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Medio Oriente

Obama alle prese con la matassa yemenita

22 Gen 2014 - Eleonora Ardemagni - Eleonora Ardemagni

L’accordo sulla riforma federale dello stato e la tregua formale fra gli huthi (i dissidenti sciiti del nord) e i salafiti sono due eventi che restituiscono speranza alla transizione yemenita. I nodi istituzionali da sciogliere sono però ancora troppi.

Crescono gli attentati terroristici e la tensione settaria. Dopo l’attacco di dicembre al ministero della difesa, costato 56 morti, gli Stati Uniti sono sempre più incerti sulla strategia da adottare per districare la ‘matassa Yemen’.

Stato unitario ma federale
Secondo il documento approvato all’unanimità dal Dialogo nazionale, lo Yemen rimarrà uno stato unitario, ma composto da regioni semi-autonome. Sarà la commissione ad hoc guidata dal presidente Abd Rabbuh Mansu Hadi a stabilire se le regioni saranno cinque o sette e a decidere i reali assetti di potere fra centro e periferia.

I rappresentanti meridionali otterrebbero il 50% dei posti nei nuovi organi legislativi, esecutivi, giudiziari e nelle Forze armate. L’ipotesi non piace però alle élite settentrionali, da sempre dominanti, per forza demografica e potere economico.

Prima del voto, la bozza di riforma ha spaccato internamente i “pesi massimi” della politica yemenita, il Congresso popolare generale (Cpg) dell’ex presidente Ali Abdallah Saleh e il partito islamista Islah.

L’ala del Cpg che fa capo al cerchio di Saleh, ancora maggioritaria, ha rifiutato tale compromesso, dichiarando che avrebbe frantumato lo Yemen, posizione condivisa dal potente shaikh salafita Al-Zindani, esponente di Islah. Il presidente Hadi (già vice di Saleh) lo ha invece sostenuto da subito, nei giorni in cui sit-in giovanili chiedono le dimissioni del governo di transizione.

Politicamente, lo scontro fra la vecchia oligarchia (Cpg e Islah, due facce della stessa moneta di regime) e le forze anti-sistema è apertissimo. Queste ultime non stanno partecipando alla gestione del potere (Ansarullah, il partito degli huthi e il movimento autonomista meridionale Al-Hiraak) e sono divise fra chi dialoga con il governo e chi incita alla secessione, anche armata.

Centro e periferia
Dopo quattro mesi di guerriglia, gli huthi e i salafiti hanno raggiunto l’ennesima tregua nel governatorato nord di Saada; le violenze proseguono però nell’area di Amran. La polarizzazione regionale fra sciismo e sunnismo ha peggiorato una disputa che iniziò, nel 2004, per ragioni territoriali: gli huthi sono oggi sospettati di ricevere armi e denaro dall’Iran e dagli Hezbollah libanesi, mentre i salafiti (appoggiati da miliziani tribali e di Islah) contano sul sostegno materiale della confinante Arabia Saudita.

Gli omicidi di due partecipanti huthi al Dialogo, Abdul Karim Jebdan e Ahmad Sharaf Al-Deen, freddati a Sana’a fra novembre e gennaio, segnalano che odio settario e violenza politica si stanno pericolosamente intrecciando.

La spirale di attentati avvolge pure il sud: l’uccisione del popolare shaikh hadrami (dalla regione dell’Hadramaut) Saad bin Habrih, avvenuta a un checkpoint in circostanze confuse, sta poi riaccendendo le aspirazioni autonomiste dell’Hadramaut, cuore della produzione petrolifera. Nella città di Aden, in migliaia hanno manifestato per l’indipendenza.

Danni energetici
Non si fermano i sabotaggi alle infrastrutture energetiche del paese, dietro cui non si cela solo Al Qaeda nella penisola arabica. Gli attacchi ai gasdotti sono ormai uno strumento di lotta politica: il ministro del petrolio stima che nel biennio 2011-2013 siano costati 3,5 miliardi di euro di rendita statale, indebolendo le istituzioni centrali.

In un quadro così insicuro, gli investimenti diretti all’estero e le esplorazioni di nuovi campi petroliferi sono fermi. Solo l’Arabia Saudita insiste per trivellare lungo il poroso confine con il governatorato di Al-Jawf (proprio dove i salafiti stanno contrastando l’espansione huthi).

Stati Uniti e droni
Il parlamento yemenita ha approvato una mozione, non vincolante, che chiede lo stop degli attacchi statunitensi dal cielo. Nella città centrale di Rada l’errore di un drone è costato la vita a una quindicina di civili, diretti a un matrimonio, scatenando l’ennesima fiammata di proteste anti-americane.

L’aumento degli attacchi sul territorio (con droni e missili cruise) non indebolisce le cellule jihadiste e/o qaediste che continuano a reclutare proseliti, accentuando odi inter-confessionali storicamente blandi nel paese.

Nel 2013, le operazioni aeree statunitensi sullo Yemen sono diminuite rispetto al 2012, anno record: esse costituiscono però il fulcro della strategia targata Barack Obama. È stato proprio il presidente Nobel per la pace, assai più del predecessore George Bush, ad accelerare sul ‘metodo-droni’, lasciando ampi margini di manovra alla Cia. A differenza del Pentagono, questa può agire senza l’autorizzazione del governo yemenita, una tattica ricalibrata (a favore del ministero della difesa) solo dalla scorsa estate.

In attesa delle elezioni presidenziali, previste nel 2014, lo Yemen è uno dei molti rompicapo mediorientali di Obama.

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