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Consiglio Europeo sulla Difesa

Sulla difesa la Ue rischia la retromarcia

4 Dic 2013 - Alessandro Marrone - Alessandro Marrone

Avviare subito nuovi programmi europei per lo sviluppo di capacità militari comuni e dare un mandato a istituzioni e stati membri per lavorare su specifiche aree di cooperazione. Sono questi i principali suggerimenti rivolti dall’Alto rappresentante per la politica di sicurezza e difesa comune dell’Unione europea, Ue, attraverso un recente rapporto, al Consiglio Europeo che il prossimo dicembre si occuperà di questioni di difesa.

Il Consiglio si occuperò di tre gruppi di temi, o “clusters”: Common Security and Defence Policy (Csdp), capacità militari, industria della difesa. Al netto della consueta retorica europeista dei documenti ufficiali dell’Ue, per cui tutto va bene madama marchesa e bisogna solo “ulteriormente migliorare” le cose, e al netto dei neologismi bruxellesi per ripetere vecchi concetti in nuove forme, si trova qualche spunto interessante nelle 27 pagine di rapporto preparatorio del Consiglio pubblicato lo scorso ottobre dall’Alto rappresentante Catherine Ashton, che è anche Vice presidente della Commissione europea e capo dell’Agenzia europea di difesa (European Defence Agency – Eda).

Stampella dei partner
Occorre premettere che il “rapporto Ashton” si muove in un vuoto di indirizzo strategico da parte dell’Ue. Infatti, a dieci anni dal varo della European Security Strategy l’opposizione sostanzialmente franco-britannica ha bloccato finora l’intenzione della stragrande maggioranza dei paesi membri di elaborare un nuovo documento che delinei le priorità dell’Ue nel nuovo contesto mondiale, le strategie per perseguirle e i modi per sfruttare le potenzialità del Trattato di Lisbona.

A causa di questo vuoto, il documento inizia con un modesto tentativo di definire una strategia di sicurezza nella quale collocare le proposte riguardo al futuro delle missioni Ue e allo sviluppo di capacità militari e civili. Significativa è la codificazione nero su bianco di due ambizioni relativamente nuove – e un po’ nebulose – dell’Unione: raggiungere la “autonomia strategica” necessaria per agire militarmente al fine di assicurare la sicurezza del vicinato dell’Ue, ed essere in grado di agire in tutti e cinque i dominii cioè non solo aria, terra e mare, ma anche spazio e cyber space.

Senza cuore
Riguardo la Csdp, le partnership sono trattate in modo abbastanza interessante dal rapporto Ashton. Poiché gli stati europei spendono sempre meno in difesa e sono anche meno disposti a mettere a disposizione delle missioni Ue gli assetti militari a loro disposizione – vedi il caso dei BattleGroups – il documento propone di ovviare a tali mancanze anche puntando sui partner, in due modi. Da un lato coinvolgendoli attivamente nelle missioni Ue – attraverso la firma di Framework Participation Agreement – dall’altro sostenendo lo sviluppo di capacità locali affinché paesi terzi e/o organizzazioni regionali si occupino della sicurezza a casa loro prima che le crisi in loco abbiano effetti negativi sull’Ue.

Tuttavia, la stampella dei partner non può rappresentare il cuore della Csdp. Cuore che manca. Tradizionalmente, il fulcro della politica di sicurezza e difesa comune sono state le missioni Ue di gestione delle crisi, in Europa, Africa, Medio Oriente e Asia, avviate con impegno e ambizioni crescenti durante il mandato di Javier Solana come Alto rappresentante. Dal 2009 questo trend di crescita si è però bloccato.

Ciò non solo a causa di fattori esterni, ma soprattutto a causa di mancanza di volontà politica interna. È per motivi politici che gli stati membri dell’Unione non hanno mai usato i BattleGroups in missioni Ue, pur avendoli creati appositamente per avere unità europee pronte a un intervento rapido in scenari di crisi. Il rapporto non prende di petto il problema, circumnavigandolo con mini proposte tecniche sulla “utilizzabilità” dei BattleGroup, come se la questione fosse tecnica e non politica.

Roadmap
Riguardo al secondo cluster sullo sviluppo delle capacità militari, il rapporto stenta persino a formulare forti proposte tecniche, per non parlare del problema politico. Si propone al Consiglio di approvare una “strategic level defence roadmap” che fornisca le linee guida per una cooperazione sistematica e di lungo periodo nello sviluppo delle capacità militari, con obiettivi e tempistica, ma non era forse il caso di preparare una bozza di questa roadmap negli ultimi nove mesi, partendo già dalla base costruita negli anni scorsi dall’Eda con il Capability Development Plan, in modo da dare al Consiglio un punto di partenza concreto su cui discutere?

Concretamente, il rapporto propone di sviluppare capacità comuni europee su tre aree: comunicazioni satellitari, Cyber Defence e aerei a pilotaggio remoto (Apr). In particolare, il rapporto compie un passo ulteriore rispetto alla recente Cyber-security Strategy dell’Ue, proponendo esplicitamente lo sviluppo di un “Cyber Defence Policy Framework” e di capacità Ue di cyber defence. Tale sviluppo andrebbe condotto sulla base di un piano già preparato dall’Eda, a sostegno delle istituzioni e missioni dell’Ue ed in partnership con la Nato ed il settore privato.

Un rapporto alla Don Abbondio
Il rapporto per il resto è molto vago e cauto, quasi pavido. Non afferma per esempio con coraggio che occorre istituire una struttura integrata civile-militare permanente, per pianificare, lanciare tempestivamente e condurre efficacemente le missioni Ue.

Piuttosto, il rapporto Ashton sembra un caso manzioniano, alla Don Abbondio. Vaghezza e cautela sono di solito le caratteristiche dei documenti adottati dal Consiglio Europeo quando si occupa di politica di sicurezza e difesa, a causa della nota divergenza delle posizioni nazionali che richiede quindi un compromesso al ribasso. Non dovrebbero però essere le caratteristiche di un testo presentato dall’Alto rappresentante, che ha il mandato istituzionale e politico di cercare un equilibrio più avanzato, di elaborare argomenti e proposte per superare le resistenze, insomma di “accelerare” quando altri “frenano”, al fine di andare comunque avanti.

Se l’Alto rappresentante si comporta come Don Abbondio, non avendo il coraggio di “accelerare” né cercando di darsi questo coraggio, il rischio è che a furia di frenare si metta la retromarcia, andando a sbattere contro il muro del garage di Bruxelles.

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