IAI
Medioriente

La rivoluzione rubata d’Egitto

9 Gen 2014 - Nathalie Tocci - Nathalie Tocci

Il regime egiziano è determinato ad affermare la sua credibilità nei confronti dell’Occidente. In particolare, in materia di politica economica come mostra il team che si occupa di questa questione, composto dai migliori tecnocrati che il paese possa vantare. Il 25% dei debiti arretrati (cioè 2 miliardi di dollari dei 7 dovuti) inizieranno a essere pagati entro fine anno a tutte le aziende energetiche internazionali.

Inoltre, il paese ha intenzione di proseguire i negoziati con il Fondo monetario internazionale (Fmi) e questo porterà con buona probabilità a dei benefici. Il prestito del Fmi non sarà enorme – 50 miliardi di dollari, erogati in quattro anni – ma per l’economia egiziana a corto di liquidi è degno di nota.

Il governo dovrà anche fare il possibile per riaffermare ordine nelle strade, una priorità per una popolazione che ha vissuto per tre anni in un clima di agitazione, ottenendo un misero rimborso in termini sia politici che economici.

Il general Abdel Fattah Al-Sisi, capo delle forze armate, potrebbe possedere le capacità per riuscire in questo obiettivo. È stato infatti per un lungo periodo una figura chiave all’interno delle forze armate e la sua fedeltà all’istituzione è indiscussa. Le voci di corridoio che lo dipingono come un alleato dei Fratelli Musulmani, e quindi visto con sospetto all’interno dell’establishment militare, appaiono infondate.

Sisimania
Tuttavia, al fine di risollevare l’Egitto dal baratro economico sono indispensabili sforzi ulteriori.Per attuare importanti riforme economiche, tra cui il taglio dei sussidi energetici (10% del Pil), la creazione di nuovi posti di lavoro e investimenti in infrastrutture, è necessaria una solida base politica: un nuovo contratto sociale tra le autorità e i propri cittadini.

Nel breve periodo, la situazione sembra protendere verso una fase di stabilità. Da un lato la possibilità di un ritorno sulle scene della Fratellanza Musulmana appare per il momento neutralizzata, mentre dall’altro i liberali hanno accettato il regime militare come l’unica opzione praticabile. I giovani sono in uno stato di smarrimento, mentre la magistratura è irrimediabilmente politicizzata.

Al-Sisi gode dello status di pop-star in tutto il paese. Ciò che potrebbe verificarsi in questo contesto è la ricostituzione del sistema, con caratteristiche in qualche modo diverse dal regime pre-2011. Piuttosto che verso il ripristino di un unico “partito di governo” simile al Partito nazionale democratico di Hosni Mubarak, la situazione rischia di virare verso un sistema presidenziale associato a un parlamento debole e frammentato.

Nel breve periodo questa ricetta potrebbe funzionare, ma un regime di tal genere non potrà condurre alla democratizzazione del Paese, né sarà in grado di affrontare radicali riforme economiche. Potrebbe tuttavia garantire ordine e procedere per delle riforme graduali. In questo modo sarebbe possibile ottenere alcuni anni di stabilità, attraverso un’attenta gestione del sistema. Al di là di questo continua ad aleggiare lo spettro della crisi.

Stati Uniti
È verosimile che Washington abbia intenzione di ristabilire un solido asse di sicurezza statunitense-egiziana. Il silenzio mantenuto dal Segretario di stato americano riguardo al deposto presidente Mohammed Mursi durante la sua visita al Cairo, non sarebbe potuto essere più assordante. Washington ha infatti bisogno del sostegno dell’Egitto e di un esercito abbastanza forte da assisterli nel compito di fornire sicurezza a Israele e porre un freno all’instabilità presente in Sudan e Nord Africa.

In termini di sicurezza, Al-Sisi è visto come un alleato affidabile e capace di mantenere gli impegni presi. Ci si aspetta che lui rispetti la promessa di riabilitare il ruolo che gli Stati Uniti hanno ritagliato per l’Egitto di Sadat e che è andato perso con la fragile presa che Mubarak aveva nei confronti dell’establishment della difesa. È molto probabile che venga ripristinato il supporto militare degli Stati Uniti all’Egitto, concentrato sulla lotta al terrorismo, la sicurezza delle frontiere e l’addestramento militare.

Washington non ha interessi vitali nell’economia egiziana; le compagnie americane, soprattutto energetiche, si sono già ritirate dall’Egitto alcuni anni fa. Quindi le profonde riforme economiche di cui l’Egitto avrebbe adesso estremo bisogno, nonostante siano auspicate dagli americani, non sono considerate una priorità.

Europa
Per quanto riguarda Bruxelles, la posizione è decisamente diversa e non soltanto a causa delle dure critiche rivolte contro il rovesciamento del governo di Mursi e contro la successiva repressione nei confronti dei Fratelli Musulmani (critiche peraltro rivolte anche dagli stessi americani). La posizione europea è differente soprattutto perché, diversamente dagli Stati Uniti, l’Europa e le compagnie europee hanno seriamente investito nell’economia egiziana ed è difficile immaginare il verificarsi di riforme socio-economiche su vasta scala non accompagnate da una ridefinizione politica.

L’illusione che le riforme economiche possano in qualche modo precedere e addirittura indurre mutamenti politici è stata per lungo tempo una speranza europea, che tuttavia le sollevazioni nel mondo arabo hanno definitivamente spento.

Dunque, cosa è possibile fare? Lo spazio di manovra è incredibilmente stretto. Gli egiziani sono duramente provati dalle rivolte e dalle rivoluzioni. In aggiunta, l’influenza europea appare come limitata, dato che il livello di assistenza europea impallidisce rispetto al tipo di aiuti (militari) offerti dagli Stati Uniti e alla generosità dei finanziamenti sauditi.

Presenza costante
In un contesto in cui né la situazione interna né l’ambiente internazionale appaiono propensi a una riconfigurazione dell’agenda politica, non appena le acque si saranno calmate all’Unione europea non resterà che cogliere le opportunità che le si prospetteranno; scegliere di occuparsi di alcune materie, sia in materia di sicurezza sia riguardanti questioni economiche, che possano avere più ampie implicazioni di governance, e sfruttare questa occasione per mettere un piede nella porta e lasciare così marginalmente aperto il dialogo.

In questo senso, possibili ambiti di interesse potrebbero includere il monitoraggio delle frontiere (come il tentativo di massimizzare gli sforzi nella lotta contro la tratta degli esseri umani) e l’enfatizzare i principi di legalità nei progetti economici di cooperazione. Questo non significa che altre questioni di maggior rilevanza politica non debbano essere affrontate.

È importante, se non essenziale, che i leader europei in visita in Egitto insistano sul tentativo di incontrare i rappresentanti dei Fratelli Musulmani incarcerati, incoraggino la riconciliazione e propongano il monitoraggio delle elezioni parlamentari e presidenziali.

Impegnarsi in questi obiettivi è di vitale importanza per l’identità stessa che l’Europa cerca di darsi. Appare però improbabile che esplicite politiche di democratizzazione possano portare frutti tangibili. Nel breve e medio periodo, tutto ciò che l’Europa può realisticamente sperare di raggiungere è la possibilità di lavorare per sostenere tecnocrati competenti in ciò che rimane della tradita rivoluzione d’Egitto.

* Traduzione dall’inglese di Chiara Bastreghi.

.