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Crisi Ucraina

Tatari di Crimea, il ritorno dell’incubo

15 Mar 2014 - Giovanna De Maio - Giovanna De Maio

Da teatro d’importanti battaglie degli ultimi anni dell’Impero ottomano, a palcoscenico della possibile fine dell’Ucraina come la conosciamo oggi. Pur sommersa dalle polemiche della comunità internazionale, il 16 marzo la Crimea ha tenuto il referendum in cui la quasi totalità dei votanti si è pronunciata per la riunificazione con la Russia, e solo il 7% si è espresso a favore di una maggiore autonomia da Kiev.

Dalle dichiarazioni dei giorni precedenti da parte delle autorità locali, l’esito della votazione sembrava scontato, ma non sono mancate le voci fuori dal coro, quelle dei Tatari di Crimea. Per loro, rientrare sotto l’egida russa significa ricordare l’incubo della deportazione forzata del popolo tataro, accusato da Stalin di aver collaborato con i nazisti.

Il Mejlis del popolo tataro di Crimea, l’organo esecutivo del parlamento tataro, ha boicottato senza successo il referendum, invocando l’intervento delle Nazioni Unite attraverso forze di peace-keeping. Ad accogliere l’appello è stata la Turchia che, sebbene si sia pronunciata per proteggere i “cugini del mar Nero” (i Tatari sono infatti di etnia turkic e di religione musulmana-sunnita), mantiene un atteggiamento attendista e prudente.

Il clima teso nel paese così come la dipendenza energetica da Mosca, impediscono al premier turco Recep Tayyip Erdoğan di lasciarsi andare a esternazioni più audaci, come spesso succede quando si tratta di difendere le popolazioni musulmano-sunnite.

Il secolo nero della dominazione russa
L’arrivo dei Tatari in Crimea risale al XV secolo, con Gengis Khan. Nel 1783, il trattato di Kucuk Kaynarca pose fine alla guerra tra la Russia e l’impero ottomano e iniziò quello che i Tatari chiamano il “secolo nero” della dominazione russa. L’oppressione e l’espropriazione delle terre dei contadini tatari causò l’esodo di circa 5 milioni di persone verso l’impero ottomano.

Una parentesi pacifica, in seguito allo scoppio della rivoluzione dell’ottobre ‘17, si ebbe con la creazione della repubblica socialista sovietica di Crimea con il russo e il tataro come lingue ufficiali. L’intesa, tuttavia, era destinata a dissolversi con la tragica deportazione del 1944 verso l’Uzbekistan, in cui gran parte della popolazione fu decimata. Solo con la dissoluzione dell’Urss il contro-esodo ha raggiunto cifre significative. Oggi i tatari rappresentano tra il 12 e il 14% della popolazione di Crimea.

Cugini del Mar Nero
In una posizione molto scomoda si trova il governo di Ankara che ha nella Russia e nell’Ucraina due importanti partner, ma per il quale la Crimea ha un ruolo storico-simbolico molto forte, oltre a essere un punto nevralgico nel Mar Nero. Di origine tatara sono infatti alcuni dei padri ideologici della repubblica kemalista e del nazionalismo turco come Yusuf Akçura, e proprio la Crimea è stata oggetto di rivendicazioni di gruppi ultra-nazionalisti che spinsero l’allora primo ministro turco, poi presidente della repubblica Turgut Özal a chiederla indietro dopo la dissoluzione dell’Urss.

Per proteggere i cugini del Mar Nero, tra le priorità indicate dal ministro degli esteri turco Ahmet Davutoğlu figurano l’integrità territoriale dell’Ucraina e l’attuazione di misure per assicurare un’adeguata rappresentanza politica alle diverse etnie e religioni della Crimea.

Ciò nonostante, Ankara si è ben guardata dall’alzare i toni contro Mosca, mostrandosi invece incline al dialogo, come quello telefonico tra il premier Erdoğan e il presidente russo Vladimir Putin, con cui il primo chiedeva rassicurazioni sui diritti dei Tatari. Se da un lato è improbabile che si associ a eventuali sanzioni internazionali, dall’altro certamente non si tirerà indietro nel momento in cui dovrà presumibilmente accogliere rifugiati tatari.

Violenza etnica sui tatari
La contrapposizione frontale con i russi non piace a nessuno. Neppure al presidente del Mejlis che pur chiedendo di boicottare il referendum suggeriva una commissione per trovare una soluzione pacifica. Nel frattempo anche i presidenti del Tatarstan e della Cecenia sembrano aver voltato le spalle ai loro fratelli musulmani e promettono cooperazione e aiuti ai Tatari a patto che essi accettino il loro destino.

Un destino che, a prescindere dall’esito della votazione, non è roseo. Non si può dire che la vita fosse facile sotto la presidenza di Viktor Yanukovich: i 3/4 dei tatari vivono nelle aree rurali e il tasso di disoccupazione raggiunge il 50%. Tuttavia, col mutare della cartina geografica, per i tatari le prospettive sono tutt’altro che rincuoranti, soprattutto per la costante associazione con l’islam radicale. Circa 200 famiglie avrebbero già lasciato la penisola per trasferirsi nell’ovest dell’Ucraina, per paura di un’escalation di violenza da parte dei gruppi armati filo-russi.

Il nuovo capo dei servizi di sicurezza della Crimea Petr Zima ha orwellianamente indicato nei fondamentalisti di Hizb ut-Tahrir, l’organizzazione politica islamica riconosciuta in Ucraina, che in realtà nella regione fa pochi proseliti, il nemico numero uno che va colpito con forza.

E chissà se la proverbiale sommarietà di esercizio della forza pubblica da parte di Mosca non colpisca, anche stavolta, indiscriminatamente.

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