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Crisi ucraina

Il terremoto di Kiev scuote l’Asia centrale

21 Apr 2014 - Cono Giardullo - Cono Giardullo

Le diplomazie delle ex-repubbliche sovietiche del Centro Asia hanno avuto un bel da fare negli ultimi mesi, data la crisi ucraina. L’annessione della Crimea alla Federazione russa tramite referendum ha costretto i cinque stati (Kazakhstan, Kyrgyzstan, Uzbekistan, Tajikistan e Turkmenistan) a barcamenarsi tra dichiarazioni di sostegno e di malcelata critica verso la rinata politica espansionista di Mosca.

A mostrarlo è stato quanto accaduto in occasione della risoluzione dell’Assemblea generale Onu del 27 marzo che ha dichiarato invalido il referendum summenzionato. Kyrgyzstan, Tajikistan e Turkmenistan non hanno preso parte alla votazione, subendo nel contempo forti pressioni dai diplomatici russi.

Uzbekistan, Tajikistan, Kyrgyzstan
L’Uzbekistan, pur evitando qualsiasi riferimento diretto alla Federazione russa, si è detto preoccupato riguardo al possibile deterioramento della situazione. Tashkent ha chiaramente espresso la necessità di evitare qualsivoglia minaccia all’integrità territoriale ucraina.

Il Tajikistan, fortemente dipendente dall’economia russa, e il Turkmenistan, regime ben più autoritario di quello dell’ex-presidente ucraino Yanukovich, non si sono espressi. Il Kazakhstan, con una minoranza etnica russa pari al 22% dell’intera popolazione, ha fatto sapere che il presidente Nursultan Nazarbaev, al telefono con Putin, ha espresso comprensione per la preoccupazione russa di proteggere i diritti delle minoranze etniche in Ucraina.

Molti credevano che il Kyrgyzstan potesse assumere una posizione forte, critica nei confronti di Mosca. Il paese è infatti la speranza democratica della regione e ha vissuto due rivoluzioni: nel 2005 e nel 2010, rivolte popolari contro leader fortemente corrotti. Il presidente kyrgyzo Almazbek Atambaev ha per primo espresso le sue condoglianze alle famiglie uccise a Kiev durante gli scontri, dichiarandosi fiducioso per il futuro del popolo ucraino.

L’11 marzo, il Ministro degli esteri ha emesso un comunicato stampa condividendo l’inquietudine della comunità internazionale per l’escalation di tensione in Ucraina, descrivendo il presidente Viktor Yanukovich come esautorato de facto del potere presidenziale. Asseritamente, la minaccia di Mosca di espellere i migranti kyrgizi in Russia (tra 600,000 e 1 milione) ha costretto lo stesso Ministro a emettere un nuovo comunicato, il 20 marzo, con il quale Bishkek riconosceva i risultati del referendum in Crimea. Questi rappresentano il volere assoluto della maggioranza della popolazione della Repubblica autonoma.

Dipendenza economica dalla Russia
I paesi più poveri, Tajikistan e Kyrgyzstan, devono fare i conti con la dipendenza economica dalle rimesse dei migranti in Russia. Secondo la Banca Mondiale, il Tajikistan è al primo posto al mondo per contribuzione delle rimesse al Gdp nazionale (48%), seguito dal Kyrgyzstan (31%). È chiaro che i governi temono il declino dell’economia russa e il ritorno dei migranti in patria, dove i tassi di disoccupazione sono elevatissimi.

Il Kyrgyzstan ha inoltre venduto alcuni tra i suoi asset strategici a compagnie russe. Se nel 2013, la compagnia KyrgyzGas è stato venduta al gigante russo Gazprom per un dollaro, causa debiti, e la compagnia russa RusHydro è divenuta azionista centrale della compagnia kyrgyza idro-energetica, si fanno sempre più insistenti le voci di una futura acquisizione dell’aeroporto Manas da parte della russa Rosneft, quando gli americani abbondoneranno la base il prossimo luglio.

Unione doganale eurosiatica e influenza Cina
Nel frattempo un nuovo movimento politico di opposizione si è creato, allo scopo di respingere i tentativi di Mosca di “annettere” Bishkek all’Unione doganale euroasiatica. Sui social network il dibattito è infuriato, e se la stragrande maggioranza degli utenti parteggia per l’integrità territoriale ucraina, i media russi si sforzano di convincere la maggioranza della popolazione del contrario.

Nel frattempo l’influenza economica cinese sulla regione è in continuo aumento. La Cina è oggi una valida e potente alternativa alla Russia. La repubblica popolare è divenuta, infatti, il principale partner commerciale della regione. Xi Jinping, in visita lo scorso settembre in Asia Centrale, ha siglato nel giro di una settimana un accordo con il Turkmenistan per triplicare la quantità di esportazioni di gas verso la Cina entro il 2020; ha portato a termine accordi per 15 miliardi di dollari in Uzbekistan e ha firmato contratti per 30 miliardi in Kazakhstan.

A Bishkek, ha perfino ideato una partnership strategica con il Kyrgyzstan e donato 3 miliardi di dollari per progetti energetici e di miglioramento delle infrastrutture.

Certamente la Cina guarda con attenzione alla minoranza uigura in Kazakhstan e in Kyrgyzstan e il ritiro delle truppe americane a fine 2014 dall’Afghanistan le impone di accrescere i suoi sforzi in materia di sicurezza e di lotta a quelli che considera come i tre mali supremi: estremismo, separatismo e terrorismo.

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