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Sud Sudan

Paese nuovo con problemi antichi

17 Feb 2014 - Giorgio Musso - Giorgio Musso

La seconda sessione dei negoziati organizzati dall’Inter-Governmental Authority on Development (Igad) sulla crisi sud sudanese si è aperta ad Addis Abeba l’11 febbraio. Benché siano trascorsi solamente due mesi dallo scoppio delle violente ostilità tra governo e opposizione, l’organizzazione regionale che riunisce i Paesi dell’Africa nord-orientale avrà bisogno di molto tempo per tentare di sanare le ferite venutesi a creare.

Al di là degli eventi contingenti, infatti, le radici dell’attuale crisi vanno rintracciate nei nodi irrisolti della nascita del più giovane Stato africano, figlio della più lunga guerra civile combattuta nell’Africa post-coloniale.

Al di là degli eventi contingenti, infatti, le radici dell’attuale crisi vanno rintracciate nei nodi irrisolti della nascita del più giovane Stato africano, figlio della più lunga guerra civile combattuta nell’Africa post-coloniale.

Khartoum addio
“Goodbye Khartoum!”, recitavano innumerevoli striscioni innalzati a Juba, capitale del Sud Sudan, in occasione delle celebrazioni per l’indipendenza tenutesi il 9 luglio 2011.

Acquistata al prezzo di due guerre civili (1962-1972, 1983-2005), l’autodeterminazione sembrava segnare un nuovo inizio per una popolazione martoriata da decenni di emarginazione e sfruttamento da parte dei governi di Khartoum.

Il Sudan people’s liberation movement/Army (Splm/A), che aveva condotto con successo la lotta di liberazione si proponeva come protagonista indiscusso di questo riscatto. Molti si chiedevano tuttavia se il Movimento fosse pronto a governare uno Stato che aveva bisogno di essere costruito da zero.

Il Splm/A aveva ricevuto un duro colpo dalla morte di John Garang, leader carismatico coinvolto in un incidente aereo pochi mesi dopo la firma del Comprehensive peace agreement (Cpa) con Khartoum nel 2005.

Garang era stato capace di plasmare il Splm/A come una formidabile macchina da guerra, ma aveva occupato quasi in solitaria il palcoscenico politico. Con la sua scomparsa, il Sud Sudan si trovava senza una vera guida politica, in mano ad una classe dirigente formatasi sul campo di battaglia. Inoltre, più di vent’anni di guerra avevano fatto tabula rasa di qualsiasi altra organizzazione, ponendo il Splm/A nella condizione di assumere il potere come un partito unico di fatto.

Fratture mai sanate
Alla mancanza di contendenti non corrispondeva un’equivalente coesione interna al Movimento, attraversato da profonde divisioni, risalenti agli anni della guerra con Khartoum.

La spaccatura più grave si era prodotta nel 1991, quando tre comandanti del Splm/A avevano ripudiato la leadership di Garang, dando inizio a un moltiplicarsi di fazioni dissidenti. Uno degli fuoriusciti era Riak Machar, riappacificatosi con il leader del Splm/A nel 2003 per poi divenire, alla firma del Cpa, vicepresidente del Sud Sudan.

Ciò che sta accadendo in queste settimane assomiglia molto a una riproposizione di quegli eventi, anche se in questo caso si tratta della destabilizzazione di un governo sovrano e non di un movimento di guerriglia, differenza non irrilevante viste le possibili ripercussioni regionali della crisi sud sudanese.

Alla testa dell’opposizione si trova ancora una volta Machar che accusa il presidente Salva Kiir – succeduto a Garang alla guida del Splm/A e del Paese – di gestire il potere attraverso metodi dittatoriali.

Molti, all’interno del Splm/A, rimproverano inoltre al presidente una gestione inefficace dei negoziati post-referendum con Khartoum, la cui posta in gioco – dalla definizione dei proventi delle risorse petrolifere condivise alla demarcazione del confine – è decisiva per il futuro del Sud Sudan. Tra i volti di spicco dell’opposizione, ironia della storia, figurano la vedova di Garang, Rebecca Nyandeng, e il suo figlio maggiore Mabior.

Guerra etnica?
È spontaneo chiedersi come possa Machar dissociarsi completamente dalle azioni di un governo di cui è stato vicepresidente per nove anni.

La natura fondamentale del conflitto va identificata nella perenne contesa per la leadership del Movimento e, attualmente, del Paese. Il fatto che tale lotta si sia trasferita immediatamente sul piano militare, anziché contenersi all’interno del perimetro politico, testimonia come il Splm/A non abbia ancora compiuto la transizione da guerriglia armata a partito politico.

La dimensione etnica, enfatizzata sui media internazionali in seguito ai numerosi massacri avvenuti tra Dinka e Nuer – le due popolazioni maggioritarie in Sud Sudan – è subordinata alla lotta ai vertici del Movimento.

Ciascun leader ha nella propria comunità d’origine la constituency primaria da cui trarre sostegno politico e, se necessario, militare. Una volta scatenati dall’alto, tuttavia, i conflitti etnici tendono ad auto-alimentarsi a causa della minaccia di annientamento reciproco che incombe sulle popolazioni coinvolte.

I negoziati di Addis Abeba, la cui agenda deve essere ancora definita dalle parti, avranno come effetto una probabile scissione del Splm/A, che potrebbe paradossalmente rivelarsi uno sviluppo positivo.

Molto più difficile sarà porre le basi per una progressiva demilitarizzazione della società – politica e civile. I mediatori dell’Igad stanno insistendo perché la soluzione delle questioni di “alta politica” – la probabile formazione di un governo transitorio, nuove elezioni, l’intervento dell’esercito ugandese al fianco del Governo – venga collocata nel contesto di un più ampio processo di riconciliazione nazionale.

Questa è l’unica garanzia affinché non venga firmata una pace di carta, ma è anche una strada lunga e piena di incognite. E le scorciatoie, si sa, sono una tentazione a cui è difficile resistere.

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