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Crisi ucraina

Cosa vede l’occhio di Mosca

25 Mar 2014 - Paolo Calzini - Paolo Calzini

Annettendo la Crimea alla Russia, in violazione dei principi del diritto internazionale, così precipitosamente e agendo in modo tanto brusco e drastico, Vladimir Putin ha voluto dare un’inequivocabile dimostrazione di forza.

Tale dimostrazione era certo rivolta all’Unione europea e agli Stati Uniti, ma anche, in misura altrettanto rilevante, alla società russa, per rivalsa rispetto a quello che rappresenta, sul piano geostrategico, la perdita dell’Ucraina.

Una mancata reazione all’uscita del “paese fratello” dalla sfera di influenza del Cremlino avrebbe infatti comportato il crollo dell’immagine di leader forte ed efficiente, fautore della restaurazione, del prestigio e della potenza della Russia.

Per Putin, dare una risposta risoluta a quella che viene considerata l’ennesima manifestazione di “interventismo occidentale” a sostegno di un movimento rivoluzionario portatore di un cambio di regime, in un’area di importanza cruciale per gli interessi nazionali e l’identità russa, costituiva un imperativo irrinunciabile.

Colto di sorpresa dagli sviluppi che hanno portato all’abbattimento del governo di Viktor Yanukovic, la reazione del presidente russo si iscrive nella logica di una politica difensiva/aggressiva, in un clima di risorgente nazionalismo. Definirla un’iniziativa di neo imperialismo, espressione di una presunta “dottrina Putin”, versione aggiornata della “dottrina Brežnev”, appare d’altra parte riduttivo e fuorviante.

Se l’Ue si espande la Russia trema
Altro e assai più complesso si configura il contesto in cui si trova oggi ad operare Mosca, rispetto a quello chiaramente definito dalla presenza di due blocchi contrapposti in cui operava l’Urss ai tempi della guerra fredda.

Ad essere messo a dura prova, questa volta, è l’impianto della strategia russa impegnata nella competizione con l’Ue nell’area di comune vicinato, intermedia fra Bruxelles e Mosca, e significativamente non definita da quest’ultima come parte dell’estero vicino.

In questa regione, per il posto che occupano nei rapporti di forza est-ovest la Bielorussia, l’Ucraina, la Moldavia e la Georgia, è in gioco il ruolo della Russia, grande potenza regionale aspirante a una presenza globale.

La perdita di influenza sull’Ucraina e il suo riavvicinamento alle potenze occidentali, come sembra ormai pressoché inevitabile anche se i tempi e le forme di tale processo sono ancora difficili da prevedere, infligge alla Russia un colpo durissimo.

In primo luogo, Mosca è fortemente preoccupata per l’avanzata dell’occidente a ridosso del territorio russo, da essa percepita come una manovra tesa all’accerchiamento della Russia nello spazio del continente europeo.

Una strategia questa che Mosca giudica aggressiva, volta a sanzionare il suo isolamento mediante una graduale penetrazione nei paesi post-sovietici limitrofi, che Mosca continua tradizionalmente a considerare come elementi portanti di un bastione di sbarramento a difesa del fronte Ovest.

La soft policy europea funziona
La promozione dell’influenza dell’Ue attraverso il Partenariato orientale si va rivelando infatti, al di là delle intenzioni dei suoi stessi promotori, un’iniziativa dirompente degli equilibri politico-strategici della regione.

Il richiamo ai valori occidentali, comunque interpretati, in quella che si rivela una riuscita operazione di “soft policy”, ha funzionato, come dimostra il caso ucraino, da detonatore dei fermenti presenti in quelle società, mettendo allo scoperto le contraddizioni latenti alla base dei regimi emersi dall’implosione dell’Urss.

Anche se sarebbe azzardato attendersi una generalizzata diffusione del fenomeno all’intera area post-sovietica, non è da escludere che, con la firma del trattato di adesione all’Ue, anche Moldavia e Georgia optino per un graduale allontanamento da Mosca.

Senza Kiev l’Unione eurasiatica non s’ha da fare
In secondo luogo, il Cremlino deve tener conto degli effetti che la crisi ucraina potrebbe avere sulla messa in opera dell’Unione economica eurasiatica, fra Russia, Kazakhistan e Bielorussia, voluta personalmente da Putin per dar vita a un’ampia area economica integrata.

Un progetto ambizioso, valutato con attenzione anche in alcuni ambienti occidentali, perché impostato apparentemente su basi più mirate ed efficaci di quanto finora aveva caratterizzato la strategia regionale russa.

Destinato a fornire a Mosca le basi economiche, e in prospettiva politiche, sufficienti per assicurarle – vista la collocazione strategica e la dimensione territoriale di questa nuova formazione – la guida di un centro di forza a livello mondiale, il progetto rischia ora di trovarsi in difficoltà.

Venuta meno, con l’ascesa a Kiev di un governo su posizioni antirusse, l’ipotesi di adesione dell’Ucraina, che di tale Unione avrebbe dovuto costituire un elemento portante, l’attuazione di questo schema si rivela problematico. Non sarà certo l’adesione dell’Armenia o di alcune repubbliche centro-asiatiche, infatti, a fornire all’iniziativa quella dimensione progettuale che avrebbe contribuito a rafforzare il ruolo della Russia come grande potenza in ascesa.

Effetti delle sanzioni contro il Cremlino
In terzo luogo, infine, ed è il dato di maggior rilievo e allo stesso tempo più difficile da valutare, c’è l’impatto che la somma dei più recenti sviluppi potrebbe avere sull’evoluzione del regime russo. Nonostante sul piano interno il quadro complessivo appaia improntato alla stabilità, l’avvenuta adozione di una serie di misure repressive e di controllo nei confronti di singoli oppositori e degli organi di informazione non allineati sembra suggerire una certa preoccupazione.

A livello di opinione pubblica, le reazioni all’annessione della Crimea e più in generale alla volontà del governo di far fronte, anche con le armi, a quelle che sono percepite come potenziali minacce alla sicurezza nazionale, appaiono contrastanti.

Alle manifestazioni per la pace, contro l’ipotesi di interventi militari nei territori sud-orientali dell’Ucraina, fa riscontro un diffuso atteggiamento, alimentato dal patriottismo, a favore di una politica di fermezza nei confronti dell’occidente. Le scene di violenza che hanno accompagnato la caduta del governo ucraino hanno suscitato forte apprensione in una società che privilegia, al di sopra di ogni altra considerazione, il mantenimento della stabilità.

Questi due sentimenti, l’attaccamento ai valori della nazione russa e il rifiuto di un cambio di regime ottenuto con la forza, giocano a favore del governo in carica, come dimostra l’adesione a questa posizione anche di quella parte della società russa che si oppone al Cremlino.

Sul piano esterno, d’altra parte, anche se per ora le conseguenze appaiono limitate, i provvedimenti di ritorsione decretati dalle potenze occidentali con il minacciato isolamento diplomatico della Russia e soprattutto l’applicazione di sanzioni a livello economico-finanziario, rischiano di mettere in difficoltà Mosca.

Sono in primo luogo gli oligarchi colpiti nei loro interessi personali ad essere allarmati, ma più in generale è il gruppo dirigente, politico-amministrativo che fa capo a Putin a temere i contraccolpi che queste misure potranno provocare, in prospettiva, sull’economia del paese.

Un’economia al cui andamento è legata la capacità di assicurare un livello di vita accettabile al grosso della popolazione: condizione essenziale per assicurare al regime la quota di consenso, se non proprio la legittimità, indispensabile alla sua sopravvivenza.

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