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Ucraina

Rivoluzione arancione atto secondo

11 Dic 2013 - Giovanna De Maio - Giovanna De Maio

Da settimane centinaia di migliaia di manifestanti occupano piazza Maidan, il punto nevralgico del centro di Kiev, e assediano i palazzi del potere. Una massiccia mobilitazione popolare che è diretta contro il presidente Viktor Yanukovich che pochi giorni prima del vertice di Vilnius sul partenariato orientale ha deciso di sospendere i negoziati per l’Accordo di associazione con l’Unione Europea, soggiacendo alle pressioni russe.

Vertice di Vilnius
Al summit di fine novembre a Vilnius, l’Ucraina era il pezzo da novanta, ma l’Ue ha dovuto ‘accontentarsi’ della sigla dell’accordo di associazione con Georgia e Moldova. Anche questi due paesi, peraltro, devono fare i conti con le pressioni di Mosca che potrebbero far deragliare il lento e faticoso avvicinamento all’Ue.

Quanto sta accadendo in Georgia lascia immaginare che il copione sia già scritto anche per Tbilisi. Un nuovo “muro di Berlino”, così il ministro georgiano per gli affari europei Alex Petriashvili ha definito le barriere di filo spinato installate dai russi lungo i confini tra Ossezia del Sud e Georgia.

C’è il rischio che come per l’Ucraina, la carota offerta dall’Ue non possa competere col bastone di Mosca. A Kiev, i ricatti sul gas hanno avuto la meglio sulle proposte dell’Unione che, benché avesse deciso di soprassedere sulla richiesta che venisse liberata Julia Tymoshenko, non è stata in grado di proporsi come valida alternativa.

L’errore dell’Ue è stato di aver cercato l’accordo con Kiev senza offrire una piattaforma di dialogo con il paese a cui l’Ucraina è strettamente legata, sia economicamente che storicamente. Si cercherà di rimediare al vertice Ue-Russia di fine gennaio, ma sarà tutt’altro che facile.

Yanukovich, dal canto suo, continua a tenere il piede in due scarpe. Prima telefona al presidente della Commissione europea José Manuel Barroso per chiedere di riaprire il negoziato – ottenendo, per tutta risposta, una condanna dell’uso della forza contro i manifestanti. Poi incontra Putin lasciando spazio alle voci che parlano di un accordo per entrare nell’Unione doganale con Russia, Bielorussia e Kazakistan.

Tramonto di Mosca
Al centro della capitale ucraina i manifestanti pro-Ue che chiedono le dimissioni del governo di Yanukovich hanno abbattuto la statua di Vladimir Lenin, il padre della rivoluzione russa e il simbolo del cordone ombelicale tra Russia e Ucraina.

Torna alla memoria un’altra statua, quella di Feliks Dzeržinskij, rivoluzionario sovietico e fondatore della polizia segreta Čeka (poi Kgb), abbattuta nell’agosto 1991 dai sostenitori di Boris Yeltsin che sfogarono su di essa il proprio furore antisovietico. Della statua che troneggiava sul piazzale della Lubjanka, la storica sede del Kgb, non resta che una pietra e un’incisione dedicata alle vittime del regime totalitario.

A Kiev, sulle macerie della statua di Lenin qualcuno forse scriverà il nome della Tymoshenko, la donna simbolo della rivoluzione del 2004 che anche dal carcere continua a lanciare appelli per la libertà dell’Ucraina dal giogo di Mosca.

Le pressioni di Mosca hanno avuto effetto sulla leadership, ma non sul popolo ucraino che non alzava così tanto la voce dai tempi della rivoluzione arancione.

Ruolo europeo
Per gli ucraini non si tratta solo di un accordo di associazione e di libero scambio, e nemmeno, a ben vedere, di una netta scelta di campo. Per un paese con una popolazione e una geografia divise tra est e ovest, ritagliarsi il proprio spazio non è mai stato semplice. Quel che gli ucraini innanzitutto rivendicano è la facoltà di fare scelte politiche consapevoli e autonome, sganciandosi una volta per tutte dalla tutela del Cremlino.

Barroso ha dichiarato che la scelta spetta agli ucraini che tuttavia sembrano essersi già espressi. Adesso tocca all’Unione europea dimostrare se e quanto ha a cuore il futuro di un paese la cui importanza strategica per gli equilibri del continente non dovrebbe sfuggire ai leader europei.

Parlare con Mosca non vuol dire negare sovranità all’Ucraina, ma prendere atto di un passato che, lo si voglia o no, ancora incide sul presente. Se l’Ue continua a presentarsi sotto il vessillo di valori assoluti senza contenuti materiali le sue mosse non saranno mai vincenti.

L’idea di Europa fa presa sui cittadini, ma Mosca ha il potere di mettere Kiev in ginocchio. Per essere credibile, Bruxelles deve non solo utilizzare al meglio il suo capitale politico, ma anche mettere a disposizione risorse economiche e fare concessioni che diano sostanza alla sua politica della porta aperta. Solo così l’Ucraina potrà risollevarsi e ridiventare padrona del suo destino.

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