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Zona euro

Le riforme per l’Italia in Europa

25 Mar 2014 - Marcello Messori - Marcello Messori

Insieme alla Croazia e alla Slovenia, l’Italia ha squilibri eccessivi che minacciano la stabilità degli altri paesi dell’Unione europea (Ue) e che devono essere – quindi – contrastati con risposte immediate di politica economica, se si vuole evitare l’avvio della relativa procedura di infrazione.

Italia sul banco degli accusati
Questo il giudizio che la Commissione europea ha comunicato nella riunione del 5 marzo scorso, mostrando i risultati del suo esame approfondito della situazione di diciassette stati membri con squilibri macroeconomici.

Le risposte di politica economica per rimediare agli squilibri evidenziati dalla Commissione andranno inserite nei programmi di stabilità e di convergenza e in quelli di riforma nazionale che l’Italia è tenuta a predisporre entro la metà del prossimo mese di aprile per adempiere alle regole del semestre europeo. I contenuti definitivi e fattuali di tali policy dovranno essere, poi, concordati con il Consiglio dell’Ue e sottoposti al monitoraggio della stessa Commissione.

Anche gli squilibri macroeconomici di Irlanda, Spagna e Francia hanno sollecitato specifiche azioni di policy; e persino i surplus tedeschi di parte corrente sono stati considerati meritevoli di “stretta attenzione”. Eppure, in nessuno di questi altri casi gli squilibri macroeconomici sono stati trattati come eccessivi e hanno, quindi, innescato una pressione europea per l’adozione di immediate riforme.

Ne deriva che, ancora una volta, l’Italia si trova sul banco europeo degli accusati ed è sollecitata a svolgere in tutta fretta i suoi più urgenti compiti a casa.

L’ovvio interrogativo è, quindi, se esista un inaccettabile atteggiamento punitivo nei confronti del nostro paese da parte delle istituzioni europee oppure se le fragilità italiane costituiscano un’effettiva minaccia per la stabilità dell’area dell’euro e impongano reazioni immediate.

Procedura di infrazione per squilibri macroeconomici
Chiunque abbia avuto occasione di discutere con i responsabili di policy o con qualche influente consigliere di stati membri centrali dell’Ue sa che le istituzioni italiane non godono di grande fiducia presso la burocrazia di Bruxelles e presso le altre capitali europee. Ciò non sembra, però, aver condizionato la decisione riguardo ai nostri squilibri eccessivi. Basta infatti scorrere le trenta righe dedicate dalla Commissione europea agli specifici problemi dell’economia italiana per ritrovare temi ben noti ma non per questo meno fondati e condivisibili.

Il sistema economico italiano è stretto in un circolo vizioso che richiede un insieme di interventi strutturali di policy per essere spezzato. L’elevato ammontare del debito pubblico italiano e la scarsa competitività del nostro apparato produttivo tendono, infatti, a sfociare in una stagnazione e in una deflazione che rischiano di bloccare ogni prospettiva di crescita di lungo termine e che sono economicamente e socialmente insostenibili.

Urge quindi ripristinare il nostro potenziale di crescita, rimuovendo i principali ostacoli al ripristino di una positiva dinamica delle varie forme di produttività e alla connessa riorganizzazione di gran parte delle imprese italiane dell’industria e dei servizi.

L’economia italiana ha una dinamica stagnante della produttività da più di quindici anni e ha un settore bancario che, pur continuando a detenere il quasi-monopolio dell’intermediazione finanziaria, ha ‘tagliato’ i finanziamenti alle imprese in modo irreversibile.

Pertanto, se l’adozione di innovazioni tecniche e organizzative non diventa la strategia privilegiata di comportamento della maggior parte degli imprenditori italiani e se il finanziamento extra-bancario non diventa in grado di colmare i vuoti lasciati dal credit crunch, il nostro paese non ha alcuna possibilità di sottrarsi a una procedura di infrazione per squilibri macroeconomici derivanti da insufficiente dinamica delle varie forme di produttività, scarsa competitività, vincoli stringenti ai finanziamenti delle imprese, insufficiente capacità di attrazione rispetto agli investimenti extra-nazionali, ammontare abnorme di debito pubblico.

Per giunta, tale procedura sarebbe lo specchio dell’insostenibilità del debito pubblico italiano e dell’inadeguatezza dei rapporti fra finanza e imprese per l’innovazione.

Stimoli e riforme
Le prospettive di crescita dell’economia italiana non possono esaurirsi in interventi di policy concentrati sul rilancio della domanda aggregata. Data la lunga fase di recessione (metà 2008 – fine 2009; metà 2011 – fine 2013), è evidente che la nostra economia richiede stimoli di brevissimo periodo dal lato della domanda per ricollocarsi su un potenziale sentiero di sviluppo.

Se si vuole però evitare che si tratti di una semplice fiammata prima di una ricaduta nella stagnazione, risulta essenziale avviare una serie di riforme che trasformino le molte ‘esternalità’ negative (farraginosità amministrative, inefficienze della giustizia civile, carenza di ‘capitale sociale’) in esternalità positive, che spingano gli investimenti innovativi, che rimuovano i principali ostacoli alla riorganizzazione delle imprese.

Ciò implica che la posizione italiana nei Consigli europei non deve puntare sulla ricontrattazione del deficit pubblico per il rilancio della domanda aggregata di breve termine, ma deve accordarsi su una gestione flessibile del debito pubblico nel medio termine.

Si tratta cioè di ‘scambiare’ le riforme strutturali che dobbiamo comunque effettuare con urgenza ma che non abbiamo ancora avviato con una determinazione del peso quantitativo di quei fattori di elasticità rispetto alla riduzione annuale del debito pubblico che sono già previsti nel Six Pack e nel Fiscal compact (ricchezza privata, sostenibilità del sistema pensionistico, e così via).

La minaccia europea di aprire nei confronti dell’Italia una procedura di infrazione per squilibri macroeconomici eccessivi potrebbe così accelerare l’avvio di riforme, che vanno comunque messe subito in cantiere, e attenuare i rischi di insostenibilità nella gestione del nostro debito pubblico dal 2016.

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