romania anche la questione della riunificazione con la Moldova per la ricostituzione di quella “Grande Romania” che fu uno dei cardini del sistema di Versailles dopo la prima guerra mondiale.

La prima fase della crisi ucraino-russa, incentrata sulla Crimea, sembra aver tracciato un modello per i movimenti secessionisti che prevede la proclamazione della “sovranità” da parte di comunità russe, quindi lo svolgimento di un referendum, e infine la legittimazione da parte di Mosca.

Questo scenario sembra riprodursi a Donetsk, Karkhiv e in altre regioni dell’Ucraina a maggioranza russa, dove il 7 aprile gruppi di russofoni hanno occupato alcune istituzioni locali. Il governo di Kiev ha denunciato questa mobilitazione come la seconda fase della strategia geopolitica di Mosca.

In verità, ad alimentare il secessionismo è anche l’assenza di un assetto federale nei paesi postcomunisti che includono aree culturalmente ed etnicamente molto differenziate, il che provoca gravi fratture e tensioni.

L’Ucraina fatica a trovare un equilibrio tra il modello centralista delle cosiddette forze pro-occidentali vecchie e nuove guidate da leader come Julia Timoscenko e Vitalj Klichko e quello federalista, cardine della piattaforma del Partito delle Regioni dell’ex presidente Viktor Yanukovich.

Non solo i russi, ma anche le altre minoranze, in primis i romeni di Cernovchi o gli ungheresi di Beregovo, hanno sostenuto le politiche del partito di Yanukovich, che durante l’ultima amministrazione ha dotato l’Ucraina di una legge sul bilinguismo locale tra le più avanzate della regione.

Federalizzazione della Moldova
In Moldova, oltre alla secessione de facto della regione transnistriana, vi è l’insofferenza delle comunità slavofone e soprattutto di quella della regione della Gagauzia, popolata da comunità rom filo-russe, per il rafforzamento dell’elemento romeno.

I progetti di federalizzazione della Moldova si scontrano con lo scoglio delle rappresentanze delle varie etnie negli organi federali. Inoltre, la maggioranza della popolazione (i 2/3 dei circa tre milioni di abitanti) di lingua romena è sempre più integrata con la Romania, che vede come sua madrepatria (quasi mezzo milione hanno la doppia cittadinanza moldovena-romena).

Anche in Romania il problema del federalismo e della regionalizzazione torna come un fiume carsico proprio in risposta alle esigenze della minoranza ungherese di Transilvania, un milione e mezzo di ungarofoni, la metà dei quali concentrata in un paio di province nel centro del paese.

Eppure la chiave di volta per la comprensione dei conflitti endemici della regione sta proprio nella mancata valorizzazione dei territori periferici. A risentirne è anche l’immagine dell’Ue, da cui le popolazioni di queste regioni speravano venisse un sostegno ben più robusto al disegno autonomistico.

La secessione della Crimea, al di là del ruolo di Mosca, rischia perciò di creare un effetto “domino” verso Occidente che potrebbe arrivare fino in Ungheria: Crimea e altre regioni russe dell’Ucraina sperano di unirsi a Mosca, così come la Transnistria, il resto della Moldova vuole fondersi con Bucarest, la “terra dei secleri” con Budapest.

È un fatto che in queste regioni i federalisti sono perlopiù filo-russi o anti-europei. Bruxelles, Washington e le cancellerie europee dovrebbero tenerne conto.

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