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Consiglio Europeo sulla Difesa

La camicia di forza della difesa europea

4 Dic 2013 - Michele Nones - Michele Nones

La storia del processo d’integrazione del mercato europeo della difesa è emblematica delle contraddizioni che caratterizzano il vecchio continente e ogni tentativo di procedere su questa strada. Nella prima metà degli anni ’90, l’industria statunitense si concentra sugli odierni giganti dell’aerospazio e della difesa.

L’industria europea insegue la stessa strada con un quinquennio di ritardo, ma le nuove dimensioni transnazionali non sono più compatibili con la frammentazione dei mercati nazionali europei. In altri termini, l’abito, seppur tagliato su misura e quindi molto comodo, diventa stretto per i nuovi grandi gruppi industriali europei.

Sforzi vani
Di qui la richiesta di potersi muovere nel mercato europeo come se fosse un mercato unico. Insieme, però, anche qualche preoccupazione per la perdita dell’esclusività dei rispettivi mercati nazionali e per l’introduzione di una “moderata” competizione intra-europea.

Nella stessa direzione vanno governi e forze armate europee che devono prendere atto dell’impossibilità di affrontare su base nazionale i costi associati allo sviluppo e alla produzione dei moderni sistemi d’arma e il mantenimento di un ruolo attivo sullo scenario internazionale. Vi sarebbero state tutte le premesse per puntare velocemente a una progressiva integrazione del mercato europeo della difesa. Così non è stato.

A partire dal 2004, gli sforzi della Commissione europea si sono scontrati con la resistenza di alcuni stati membri e di una parte dell’industria, più preoccupati di proteggere lo status quo che non di garantire il futuro di una presenza europea in un mondo sempre più globalizzato sul piano strategico in cui si muovono vecchie e nuove potenze regionali al cui confronto i singoli stati europei scompaiono.

La stessa costituzione dell’Agenzia europea di difesa nel 2004 è stata utilizzata da alcuni paesi più per difendere il ruolo degli stati membri che per cercare di guidare un processo d’integrazione necessario ed inevitabile, mettendo in competizione queste due istituzioni anziché favorendone la collaborazione.

Strada minata
Purtroppo la crisi economica e finanziaria europea ha seriamente minato su più piani le spinte ad andare avanti. La riduzione delle spese per i programmi di investimento nella difesa ha spinto le imprese e i decisori politici a privilegiare le attività nazionali. Per lo stesso motivo si è accentuata la competizione fra le industrie europee sia all’interno del mercato europeo sia sul mercato internazionale.

Inoltre, non investendo adeguatamente in innovazione tecnologica di prodotto e di processo si sta consumando il patrimonio tecnologico accumulato e, nel frattempo, i competitori americani si allontanano e i nuovi e vecchi competitori (Cina, Brasile, Giappone, Russia) si avvicinano. Non essendoci risorse per nuovi programmi di collaborazione, il motore europeo gira quindi a vuoto e rischia di spegnersi, favorendo logiche esclusive anziché inclusive.

È in questo quadro che si colloca il Consiglio europeo sulla difesa che si terrà a fine dicembre. Molte aspettative che si erano create all’inizio dell’anno sono destinate ad andare deluse e lo si è visto via via che i documenti preparatori vedevano la luce e si verificavano le prime reazioni.

Il 24 luglio la Commissione europea ha pubblicato la Comunicazione “Towards a more competitive and efficient defence and security sector” indicando un articolato insieme di misure che la Commissione intende adottare per favorire il rafforzamento del mercato e dell’industria europea della difesa. Nella stessa direzione si muove, più cautamente, il Rapporto dell’Alto rappresentante al presidente del Consiglio europeo del 10 ottobre.

Alcuni dei principali stati membri, in primis Regno Unito, hanno alzato un fuoco di sbarramento su alcune importanti proposte ed è servito l’impegno di altri stati, fra cui l’Italia, per evitare lo svuotamento della bozza di conclusioni del Consiglio europeo sulla politica di sicurezza e difesa comune.

Alla fine sono rimasti importanti impegni a favore di un rafforzamento dell’industria della difesa anche attraverso una maggiore integrazione del mercato (con la completa implementazione delle due Direttive del 2009, una effettiva sicurezza degli approvvigionamenti, maggiore standardizzazione e mutuo riconoscimento della certificazione), lo sviluppo dell’attività delle piccole e medie imprese, la crescita degli investimenti in ricerca e sviluppo (con una forte attenzione per le sinergie fra civile e militare).

Segnali di speranza
Ogni decisione è però rinviata al vertice dei Capi di stato e di governo. Vi sono due fronti su cui potrebbe venire un segnale di buona volontà. Il primo è l’impegno a sviluppare qualche nuovo programma europeo che garantisca il rinnovamento degli attuali equipaggiamenti con mezzi veramente “europei” (nati per far fronte a un’esigenza “europea” e non solo di pochi paesi).

Essendo “europei” è giusto che il loro sviluppo si avvantaggi di fondi europei e che il loro utilizzo, quando legato ad esigenze comuni, sia parzialmente coperto da fondi comuni. In questa stessa ottica sarebbero giustificati anche innovative forme di incentivazione fiscale (esclusione dell’Iva) o di finanza pubblica (esclusione dai parametri legati a spesa e debito pubblico).

Gli esempi migliori vengono dalle ipotesi di realizzare un pattugliatore comune europeo o un velivolo non pilotato che consentano di proteggere meglio la frontiera marittima europea sul piano della difesa e anche della sicurezza. In questo caso non si vede perché lo sforzo debba ricadere solo su alcuni stati e non si possano utilizzare gli stessi mezzi, con un significativo risparmio sul loro sviluppo e produzione ed impiego.

Il secondo fronte è quello relativo a un nuovo approccio top down che parta dall’impegno politico per scendere a quello tecnico e operativo. Nell’attuale fase di ri-nazionalizzazione di molte attività, solo una forte comune volontà politica può consentire un’inversione di rotta. Valga l’esempio della liberalizzazione dei trasferimenti intra-comunitari di equipaggiamenti militari destinati alle forze armate europee.

La semplificazione dei controlli prevista dalla Direttiva 2009/43 è stata svuotata dalle resistenze di molti paesi e il penoso risultato è quello di 28 liste nazionali, spesso diverse e in ogni caso limitate.

Sono prevalse preoccupazioni e resistenze burocratiche anziché una mutua fiducia. I nostri militari rischiano la vita insieme, fianco a fianco, nelle missioni internazionali, ma poi per vendere o anche solo trasferire un prodotto militare ad un altro stato membro molti paesi europei si comportano come se quelle fossero forze armate poco affidabili.

Il Consiglio Europeo di dicembre dovrebbe invece affermare che dovrà essere garantita la libertà e sicurezza degli approvvigionamenti delle forze armate all’interno dell’Ue.

Oltre al significativo trattamento del tema della difesa al più alto livello politico, a partire dall’anno prossimo sarà importante gestire le sue conclusioni, soprattutto durante il semestre di presidenza italiana dell’Ue.

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