IAI
Egitto e diritti umani

Roma tace sulle violazioni lungo il Nilo

26 Mar 2014 - Laura Mirachian - Laura Mirachian

È passato quasi inosservato, concentrati come siamo sulla crisi ucraina (che sta oscurando “primavere arabe” e persino tragedie siriane) che l’Italia non ha aderito alla dichiarazione congiunta che 27 paesi, tra cui Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Francia e la maggioranza degli europei hanno sottoscritto il 7 marzo nell’ambito dei lavori del Consiglio Diritti umani (Cdu) a Ginevra per segnalare viva preoccupazione per le violazioni dei diritti umani in corso in Egitto nei confronti di attivisti, media, società civile.

L’allarme è stato alimentato da talune Organizzazioni non governative (Ong) con particolare riferimento ai processi a carico di una ventina di giornalisti di Al-Jazeera, accusati di aver diffuso notizie false e di aver relazioni con gruppi terroristici.

I termini della dichiarazione sono piuttosto prudenti, e si mantengono entro i parametri di un “constructive engagement”.

Né il testo si discosta molto da quanto sottolineato con toni altrettanto prudenti dalle conclusioni del Consiglio Affari esteri di fine febbraio. I cui contenuti sono comunque piuttosto chiari e non certo rituali: le Autorità provvisorie, si legge, dovrebbero garantire la protezione dei civili nel pieno rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, l’Unione ribadisce la profonda preoccupazione per le restrizioni imposte alla società civile, intende monitorare attentamente i procedimenti giudiziari in corso a carico di Ong, esorta a risolvere l’attuale situazione in modo tempestivo e costruttivo.

Rilievi, raccomandazioni, incoraggiamento a cambiare rotta. Gli stessi che ritroviamo nelle prese di posizione del Parlamento europeo.

L’Italia osserva al-Sisi
Si può immaginare che da parte italiana si sia considerato che a così breve distanza dall’unanime richiamo della Ue non fosse necessario ribadire gli stessi punti in sede Cdu anche se, si sa, repetita juvant.

Si può anche pensare che alla vigilia di elezioni presidenziali non si sia giudicato opportuno scaricare altre parole sulle Autorità interinali, il governo di Ibrahim Al-Mahlab, premier appena subentrato a Hazem Al-Beblawi, e in particolare sul futuro candidato ministro della difesa Abdel Fattah al-Sisi, essendogli il messaggio già chiaro.

O che gli attivisti in questione non fossero a loro volta da considerare propriamente accreditati in termini di democrazia. Si può infine speculare che lo scenario egiziano sia considerato talmente grave da necessitare una ‘mano forte’ che si faccia carico di reprimere le istanze estreme che infestano il paese, e di collaborare il più rapidamente possibile per mettere ordine nei flussi migratori del Mediterraneo.

Non disturbare il manovratore. Sicurezza, first. Sono in molti del resto a ritenere che le priorità in Egitto riguardino una governance efficiente piuttosto che una piena democrazia, come se i due aspetti non potessero andare di pari passo o non fossero addirittura complementari.

Ci siamo così risparmiati la reazione di forte irritazione della replica egiziana. Non è la prima volta, perché reazioni di fastidio si erano avute in precedenza, da ultimo in occasione della citate raccomandazioni Ue di febbraio.

Ma questa volta l’Egitto ha mutuato argomenti di solito utilizzati da paesi refrattari a qualsiasi monitoraggio internazionale e prigionieri di un’ottica involutiva e di un approccio molto critico nei confronti dell’Occidente: superficialità nel sottostimare il fattore terrorismo, e soprattutto inaccettabile interferenza nella sfera della sovranità nazionale, e doppio standard di giudizio.

I 27, dicono le autorità egiziane, guardino piuttosto ai comportamenti razzisti e repressivi che sono all’ordine del giorno nella propria politica interna ed estera. I rapporti bilaterali con questi paesi non saranno privi di conseguenze ove la posizione non venga corretta.

L’Italia ha optato per dissociarsi dai grandi partner europei e dai tradizionali like-minded, inclusi gli Stati Uniti, e per unirsi a un circuito di paesi dell’Europa mediterranea, Grecia, Spagna, Cipro, Malta (la Francia si sarebbe sfilata all’ultimo momento): preoccupazione per un potenziale impatto negativo sul tragitto delle relazioni bilaterali?

Ricerca di una scelta di coerenza con la proclamata centralità del Mediterraneo nella politica europea? Un segnale quindi di assertività verso un’Europa nordico-continentale troppo poco attenta alla sponda sud? Assertività così forte da contribuire con il proprio peso ad accentuare la divisione interna dell’Unione e distanziarsi dai grandi partner europei e non?

Vigilanza del Consiglio Diritti umani
L’insofferenza dell’Egitto costituisce nondimeno una reazione problematica, considerando che formulare raccomandazioni rientra nella normale logica dei meccanismi di vigilanza del Cdu, e che il paese rimane un riferimento prioritario per altri, non solo arabi, che potrebbero ritenerlo una sponda per reclamare impunità anche per scenari più gravi.

È indubbio che le autorità egiziane stiano confrontando una realtà molto complessa. Come pure che il paese sia fondamentale per i futuri equilibri nel Mediterraneo, punto di riferimento e partner indispensabile nel vicinato ed oltre.

Ma è anche vero che il rispetto dei diritti umani in tutte le sue componenti è centrale in ogni operazione di institution-building, di ripresa economica, di pacificazione. Che inclusione e riconciliazione sono passaggi fondamentali per la stabilità e lo sviluppo di questo come di altri Paesi.

Che media e società civile dovrebbero essere co-protagonisti di ogni processo di stabilizzazione democratica. Che, pensando all’Egitto e al Mediterraneo come al cuore dell’Europa e dell’Italia, soprassedere a violazioni di diritti fondamentali perpetrate in nome della sicurezza, magari considerandole una sgradevole necessità dettata da circostanze eccezionali, rischia di ripercorrere strade già note che oggi si dimostrano improponibili.

Deve essere possibile guardare ai processi di transizione nella sponda sud con approccio dialogante e grande rispetto, senza perdere chiarezza di visione quanto alla direzione di marcia.

Condanna a morte di 529 attivisti pro Mursi
Ora attendiamo il programma di lavoro di al-Sisi in vista delle presidenziali. Nel mezzo di scontri di piazza e devastazioni, con il corredo di arresti e feriti, e di tribunali alacremente alle prese con una miriade di processi, a distribuire sentenze capitali (da ultimo ben 529 nei confronti di attivisti a sostegno del presidente islamista deposto Mohammed Mursi!). I primi annunci prospettano la ricostruzione di uno stato moderno, lotta alla discriminazione e promozione della libertà di espressione e di religione.

Ma le premesse non sono confortanti. Saprà l’Ue rimanere compatta e trovare gli strumenti per un’assistenza generosa, leale, lungimirante?

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