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Olimpiadi invernali

Letta a Sochi cerca Roma 2024

6 Feb 2014 - Giuseppe Cassini - Giuseppe Cassini

La nobile iniziativa del barone de Coubertin di convincere le nazioni a gareggiare invece che guerreggiare non ha retto alle dure repliche della storia. Già le due guerre mondiali avevano interrotto il ritmo quadriennale dei Giochi, segnando un primo tradimento dello spirito di Olimpia. Nei tempi antichi, almeno durante le gare, vigeva una Tregua Olimpica fra le litigiose polis greche.

Da Tlatelolco a Monaco
Il peggio però si è visto nei decenni recenti: Città del Messico 1968, funestata dal massacro di Tlatelolco in vista dell’apertura delle Olimpiadi; Monaco 1972, insanguinata nel corso stesso dei Giochi; Mosca 1980, boicottata dagli americani per protesta contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Ovvio che quattro anni dopo Mosca rendesse la pariglia boicottando l’appuntamento di Los Angeles, tanto più che nel frattempo gli Stati Uniti avevano invaso Grenada, aiutato Saddam Hussein ad attaccare l’Iran e messo sottosopra El Salvador e Nicaragua.

Ormai la politica internazionale ha infettato lo sport in maniera incurabile e trattandosi appunto di politica, le ragioni che incitano a “premiare” con la presenza o “castigare” con l’assenza sono volubili.

Perché snobbare Sochi nel 2014 e non Pechino nel 2008? Se proprio si doveva boicottare un evento olimpionico, forse era giusto farlo nel 1936 a Berlino, quando il regime colse l’occasione di esaltare l’ideologia nazista più che l’ideale sportivo. Eppure ricordo che mio padre, invitato a Berlino in quanto ex-campione di tiro al piattello, lodava il livello agonistico di quelle Olimpiadi, pur esecrando la coreografia nazional-socialista.

Gigantismo
Negli ultimi due decenni un ulteriore virus ha contaminato gli appuntamenti olimpionici: il gigantismo. Ne è stato “portatore insano” il Cio, responsabile di aver ammesso troppe competizioni (alcune risibili) e di aver tollerato rovinosi dispendi di risorse finanziarie ed ambientali.

Sochi ne è un esempio preclaro: 51 miliardi di dollari spesi per inseguire il sogno di Pietro il Grande. Lo zar aveva scelto le paludi alla foce della Neva per erigervi la magnificenza di San Pietroburgo. Putin ha scelto l’unica località sub-tropicale della Russia, la mitica Colchide, per ospitare le Olimpiadi invernali… Come se l’Italia le avesse organizzate nel 2006 a Sanremo invece che a San Sicario.

Sulle rive del Mar Nero infatti, si terranno le gare su ghiaccio, giusto nell’area della delicata riserva naturale protetta dall’Unesco. E le devastazioni ambientali (otto cave aperte, falde idriche sconvolte, colate di cemento su pendii scoscesi) interesseranno anche i rilievi scelti per le gare di sci. Intanto, aldilà di quei monti – in Cecenia, in Daghestan, in Inguscezia – gli irriducibili islamisti si preparano a nuove sanguinose sfide da metter in atto dopo le Olimpiadi.

Durante i Giochi, tanto gli atleti quanto gli illustri ospiti saranno ben protetti da ogni pericolo. In compenso però, non potranno muoversi di un passo. Per sicurezza è stato chiuso perfino l’accesso alle bellezze dell’Abkhazia, territorio filo-russo strappato alla Georgia a pochi passi da Sochi.

Letta non diserta
Pur con queste limitazioni, ha fatto bene il presidente Letta a decidere di presenziare all’apertura delle Olimpiadi invernali: solo così si difende il principio di tener separato lo sport dalla politica. Lascia perplessi, invece, la motivazione ufficialmente dichiarata: perorare la candidatura italiana alle Olimpiadi estive del 2024.

Esattamente due anni fa il governo Monti respinse con fermezza le insistenti pressioni del sindaco di Roma, dietro il quale si muoveva una coorte di “promotori” bramosi di candidare la capitale per le Olimpiadi del 2020. Quale città italiana, Roma inclusa, sarebbe adatta ad ospitare un tale evento senza arrecare danni irreparabili al tessuto urbano, attirare torme d’affaristi impresentabili, scavare buchi incolmabili nelle casse statali e comunali?

Fare prima i “compiti a casa”: manutenzione delle città, pulizia negli angoli bui delle opere pubbliche, civismo quotidiano. Infine la domanda: sarebbe pronta Roma nel 2024 a presentarsi come Londra nel 2012?

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