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Politica Agricola Comune

Dopo la riforma il testimone passa agli stati

23 Nov 2013 - Lorenzo Vai - Lorenzo Vai

I numeri parlano chiaro: più di 420 miliardi di euro spesi negli ultimi sei anni, in un settore che conta 14 milioni di agricoltori e 15 milioni di imprese agricole ed agroalimentari, per un totale di 46 milioni di lavoratori e oltre 500 milioni di consumatori. La politica agricola comune (Pac) è la più onerosa tra le politiche dell’Unione europea (Ue).

Iter originale
Nata nel 1962, la Pac ha conosciuto numerose riforme. L’ultima proposta è stata approvata il 20 novembre dalla plenaria del Parlamento europeo (Pe). Le novità introdotte sono rilevanti, a cominciare dall’iter legislativo che ha caratterizzato la riforma.

Per la prima volta nella storia, infatti, il Pe ha potuto partecipare alla definizione e approvazione della Pac, grazie all’estensione prevista dal Trattato di Lisbona della procedura legislativa ordinaria, nei settori dell’agricoltura e della pesca.

Il percorso di codecisione tra Pe e Consiglio dell’Ue non si è rivelato tuttavia privo di ostacoli. Il compromesso finale è stato raggiunto solo grazie ai lavori del comitato di conciliazione, a due anni di distanza dall’iniziale proposta della Commissione. A complicare maggiormente le negoziazioni è stato lo stallo nell’approvazione del bilancio pluriennale 2014-2020, fondamentale per definire la dotazione finanziaria di tutte le politiche dell’Unione.

Tagli e ambizioni
La nuova Pac manterrà inalterata la sua architettura giuridica a due pilastri. Il primo, finanziato dal Fondo europeo agricolo di garanzia (Feaga), comprende i pagamenti diretti agli agricoltori e le misure di mercato a tutela dell’attività produttiva e della stabilità dei prezzi. Il secondo sorregge lo sviluppo rurale e la competitività delle imprese agricole, attraverso il Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (Feasr).

Tre sono invece gli obiettivi strategici che si prefigge la riforma: una produzione alimentare competitiva, un utilizzo più sostenibile delle risorse naturali (il c.d. greening), e uno sviluppo territoriale equilibrato, affiancato da una più equa distribuzione degli aiuti tra gli stati membri e le diverse categorie di agricoltori.

Obiettivi che la Pac cercherà di realizzare con una dotazione finanziaria complessiva di circa 373 miliardi. Una cifra inferiore rispetto al passato (il 12% in meno), ma in linea con la riduzione del budget comunitario prevista per il 2014, di cui rappresenta pur sempre la voce principale (circa il 40%).

Innovazioni
Diverse le novità da segnalare. Tra queste, la ricerca di una duplice convergenza dell’ammontare dei sussidi erogati, sia tra gli stati membri che al loro interno, tra i singoli beneficiari. Questi ultimi saranno selezionati sulla base di requisiti più stringenti, per evitare che imprese estranee o non attivamente dedite all’attività agricola, usufruiscano degli aiuti.

Previsto anche un aumento degli incentivi a sostegno dei piccoli produttori e dei giovani agricoltori, finalizzato a contrastare l’emorragia di forza lavoro che da anni affligge il settore.

A tutela dell’ambiente viene introdotta una condizionalità nei pagamenti diretti, il cui godimento sarà così parzialmente vincolato (fino al 30%) all’attuazione di pratiche utili per la sostenibilità, quali la diversificazione delle colture o il mantenimento di terreni a riposo. Maggiori attenzioni per l’agricoltura biologica, al cui finanziamento viene dedicata una parte del Feasr.

Presente il tentativo di migliorare l’applicazione del principio di sussidiarietà nell’utilizzo dei fondi. Agli stati membri sarà infatti possibile trasferire risorse economiche, in limiti prestabiliti, da un pilastro all’altro della Pac.

Prolungato invece il regime a quote di produzione per lo zucchero e l’impianto di nuovi vigneti, rispettivamente fino al 2017 e 2030.

Specificità nazionali
È nei dettagli delle singole proposte che le istituzioni europee e gli stati membri si sono scontrati. Tra gli stati la questione più dibattuta sembra esser stata la convergenza dei finanziamenti a livello europeo. Tema che ha visto in prima linea l’Italia (paese tra i più penalizzati), contraria ad un’eccessiva armonizzazione che non tenesse conto delle specificità dei singoli sistemi agricoli.

L’Italia si è altresì spesa per ottenere l’esenzione delle colture mediterranee da alcune misure del greening; per l’introduzione della programmazione produttiva di alcuni prodotti di origine controllata e per la salvaguardia delle regole che disciplinano la coltivazione della vite. Obiettivi in buona parte raggiunti grazie all’azione diplomatica di Roma, all’attivismo degli europarlamentari nazionali e all’attenzione delle numerose associazioni d’interesse che hanno seguito la nascita della riforma.

Il bilancio della nuova Pac – deludente, come testimonia l’assenza di una sostanziale semplificazione delle procedure burocratiche – lascia ora ampia libertà d’azione agli stati membri nell’adattare gli strumenti previsti alle proprie esigenze domestiche.

Spetta alle singole capitali, raccogliere le opportunità offerte dalla maggiore decentralizzazione esecutiva caratterizzante la nuova Pac, una politica agricola che dovrà affrontare obiettivi ambiziosi, in apparenza contraddittori e con meno soldi.

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