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Obama in Arabia Saudita

Barack alla ricerca dell’alleato perduto?

29 Mar 2014 - Silvia Colombo - Silvia Colombo

A conclusione di una settimana che ha contribuito a mettere in risalto quanto l’Europa sia nuovamente l’alleato di punta per gli Stati Uniti all’indomani dello scoppio della crisi ucraina, il presidente statunitense Barack Obama ha compiuto un’altra missione delicata in un altro contesto alquanto turbolento.

La visita in Arabia Saudita del 28-29 marzo, programmata da tempo, giunge in un momento caratterizzato dalla profonda distanza tra i due alleati storici andatasi aggravando negli ultimi mesi. Allo stesso tempo, la tempistica ha permesso di cogliere alcune opportunità non soltanto per riaffermare le relazioni bilaterali tra i due paesi ma anche per porle su nuove basi.

Crescente distanza tra Washington e Golfo Persico
I drammatici cambiamenti avvenuti nella regione mediorientale negli ultimi tre anni hanno evidenziato le profonde differenze tra Washington e gli stati arabi del Golfo Persico, in particolare l’Arabia Saudita. La sensazione di una Casa Bianca che sta battendo in ritirata dalla regione, ignorando gli interessi dei propri alleati o addirittura sacrificandoli, come nel caso del negoziato avviato con l’Iran che potrebbe condurre a un accordo sul dossier nucleare, è estremamente sentita nelle capitali del Golfo.

Guidati dall’Arabia Saudita, i regimi del Consiglio di cooperazione del Golfo, con l’eccezione del Qatar, hanno criticato Washington anche per aver sottovalutato la minaccia della Fratellanza Musulmana nella regione e per la pericolosa esitazione mostrata di fronte al possibile intervento militare in Siria.

L’annuncio di un ‘pivot’ strategico verso l’Asia e il ritiro quasi completo delle forze militari dall’Iraq e dall’Afganistan non hanno fatto che far risuonare ulteriori campanelli d’allarme.

Sul versante interno, la risposta dei regimi del Golfo al potenziale di mobilitazione popolare innescato dalle rivolte arabe nel 2011, ha portato a un aumento della repressione.

I modesti, ma incoraggianti, passi verso la liberalizzazione compiuti dai paesi della regione nell’ultimo decennio hanno subito un arresto o in molti casi una preoccupante regressione tra incarcerazioni, espatri forzati e leggi sulla censura draconiane.

Che cosa possono fare gli Stati Uniti per mantenere aperto un canale di dialogo con questo alleato strategico? La prima parola d’ordine è rassicurare.

Sauditi preoccupati dal dialogo Usa-Iran
Dall’autunno del 2013, il focus principale della strategia americana nei confronti dell’Arabia Saudita e degli altri alleati del Golfo è stato quello di cercare di tranquillizzarli sul fatto che gli Stati Uniti non sono insensibili alle preoccupazioni dei propri partner per quanto riguarda le minacce regionali, in particolare quelle che provengono dall’Iran, e che sono disponibili a continuare a collaborare per garantire la loro sicurezza.

All’atto pratico, ciò si è concretizzato nel flusso ininterrotto di forniture militari, che è in costante aumento grazie al programma Foreign Military Sales (Fms), e nell’annuncio di un piano per l’espansione del quartier generale della Quinta Flotta della marina americana in Bahrain.

Tali rassicurazioni non saranno però sufficienti nel medio-lungo termine a rilanciare il rapporto bilaterale tra Stati Uniti e Arabia Saudita su nuove basi.

L’obiettivo della visita di Obama è quello di riaffermare il fondamentale legame tra riforme non di facciata, pur pilotate e implementate dall’alto, nel campo delle istituzioni politiche, del settore della sicurezza e del riconoscimento dei diritti e delle libertà fondamentali dei cittadini, e la stabilità del paese, stabilità che gli Stati Uniti non mancheranno di assicurare al proprio alleato.

L’idea che lo status quo politico in Arabia Saudita, e nella regione in generale, non sia sostenibile ha iniziato da qualche tempo a circolare all’interno dell’amministrazione statunitense ed è stata sostenuta apertamente dal Segretario alla Difesa Chuck Hagel a dicembre 2013 durante i Manama Dialogues.

A tal fine, Washington dovrebbe sostenere un nuovo approccio di tipo olistico nei confronti della sicurezza dei propri alleati del Golfo, sicurezza che prenda in considerazione anche le cause all’origine delle espressioni di malcontento popolare di tipo politico e sociale, al fine di prevenire minacce interne concrete nei confronti dei regimi al potere. Questo a beneficio non soltanto dei paesi della regione, ma anche degli Stati Uniti e dei loro interessi.

Crisi interna al consiglio di cooperazione del Golfo
Molti si chiedono se questa strada sia percorribile data l’attuale situazione di lacerazione che esiste tra i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo e che ha impedito l’organizzazione di un incontro collettivo tra il presidente americano e i membri del Consiglio.

La risposta è che dato che molti dei problemi tra gli alleati della regione derivano proprio da questioni interne, in primis il complesso rapporto di alcuni regimi con la Fratellanza Musulmana, ma hanno avuto un impatto devastante sul quadro di cooperazione regionale, un approccio olistico alla sicurezza come quello appena descritto potrebbe sortire qualche effetto positivo nell’eliminare all’origine i motivi del contendere.

Accanto a ciò, vi è bisogno di ricreare le condizioni per facilitare una maggiore coesione tra i paesi del Golfo sul versante della cooperazione in materia di sicurezza.

A tal proposito gli Stati Uniti – quale attore che attualmente garantisce l’approvvigionamento di questo bene così prezioso per i paesi della regione – dovrebbero puntare a promuovere quelle esperienze che hanno visto i paesi della regione cooperare con successo, quale la sicurezza marittima, e che presentano meno rischi di essere paralizzate dalle attuali tensioni politiche.

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