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Mediterraneo

Affinità elettive tra Tunisi e Roma

11 Apr 2014 - Giovanni Faleg - Giovanni Faleg

Gli antichi Romani impiegarono più di un secolo per sconfiggere Cartagine e diventare la potenza marittima egemone nel Mediterraneo. Oggi, le speranze che il Nord Africa possa prendere il sentiero della stabilizzazione potrebbero ironicamente dipendere dal sostegno italiano alla transizione democratica in Tunisia, in termini politici e, soprattutto, economici.

Che cosa sta spingendo i due paesi a rafforzare le relazioni bilaterali, e per quale motivo gli effetti potrebbero spingersi oltre lo Stretto di Sicilia?

L’interesse italiano nei confronti della Tunisia è andato crescendo negli ultimi tre anni, a fronte dei cambiamenti geopolitici indotti dalla Primavera Araba. Gli scambi commerciali e le relazioni economiche fra i due paesi erano in realtà molto stretti anche sotto il regime di Ben Ali. Si pensi alla forte presenza del business italiano in Tunisia, ai rapporti energetici (gasdotto Transmed), ma anche a questioni politiche come la lotta all’immigrazione clandestina. La caduta del regime, tuttavia, ha offerto all’Italia la possibilità di consolidare ulteriormente i legami bilaterali, in una delicata fase di ribilanciamento degli equilibri regionali.

Sbocco per il commercio italiano
L’Italia ha infatti mal digerito l’interventismo francese in Libia, ed il protagonismo di Nicolas Sarkozy nella caduta di Gheddafi. Il primato nel riconoscere il governo di transizione ha consentito agli uomini di affari francesi un vantaggio significativo nella corsa alla ricostruzione della Libia. In aggiunta, la presenza di altri attori regionali, quali Qatar e Turchia, ha aumentato drasticamente la concorrenza per le imprese italiane.

In questo nuovo quadro geoeconomico, la Tunisia rappresenta uno sbocco alternativo primario per il commercio italiano, proprio in virtù delle già solide relazioni economiche.

Fra il 2006 e il 2012, l’Italia è stata il secondo partner commerciale della Tunisia, subito dietro la Francia. Nello stesso periodo, tuttavia, gli investimenti diretti esteri ammontano a 1.2 miliardi di euro, superiori a quelli della Francia. Le circa 750 imprese italiane in Tunisia impiegano oltre 60 mila lavoratori locali.

Anche Tunisi guarda con interesse a Roma. La crisi politica iniziata nel dicembre 2013 si è conclusa il 29 gennaio scorso con la nomina di Mehdi Jomaa a capo di un governo tecnico che ha sostituito l’amministrazione guidata dal partito islamista Ennahda.

Il nuovo governo ha il difficile compito di ristabilire la sicurezza nel paese dopo le nuove ondate di violenza, stimolare la crescita economica e preparare le nuove elezioni entro la fine di quest’anno. Raggiungere questi obiettivi non sarà una passeggiata, in particolare per quel che riguarda l’aspetto economico.

Raccolta fondi per la democrazia
In un contesto di crescente tensione fra la società civile ed i partiti politici, la Tunisia post-rivoluzionaria ha sofferto di tutti gli effetti collaterali dei processi di transizione: riduzione drastica del Pil, disoccupazione alle stelle, squilibrio fiscale. Importanti riforme quali sussidi, riduzione della spesa pubblica, creazione dei posti di lavoro, riforma del sistema bancario, ed integrazione dell’economia informale sono attese con urgenza.

Considerato il tessuto economico, composto principalmente da piccole e medie imprese, la capacità del governo di attrarre fondi dall’estero e sviluppare nuove partnership economiche sarà quindi decisiva per l’esito della transizione.

Per questo motivo, la Tunisia ha lanciato una vera e propria “raccolta fondi” per sostenere la nascente, ma ancora fragile democrazia. Il governo si è già mosso, chiarendo che la costruzione di una solida democrazia è necessariamente legata alla creazione di posti di lavoro. La stagnazione economica riaprirebbe infatti scenari destabilizzanti.

Le principali istituzioni internazionali (Banca mondiale, Fondo monetario internazionale) hanno sbloccato prestiti fino a 1.2 miliardi di dollari per sostenere il programma di riforme tunisino. Tuttavia, la cassa è lungi dall’essere piena e l’Europa non ha ancora esercitato il suo peso politico.

Durante la visita a Parigi a fine febbraio 2014, il ministro degli esteri tunisino Mongi Hamdi ha sottolineato l’importanza strategica della Tunisia, un paese “non meno importante di Grecia o Ucraina”. Dalla caduta di Ben Ali però, i rapporti con la Francia sono stati tutt’altro che idilliaci. Pur considerando acqua passata il sostegno offerto da Michelle Alliot-Marie al regime di Ben Ali, le reazioni timide di Parigi al processo costituzionale hanno irritato la nuova classe politica in Tunisia.

Il presidente François Hollande si è impegnato per ristabilire buone relazioni, ma in termini economici il contributo della Francia si è limitato a 500 milioni di euro in prestiti e alla cancellazione di 60 milioni di debito tunisino da convertire in progetti di investimenti.

Renzi inizia dalla Tunisia
Non è quindi un caso che il primo viaggio all’estero di Matteo Renzi si sia svolto a Tunisi dove il 4 marzo il premier ha dichiarato che il Mediterraneo sarà al centro dell’agenda italiana durante la Presidenza dell’Unione europea (secondo semestre 2014).

Nella Tunisia post-rivoluzionaria, l’Italia è percepita come un partner dotato di maggiore tatto politico rispetto alla Francia. Una relazione speciale può essere vantaggiosa per entrambi i paesi: gli investitori italiani hanno bisogno di sbocchi fuori dall’Europa in crisi, mentre gli uomini d’affari tunisini possono trovare nel governo italiano un “angel investor”, ideale per dare fiducia ad altri partner internazionali.

Le implicazioni avrebbero rilevanza regionale. Il Segretario di stato americano John Kerry ha più volte ribadito l’importanza del modello tunisino di transizione pacifica e democratica per il resto della regione. Ciononostante, l’atteggiamento dei principali attori internazionali resta cauto, ed avverso al rischio, in ragione dell’incertezza che caratterizza le politiche economiche degli stati in transizione. Oltre la retorica del “modello tunisino”, gli investimenti stentano ad arrivare.

La mossa italiana aiuterebbe a rompere il paradigma di incertezza. Sarebbe inoltre ben accettata da Washington che da tempo chiede ai partner europei maggiore responsabilità nel vicinato meridionale. Lo Stretto di Sicilia può quindi essere cruciale per lo sviluppo democratico e la prosperità in tutta l’area mediterranea.

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