IAI
Lotta al terrorismo

Droni che mirano, colpiscono e dividono

11 Nov 2013 - Mario Arpino - Mario Arpino

Tattici strumenti che eliminano chirurgicamente pericolosi terroristi evitando l’invio di truppe sul terreno o armi da bandire viste le vittime collaterali che mietono? È questo il dilemma che attanaglia il dibattito sui droni.

Tattica o strategia?
Prendendo in esame solo alcuni degli attacchi tra gennaio 2012 e agosto 2013, un recente rapporto di Amnesty International si sofferma sulla segretezza del programma e la conseguente impossibilità di perseguire per via giudiziaria la “sistematica violazione degli standard basilari sui diritti umani”.

Lasciando agli esperti di diritto internazionale ogni considerazione etica e di legittimità, vale la pena chiedersi se l’impiego dei droni armati risponde davvero a esigenze politiche e strategiche o è solamente tattica.

Gli esperti si dividono in due correnti, i cui pareri non sono tuttavia così netti da poterne trarre giudizio certo. Comuni ai due gruppi ci sono diverse aree grigie che possono prestarsi a diverse interpretazioni. Più facile è il gioco dei sostenitori dell’efficacia tattica dei droni, i quali confutano anche la maggior parte dei dati che circolano sul numero dei “civili” uccisi durante questo tipo di operazioni.

Sebbene, il presidente statunitense Barack Obama abbia più volte affermato di voler ridurre la dipendenza della lotta dall’efficacia dei droni, questi di fatto rimangono l’arma preferita dalla sua amministrazione. Infatti, se durante l’epoca di George W. Bush erano stati condotti meno di 50 attacchi, negli ultimi cinque anni il numero è salito ad oltre 400, rendendo di fatto il drone l’arma più usata contro il terrorismo.

Efficacia tattica
Secondo i dati forniti dalla New America Foundation, nel corso della presidenza Obama con i droni sono stati uccisi circa 3.300 qaedisti, talebani ed operativi del jihad, inclusi una cinquantina di capi riconosciuti. L’efficacia tattica risulta pertanto indiscutibile.

Secondo i sostenitori, i vantaggi dei droni non si limitano a questo. La continua presenza nei cieli impedisce l’uso di mezzi di comunicazione elettronici, rende difficoltosa la raccolta e l’addestramento di gruppi consistenti di nuove reclute, ostacola le attività minori, ma vitali, come quelle dei falsificatori di documenti, dei preparatori degli ordigni esplosivi, dei reclutatori, dei raccoglitori di fondi e dei corrieri.

Secondo questa corrente, il numero delle vittime civili – fornito da fonti non indipendenti – oscillerebbe tra le 150-500 vittime e i 900 non-combattenti (di cui 200 bambini) di cui parla l’organizzazione Pakistan Body Count.

All’estremo opposto, i responsabili governativi Usa partono dal presupposto che, essendo l’intelligence accurata, tutti i maschi in età militare raggruppati nell’area del bersaglio siano da considerarsi combattenti. Per esempio, quando è stato colpito il capo Baitullah Mashd, è rimasto ucciso anche il suo medico curante: è da considerarsi un civile?

A fornire altri due argomenti a favore sono anche il Bureau of Investigative Journalism e alcune fonti ufficiali dell’intelligence. Anche ammettendo che il rateo di vittime civili sia di 1 a 3, questo è di sicuro minore rispetto a quello che si avrebbe se venissero usati F-16 con bombe guidate o missili da crociera.

In aggiunta, essendo impossibile per le forze Usa andare a dar la caccia ai terroristi nel loro territorio, si potrebbe demandare questo compito alle truppe governative dei paesi che li ospitano. Cosa che in qualche misura viene attuata in Waziristan, in Yemen e in Somalia. È dimostrato però che queste operazioni, a parità di efficacia, sono molto più devastanti, anche per ciò che riguarda i civili, di quelle condotte solo con i droni.

Consenso in erosione
Anche coloro che si dimostrano contrari all’uso dei droni, ne riconoscono la validità sotto il profilo tattico. La loro contrarietà ad un uso estensivo, sistematico e continuato si basa sulla considerazione che, a distanza, questo potrebbe trasformarsi in un catastrofico auto-goal strategico. La lotta al terrorismo, sostengono, non si può vincere senza un sostegno solido e condiviso sia all’interno che all’estero. Questa condivisione, anche ridimensionando per quanto possibile ciò che risulta dalle statistiche, è proprio l’elemento che, pericolosamente, si riduce ogni giorno di più.

Anche all’interno degli States il consenso va scemando. Si discute se l’atto, che alcuni ritengono una vera e propria “licenza di uccidere”, dodici anni dopo l’11 settembre abbia ancora un senso. Siccome, si dice, è assai improbabile che i droni riescano a uccidere più terroristi di quanti se ne riproducano ogni giorno anche a causa del loro impiego, sarebbe meglio rivedere alcuni concetti. Il grande errore strategico, si dice, è che continuando così gli Stati Uniti si stanno assicurando un nemico certo per molti anni a venire.

Barack Obama lo sa bene, ma sa anche che non gli è permesso spendere di più per la voce sicurezza e difesa e che i droni gli evitano almeno il tabù politico degli “scarponi sul terreno”. Con angoscia, non può far altro che promettere una revisione delle regole.

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