IAI
Afghanistan

Alle radici della relazione Roma-Kabul

14 Mar 2014 - Nicola Pedde - Nicola Pedde

La storia del rapporto tra Italia ed Afghanistan ha radici lontane, consolidate nel 1919 con il riconoscimento dell’indipendenza e nel 1921 con l’avvio delle relazioni diplomatiche, rafforzate nel decennio successivo dal 1936 al 1944 dalla straordinaria azione dell’allora ministro plenipotenziario Pietro Quaroni.

Il turbolento dopoguerra, e la successiva conflittualità interna all’Afghanistan, vanificarono la definizione di una concreta relazione tra Roma e Kabul per lungo tempo, cessando integralmente con la presa del potere da parte dei talebani.

Opposizione ai talebani
Gli afgani avevano invece sempre guardato all’Italia con grande interesse, come dimostrato in loco dal peso della nostra – isolata, e inascoltata – delegazione diplomatica, e dal fatto che ben due sovrani afgani scelsero l’esilio a Roma.

Solo nel 1999, tuttavia, l’Italia decide di tornare alla politica attiva in Afghanistan, organizzando a Roma la prima Loya Jirga delle forze di opposizione ai talebani e costituendo l’anno successivo insieme a Stati Uniti, Germania e Iran il cosiddetto “Gruppo di Ginevra”, per favorire il sostegno alle formazioni locali non radicali.

Il rinnovato corso delle relazioni tra Italia e Afghanistan entra tuttavia in una nuova e profondamente differente fase nel 2001, successivamente all’intervento della coalizione guidata dagli Stati Uniti che provocherà in breve tempo la caduta del regime talebano.

Isaf
L’Italia partecipa dal dicembre del 2001 alla missione Isaf, con un contingente di crescenti dimensioni ed un impegno che la vedrà assumere il comando della stessa missione dal 4 agosto 2005 al 4 maggio 2006.

Al tempo stesso viene affidato a Roma il mandato per la riforma del sistema di giustizia, che l’Italia affronta con impegno e non senza difficoltà.

Il conflitto del 2001 e la lunga missione militare che ne seguirà stravolgono tuttavia la sostanza dell’interesse politico italiano in Afghanistan. A ragioni di natura politica, così come definite tra il 1999 e il 2000, si sostituisce bruscamente quella derivante dalla partecipazione militare in seno ad Isaf a partire dal 2001, con un radicale mutamento nella struttura di gestione del rapporto bilaterale.

La partecipazione militare italiana avviene quindi non tanto nel contesto di una progettualità politica del rapporto tra Roma e Kabul, quanto nell’ambito dello speciale rapporto tra l’Italia di Silvio Berlusconi e gli Stati Uniti di George W. Bush.

Viene quindi definita una modalità di partecipazione del tutto funzionale a questo rapporto, con una prevalenza della dimensione militare su quella politica ed economica e con la conseguente cristallizzazione nella gestione di operazioni sul terreno, di sempre maggiore complessità e pericolosità.

Accordo sul partenariato e la cooperazione
La componente economica del rapporto tra l’Italia e l’Afghanistan diviene quindi funzionale alla predominante dimensione militare, facendo registrare forti incrementi dell’export italiano nel paese, sebbene nell’ambito di partite dal valore economico pressoché nullo. Irrilevante è invece il valore dell’import dall’Afghanistan, anche in questo caso sostenuto più da programmi finanziati che non da una reale capacità di sistema.

Nel novembre del 2012 viene poi ratificato da parte italiana l’accordo sul partenariato e la cooperazione di lungo periodo, in previsione della trasformazione del ruolo in ambito Isaf e nell’ottica di costruire future – quanto ipotetiche – prospettive di relazione tra i due paesi.

Alla vigilia del termine della missione Isaf – che di certo non significa il termine dell’impegno militare italiano, ma che sarà prodromico ad una profonda trasformazione dell’impiego sul terreno – l’Italia si presenta ancora una volta con una visione del rapporto bilaterale assai confusa e di scarsa portata temporale.

Futuro nebuloso
Non è chiaro cosa accadrà all’Afghanistan nel corso dei prossimi anni, né quale sarà la capacità di avviare un virtuoso processo di sviluppo capace di generare quelle fondamentali risorse per l’indipendenza economica della nazione.

Non è chiaro nemmeno quale possa essere nel medio periodo la capacità del paese di provvedere alla propria sicurezza, in assenza di un costante gettito finanziario per il sostentamento dell’esercito e della polizia afgana.

E non è conseguentemente chiaro quale possa essere il futuro delle relazioni tra Italia ed Afghanistan, alla luce soprattutto di un progressivo e costante taglio di risorse all’apparato della difesa, ma anche della generale e perdurante assenza di una seria riflessione sulla dimensione dei nostri futuri interessi in loco.

La mancanza di una più strutturata riflessione circa la dimensione politica ed economica del rapporto tra l’Italia e l’Afghanistan, unitamente al sostanziale fallimento della comunità internazionale nel ripristinare i fondamentali per la rinascita di un sistema economico e sociale, comporta oggi una evidente difficoltà di transizione dall’attività propriamente militare a quella post-bellica.

Con lo spettro, ancora una volta, di concludere una costosissima missione senza ricavarne in sostanza nulla sotto il profilo della sicurezza e della stabilità, dell’economia e degli investimenti, e più in generale dell’interesse nazionale.

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