IAI
Caso Marò

Nelle urne indiane la sorte dei fucilieri

19 Mar 2014 - Antonio Armellini - Antonio Armellini

“Salvatore Girone e Massimiliano Latorre non sono due eroi. Sono due militari, due funzionari dello Stato che la Repubblica italiana ha impegnato in una missione approvata dal Parlamento” ha detto il nuovo ministro della Difesa Roberta Pinotti.

Era tempo che qualcuno pronunciasse parole di chiarezza, ponendo un freno a uno psicodramma mediatico che – fra telefonate del Capo dello Stato e di Ministri, appelli e mobilitazioni più o meno strumentali – ha finito per stravolgere nella percezione di molti italiani il senso della vicenda.

Ostaggi della giustizia indiana
I nostri due marò erano imbarcati sulla Enrica Lexie per proteggerla da eventuali incursioni di pirati: davanti a una minaccia hanno agito seguendo le regole di ingaggio stabilite dallo Stato Maggiore: potranno avere commesso errori, ecceduto in qualche misura – anche se personalmente non lo credo. Spetterà alla nostra magistratura militare, unica competente, stabilire come sono andati i fatti e individuare eventuali responsabilità. Punto.

Il fatto che essi rimangano in pratica in ostaggio di giudici indiani che non sanno bene quali pesci pigliare, non è tanto una prevaricazione nei loro confronti, quanto uno schiaffo alla credibilità internazionale del nostro paese.

Anche l’Italia ci ha messo del suo nel farsi mettere all’angolo. Adesso contestiamo giustamente la giurisdizione indiana e parliamo – anche se in termini tutto sommato vaghi – di “internazionalizzare la vicenda”.

La giurisdizione indiana però in un primo tempo l’avevamo accettata. Abbiamo indennizzato le famiglie dei pescatori uccisi, convinti forse che questo atto, in uno stato con una forte minoranza cristiana (i cristiani, contrariamente a quanto molti pensano, non sono maggioranza in Kerala) sarebbe stato letto come un gesto di carità e di pacificazione. Mentre agli occhi indiani, è apparso come una indiretta, ma chiara, ammissione di colpevolezza e come un tentativo arrogante di “comprare” il silenzio delle vittime.

Oltre una politica estera euroatlantica
Carità cristiana e karma sono categorie agli antipodi: una delle contraddizioni maggiori in tutta questa vicenda è stata la nostra a dir poco imperfetta conoscenza della forma mentis politica e delle sensibilità psicologiche degli indiani, cui ci siamo rivolti con un mix di condiscendenza terzomondista e di timore reverenziale per il nuovo gigante emergente della politica mondiale.

Paghiamo anche qui il prezzo della storica dominante euroatlantica della nostra politica estera, che ci ha portati a trascurare aree nelle quali avevamo ruolo e interessi, senza mai riuscire a tradurli in una vera politica. Il nostro “crisis cabinet”, quando è stato finalmente costituito, avrebbe potuto trarre vantaggio dalle indicazioni di quei pochi esperti, in Italia, che l’India la conoscono per davvero

Non è stato così (non rientra, questa logica collegiale, nella tradizione del nostro paese: troppo “anglosassone”…) e si è avuta più di una sensazione di dilettantismo e improvvisazione, con quegli appelli a Washington e Londra, le telefonate col Segretario di Stato statunitense, le mediazioni da affidare a personaggi come Hilary Carter.

Gli Stati Uniti, incappati qualche settimana dopo in un incidente simile al largo delle coste indiane, si erano ben guardati dal rispondere agli appelli e avevano tranquillamente tirato dritto: anche loro come gli indiani, si saranno detti stupiti di quanto balbettante fosse la nostra reazione.

Tramontata la minaccia della Nia con connessa teorica possibilità di condanne a morte (anche questa, largamente frutto di timori italiani autoindotti, anziché di vere determinazioni indiane), resta il fatto che ben difficilmente l’India rinuncerà a ribadire la propria competenza nel giudicare i nostri marò. A questo punto, che cosa fare?

Tutte le alternative si presentano problematiche. Un processo rapido, con una condanna relativamente mite e la possibilità di scontare la pena in Italia, presupporrebbe innanzitutto che la Convenzione di assistenza giudiziaria possa essere applicata prima che la sentenza divenga definitiva. Anche così, otterremmo il notevole risultato di accettare che due nostri militari in servizio di Stato vengano condannati in un altro paese per un omicidio non commesso.

Possibilità arbitrato internazionale
Una volta in Italia poi, probabilmente li libereremmo subito, dando un altro colpo alla possibilità di tornare ad una normalità di rapporti con l’India. C’è la via, di cui molto si parla al momento, del ricorso ad un arbitrato internazionale, dimenticando che da un lato l’India potrebbe frapporre ostacoli procedurali, e dall’altro che i tempi della procedura sarebbero comunque lunghi. Senza contare che i nostri marò non sono liberi di lasciare l’India e è a dir poco improbabile che Delhi acconsenta a trasferirli, non dico in Italia, ma anche in un paese terzo in attesa del giudizio.

Non resta che aspettare l’esito delle elezioni. Quale che ne sia il risultato, la “carta italiana” che molto ha giocato nella campagna elettorale, avrà esaurito la sua funzione. Ciò tanto nel caso di una vittoria del partito del Congresso, come in quello del probabile successo del nazionalista Narendra Modi. Il quale, avendo utilizzato la carta italiana a suo vantaggio, non avrebbe più grande interesse a continuare a servirsene e potrebbe preferire chiudere con un minimo di perdita di faccia un capitolo che potrebbe nel tempo creare complicazioni a più ampio raggio.

In attesa delle elezioni, ha senso continuare a rivendicare pubblicamente e con forza il nostro buon diritto a sottoporre la questione alla giurisdizione italiana. Preparando allo stesso tempo, senza troppa fanfara, un piano B da negoziare con il vincitore delle elezioni. Le vie ci sono e anche la magistratura indiana – senz’altro la più autorevole e indipendente del continente asiatico – non è sorda alle esigenze della politica.

Quando avremo messo una pezza definitiva a questa vicenda, potremo tornare a farci alcune domande. Ad esempio: chi diede davvero l’ordine alla Enrica Lexie di entrare in porto? L’armatore, preoccupato del rischio di perdere lucrosi contratti in India? Lo Stato Maggiore della Marina, per distrazione, leggerezza od errore? Qualcun altro?

Così come sarà interessante chiedersi come mai, a oltre due anni dal fatto, il Parlamento non abbia trovato un straccio di tempo per modificare la normativa a suo tempo prodotta da Ignazio La Russa, il cosiddetto “decreto missioni”, che prevedeva la presenza di militari su navi civili senza però stabilire per bene le linee di comando e le funzioni. Normativa che è all’origine di questo pasticcio e che, un domani, potrebbe provocarlo in qualche altra parte del mondo.

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