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Elezioni europee

Se non è di assi, che pokerissimo è?

17 Mar 2014 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

È un po’ un bluff, ma piace e basta ad alzare la temperatura delle elezioni europee del prossimo maggio: spacciata, barando, come l’elezione diretta del presidente della Commissione europea, la designazione dei candidati delle maggiori famiglie politiche europee a quel posto aggiunge il sale di una sfida fra personalità all’insipido confronto fra ‘euro-tiepidi’ – ché, di questi tempi, di ‘euro-entusiasti’ è difficile trovarne – e ‘euro-critici’ o ‘euro-scettici’.

Dopo primarie, congressi e conciliaboli, i partiti europei calano un pokerissimo d’uomini – che siano assi, è da vedere -; e si tengono una donna nella manica. Alexis Tsipras e verdi a parte, destinati al ruolo di ‘guastatori’, manca un nome che sia garanzia di svolta economica e di rilancio politico dell’integrazione europea. L’eurocrazia bipolare ‘popolari – socialisti’, minacciata dall’euro-scetticismo, s’abbarbica al potere, pronta a giocare a Strasburgo – ancora?, una persecuzione! – le grandi intese.

Novità nomina presidente della commissione
A dieci settimane dalle elezioni europee, popolari, socialisti, liberali e sinistra puntano secco su un campione; i verdi, invece, vanno avanti con una coppia uomo/donna. I conservatori non avranno un candidato; e neppure gli euro-scettici. Italiani in lizza non ce ne sono, ma Mario Draghi alla presidenza della Banca centrale europea è un macigno inamovibile sulla strada di ogni ipotesi di candidatura italiana.

La possibilità di indicare una preferenza sul prossimo presidente dell’Esecutivo è la grande novità delle elezioni europee del prossimo maggio, anche se l’opzione espressa dai cittadini europei non sarà vincolante per i capi di Stato e di governo dei Paesi dell’Unione europea che si riuniranno a Bruxelles la sera del 27 maggio -48 ore dopo la chiusura delle urne – per valutare l’esito del voto ed eventualmente trarne le conseguenze.

La designazione del presidente della Commissione spetta al Consiglio europeo, la cui scelta deve poi essere confermata dall’investitura del Parlamento europeo, che non si pronuncerà prima di settembre.

L’usato che convince
A parte il greco Tsipras, leader di Syriza, che potrebbe uscire dalle europee come prima forza politica greca, e i volti verdi – un maturo agricoltore francese anti-globalizzazione, José Bové, 61 anni, sulla breccia dai moti di Montreal, e una fresca ecologista tedesca, Ska Keller, la più giovane del lotto con i suoi 33 anni -, le famiglie politiche europee tradizionali non hanno puntato su figure emergenti: l’ex premier lussemburghese e presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker, popolare; l’attuale presidente del Parlamento europeo, il tedesco Martin Schulz, socialista; e l’ex premier belga Guy Verhofstadt, liberale. Tutti vengono da paesi fondatori della Cee e protagonisti fin dall’inizio dell’integrazione europea.

La novità del lotto è Tsipras: può ottenere un’affermazione personale, pure in Italia, nonostante la litigiosità della lista che lo sostiene, ma non ha possibilità di spuntarla per la presidenza della Commissione. Ateniese, 40 anni, è stato giovane comunista e poi radicale di sinistra: è la connotazione del partito che guida, Syriza, euro-critico, ma non euro-scettico, quasi il 27% dei voti alle ultime politiche greche, probabilmente di più alle prossime europee.

Gara a tre: Junker, Schulz e Verhostadt
La partita vera si gioca tra Junker, Schulz e Verhostadt, senza escludere che possa, alla fine, saltare fuori un outsider, specie se dalle urne uscisse una situazione d’equilibrio fra popolari e socialisti, com’è possibile.

I tre battistrada sono tutti intorno ai sessant’anni (rispettivamente, 60, 59 e 61 anni – e il più anziano pare il più giovane) e sono tutti da tanto tempo sulla scena politica europea da essere considerati dei veterani e, per quanto riguarda Juncker, addirittura un sopravvissuto – è un doppio ex: ex premier lussemburghese, con un’anzianità di servizio da fare invidia a Helmut Kohl (dal 1995 al 2013), ed ex presidente dell’Eurogruppo.

Dopo l’estromissione dalla guida dell’Eurogruppo, un suo feudo dalla sua creazione nel 2005, e dopo la crisi politica granducale, che gli è costata il posto da premier, anche se il suo partito ha rivinto le elezioni, Juncker pareva fuori gioco. Il campo dei popolari, inizialmente ingombro di candidati, s’è però ridotto, alla fine, a un duello tra lui e il commissario ed ex ministro francese Michel Barnier. L’ha spuntata Junker, forte dell’appoggio della Cdu tedesca, di cui parla la stessa lingua, in politica, in economia, nel sociale.

L’avversario più pericoloso è Schulz, che viene da Hehlrath. Socialdemocratico, sindaco a 31 anni nella Renania settentrionale – Westfalia, è deputato a Strasburgo dal 1994: nel 2000, è presidente della delegazione dei socialdemocratici tedeschi; quattro anni dopo guida il gruppo socialista; nel gennaio 2012 diviene presidente dell’Assemblea. Schulz è un monumento alla liturgia politica europea, ma, in Italia, fino a poco tempo fa, era noto soprattutto perché l’allora premier Silvio Berlusconi, infastidito dalle sue critiche, gli diede del kapò in aula.

Verhofstad, fiammingo di Gand, ha una carriera politica essenzialmente nazionale, essendo riuscito – lui, liberale – a diventare premier di un paese da generazioni spartito tra cristiano-sociali e socialisti. In Europa, Verhofstadt c’è dal 2009, europarlamentare e presidente del gruppo politico Alde.

Dei tre, Verhofstadt è l’unico federalista, Schulz sarebbe forse garante di una nuova alleanza tra Commissione e Parlamento, Juncker appare un uomo del Consiglio, avendone fatto parte ininterrottamente per un quarto di secolo.

Il conflitto d’interessi della Merkel
Dal punto di vista della nazionalità, la Germania non ha più avuto un presidente dell’Esecutivo dopo il primo, che fu Walter Hallstein – è passato oltre mezzo secolo; il Belgio non l’ha più avuto da Jean Rey, il successore di Hallstein; invece, il Lussemburgo ne ha già collezionati due, Gaston Thorn, liberale, e Jacques Santer, popolare. Entrambi si rivelarono inadeguati: Thorn non fu confermato, dopo un quadriennio paralizzato dal ‘problema britannico’; Santer dovette addirittura lasciare in anticipo, travolto dagli scandali del suo Esecutivo.

Dal punto di vista politico, potrà suscitare qualche curiosità il ‘conflitto d’interessi’ della cancelliera tedesca Angela Merkel: come popolare, sostiene Juncker, che è abbastanza tedesco del suo; come tedesca, non dovrebbe essere troppo ostile a Schulz, tanto più che i socialdemocratici sono suoi alleati nell’attuale coalizione. Certo, il garbuglio sarebbe stato maggiore se il Partito popolare europeo avesse puntato sul francese Michel Barnier: il presidente François Hollande e la cancelliera Merkel si sarebbero trovati a sostenere candidati incrociati.

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