IAI
Governo Renzi

Dall’Europa nessuna cambiale in bianco

22 Feb 2014 - Ferdinando Nelli Feroci - Ferdinando Nelli Feroci

Non c’è dubbio che in Europa si stiano seguendo con un misto di interesse e curiosità, ma anche di disponibilità e apertura, le recenti vicende italiane che hanno portato alla formazione di un nuovo governo, presieduto dal Segretario del Partito democratico, Matteo Renzi.

Sarebbe illusorio pensare che il nuovo governo possa fare affidamento, in Europa, su una sorta di cambiale in bianco, solo perché si presenta con nuovi protagonisti e con una nuova compagine. Ci sarà quindi molta attenzione a Bruxelles e nelle capitali europee per le prime mosse e i primi annunci del governo italiano.

Mantenere gli impegni
Proprio per questo sarebbe un grave errore pensare di poter rimettere in discussione l’impianto complessivo delle regole definite in questi anni sia in materia di controllo delle politiche fiscali e dei bilanci pubblici degli stati membri che in materia di coordinamento delle politiche economiche nazionali.

Sarebbe un altrettanto grave errore presentarsi in Europa con una richiesta di revisione degli impegni assunti dai precedenti governi in materia di riduzione del deficit e in prospettiva del debito, o di rinegoziazione degli strumenti di controllo dei bilanci nazionali.

La situazione italiana è nota in Italia e in Europa. Abbiamo realizzato un significativo consolidamento delle finanze pubbliche (grazie anche a misure che hanno avuto un impatto negativo sulle prospettive di crescita); e possiamo fare affidamento su un avanzo primario che ci qualifica tra i primi della classe in Europa sul fronte del deficit. Continuiamo però a far registrare un debito consolidato, secondo solo a quello della Grecia.

I mercati finanziari manifestano fiducia nei confronti dell’Italia e della sostenibilità del nostro debito pubblico, come testimoniato dall’andamento degli spread di questi ultimi giorni. Continuiamo però a essere il fanalino di coda in termini di crescita.

Rimaniamo infatti il paese dell’Eurozona che fatica di più ad agganciare i pur timidi accenni di ripresa prevista per il 2014 e 2015. E soprattutto, siamo agli ultimi posti in Europa per competitività, produttività, attrazione degli investimenti e altri importanti indicatori che segnalano lo stato di salute dell’economia di un paese.

Sfida credibilità
Per il governo che si insedierà nei prossimi giorni si riproporrà quindi la sfida della credibilità, in primis in Europa e con l’Europa, che è stata al centro delle preoccupazioni dei due governi precedenti.

E la sfida della credibilità si può vincere non tanto sbattendo i pugni sul tavolo di Bruxelles o chiedendo improbabili deroghe sui target per deficit e debito, quanto avviando in maniera convinta, e fin dai primi giorni, un programma di misure di riforma di rapida attuazione e destinate ad accrescere la competitività del sistema Paese.

La lista delle cose da fare è nota: una seria riduzione del cuneo fiscale e una riforma più generale del fisco che consenta di alleggerire il carico fiscale sul lavoro; una riforma del mercato del lavoro che semplifichi le tipologie dei contratti e introduca ulteriori elementi di flessibilità in entrata e in uscita, accompagnata da una riforma dei sussidi disoccupazione; un programma serio di semplificazioni amministrative con impatto immediato sul sistema delle imprese e delle famiglie; una revisione della spesa pubblica che consenta di liberare risorse per investimenti produttivi; uno programma di ulteriori privatizzazioni non solo di immobili ma anche di società pubbliche; una riforma della giustizia che consenta di velocizzare i processi civili; ulteriori interventi mirati a ridurre i fenomeni di corruzione nella pubblica amministrazione a tutti i livelli.

A queste riforme con impatto diretto sulla competitività del sistema paese si dovrebbero accompagnare anche riforme istituzionali destinate a modernizzare l’apparato dello stato e a ridurre i costi della politica.

Flessibilità
Un governo che si presenti in Europa con un programma ambizioso, ma credibile di riforme avrebbe sicuramente buone chance di negoziare con successo margini di flessibilità con la Commissione, ma anche con i maggiori partner, non tanto sul livello del deficit quanto sulla riduzione del debito, sfruttando in maniera costruttiva quegli elementi di flessibilità che sono già previsti dagli strumenti comuni di controllo dei bilanci nazionali, anche nella loro versione più aggiornata.

Lo si potrebbe fare avviando da subito un’interlocuzione con la Commissione sul piano bilaterale per esplorare un percorso che ci consenta di utilizzare questa flessibilità (soprattutto sulla riduzione del debito ed eventualmente sui tempi per la riduzione del deficit) già da quest’anno e ancor più per l’anno prossimo (il primo anno di applicazione della cosiddetta regola del debito).

Ma lo si dovrebbe fare anche su un piano più generale, rilanciando il negoziato sui contratti/partenariati per la crescita che erano stati concordati in linea di principio al Consiglio europeo dello scorso dicembre, ma che dovranno essere definiti in maniera compiuta entro il prossimo ottobre (sotto presidenza italiana della Ue).

Questi contratti offrono infatti un’opportunità da non perdere per realizzare uno strumento più efficace di coordinamento delle politiche nazionali per la crescita in un quadro comune, a condizione che si applichino a tutti i membri dell’Eurozona e che siano accompagnati da convincenti incentivi.

In attesa di poter costruire nel medio termine una autonoma capacità di bilancio dell’Eurozona, l’idea di margini di flessibilità sul debito (ed eventualmente anche sul deficit) in cambio delle riforme si presenta un “trade-off” sicuramente proponibile, probabilmente praticabile e di verosimile interesse anche per altri Paesi dell’Eurozona.