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Crisi Ucraina

Le ambizioni pericolose dello zar Putin

17 Mar 2014 - Gian Luca Bertinetto - Gian Luca Bertinetto

L’opinione pubblica italiana ha reagito con indifferenza e anche un certo fastidio alle notizie di grandi manifestazioni filo-europee in Ucraina. Quando si è visto che le proteste duravano oltre ogni previsione, malgrado dure repressioni, molti commentatori hanno cominciato a sostenere che in fondo quelle manifestazioni non erano per l’Europa, ma per l’indipendenza dell’Ucraina e contro un Presidente regolarmente eletto.

Allarme fascismo dai media russi
Quando la protesta si è radicalizzata di fronte a leggi liberticide ed alla minaccia incombente di una totale, sanguinosa repressione, gli stessi commentatori hanno lanciato allarmi contro pericolosi fascisti e razzisti antirussi, che guidavano violente manifestazioni contro un governo legittimo.

Poi, quando le forze che sostenevano Yanukovich si sono improvvisamente liquefatte, dopo un tentativo fallito di repressione, si è parlato di una “crisi ucraina”, che metteva in pericolo la pace e l’ordine internazionale. La crisi si è prontamente materializzata in Crimea, con una valanga di notizie di una popolazione minacciata dai “fascisti” di Kiev, che chiedeva protezione alla Russia.

Non basta questa sequenza di esempi a mostrare che siamo spesso a rimorchio della sottile e spregiudicata propaganda dei media russi, controllati dal Cremlino? Senza la cortina fumogena delle dichiarazioni dei leader russi, la realtà dei fatti può essere semplicemente riassunta così: Putin ha esercitato lo scorso novembre una forte pressione per distogliere il Governo ucraino da un accordo con l’Ue, e a fine febbraio ha reagito all’imprevisto successo della rivolta contro il regime Yanukovich, con minacce militari contro l’Ucraina e con l’occupazione della Crimea.

Proviamo ad esaminare nell’essenziale, basandoci solo sui fatti accertabili, la situazione in Ucraina, la strategia russa, e la possibile risposta dell’Occidente.

Rivolta di Euromaidan
Dopo vari cicli di repressioni e tentativi di mediazione di autorevoli politici ucraini (sempre poi sabotati dagli uomini del regime), nell’inerzia delle istituzioni europee, la Germania ha preso l’iniziativa di una missione di tre Ministri europei, che il 21 febbraio hanno mediato un accordo fra Yanukovich ed i leader dell’opposizione (mentre il rappresentante russo si riservava libertà d’azione).

Si stava intanto accelerando un processo, che la stessa opposizione non aveva previsto, né sperato in quelle dimensioni: dopo le stragi dei giorni 18-20 febbraio, le istituzioni statali stavano abbandonando il regime, molti oligarchi (spaventati dalle minacce di sanzioni americane ed europee) prendevano posizioni ambigue, ed i parlamentari filogovernativi cambiavano velocemente campo.

È bastato che un giovane ribelle ponesse una condizione supplementare (l’immediata messa in stato d’accusa del Presidente) perché Yanukovich fuggisse precipitosamente, abbandonato da tutti. Il Parlamento, l’unica istituzione legittima ancora funzionante, ha poi applicato tutti gli accordi del 21 febbraio (unica variante: l’incriminazione di Yanukovich per strage) ed ha eletto un Governo provvisorio, in attesa di elezioni.

In una situazione di rivolta popolare contro un regime corrotto, violento e privo di scrupoli democratici, non si poteva chiedere di più. Sostenere che quel Governo è illegittimo, come pretende Putin, rischia di fornire un avallo ad un intervento militare russo.

Dalla Crimea all’Ucraina orientale
La Russia è impegnata nello sforzo di recuperare il suo status di grande potenza. Ottenere successi in questo campo è importante per Putin anche per assicurare il suo potere interno, di fronte a crescenti difficoltà economiche ed ai problemi interni della Federazione, in cui i cittadini di etnia russa sono solo circa la metà.

L’annessione della Crimea, carica di valori simbolici per il nazionalismo russo, significa per Putin un successo sul piano interno contro le forze di opposizione democratica, tale da far apparire irrilevante il costo politico di fronte all’opinione internazionale.

Una tentazione addizionale per il Cremlino potrebbe essere l’occupazione di alcune regioni sud orientali dell’Ucraina, con notevoli infrastrutture industriali, anche se in questo caso la controindicazione politica sarebbe più costosa.

Certo Putin potrebbe accontentarsi di questo non indifferente bottino (tra l’alro la Crimea porterebbe con sé anche una notevole modifica al mare territoriale, con possibili ricadute petrolifere). Ma la tattica scaltra e prudente fin qui seguita, suggerisce anche un’altra ipotesi: il vero obiettivo strategico di Putin è portare l’Ucraina nell’Unione euroasiatica, insieme alla Bielorussia ed al Kazakhstan.

Per riuscirci, potrebbe usare un misto di minaccia militare e di pressioni economico-politiche, per scoraggiare l’Ucraina dal ritorno al negoziato con l’Ue ed indurre i titubanti europei a prendere tempo, per allontanare il calice ucraino. Naturalmente il Governo ucraino dovrebbe tornare in mano ad un suo fiduciario, con forze sufficienti a tenere fermamente il potere.

Europa e Stati Uniti
Molti autorevoli commentatori consigliano di evitare risposte bellicose e di venire incontro il più possibile alle sensibilità russe, per evitare un ritorno alla guerra fredda. Ovviamente dobbiamo rassicurare il Cremlino, in ogni utile modo, che non siamo mossi da intenti ostili alla Russia, anzi che vorremmo riprendere a costruire una “casa comune”.

Ma non possiamo solo essere motivati da considerazioni di forniture petrolifere. Per reagire adeguatamente alla “crisi ucraina”, dobbiamo tenere a mente con chiarezza che nessuno ha minacciato la Russia, che nessuno ha minacciato la Crimea o i crimeani, che né gli Usa né l’Ue hanno ambizioni di alcun genere sull’Ucraina, né intendono usarla contro la Russia.

Giustificare le ambizioni di Putin con un “senso di insicurezza” causato dalla fine della guerra fredda, venticinque anni fa, è una metafora psicanalitica, non una utile considerazione di Realpolitik. L’appeasement ha raramente prodotto frutti duraturi.

Soprattutto Europa e Stati Uniti non possono trattare l’Ucraina come un Paese a sovranità limitata, oggetto di compromessi fra le grandi potenze: se dobbiamo farlo, come extrema ratio, dobbiamo ricordarci che proprio così stiamo tornando alla prassi della guerra fredda. Ma in nessun caso possiamo avallare la minaccia e l’uso della forza, per le ripercussioni che ne deriverebbero sulla situazione mondiale.

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