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Unione africana

Corsa ad ostacoli per il panafricanismo

5 Nov 2013 - Nicola Bellomo, Giuliano Fragnito - Nicola Bellomo, Giuliano Fragnito

Momento di grande slancio politico per il processo di integrazione africana. Avviato nel 1963 con la creazione dell’Organizzazione dell’unità africana (Oua), la gestione delle crisi politico-militare, la creazione di un mercato interno e il rafforzamento di istituzioni comuni rappresentano le sfide principali per l’organizzazione continentale.

Celebrando il cinquantenario dalla fondazione, si è aperto un anno di riflessioni sul futuro del “panafricanismo”. Il vertice del giubileo tenutosi il 25 maggio ad Addis Abeba, sede dell’Unione Africana (Ua) – che nel 2002 ha sostituito l’Oua – rappresenta dunque un’occasione per tentare di delineare un breve bilancio dei risultati conseguiti e delle prospettive future della principale Organizzazione che riunisce tutti i paesi del continente, tranne il Marocco.

Garante di pace e sicurezza
Con l’istituzione dell’Ua, gli stati membri si sono dotati di un più forte organo esecutivo, la Commissione, e di nuovi strumenti, in particolare nel settore della sicurezza. L’istituzione del Consiglio pace e sicurezza (Cps) rappresenta il metro su cui misurare l’ambizione africana, che mira a trasformare l’Ua, in collaborazione con il Consiglio di sicurezza (Cds), nel principale fornitore di sicurezza su scala continentale.

Il protocollo istitutivo del Cps fornisce all’organo consiliare un ventaglio di poteri di non poco conto. Il Cps può comminare sanzioni e sospendere i paesi ove si è svolto un colpo di stato militare – sorte che è toccata all’Egitto in seguito all’intervento militare con il quale lo scorso luglio è stato deposto il presidente Mohammed Mursi – per poi riammetterli solo con il “ripristino dell’ordine costituzionale”. Viene disciplinato il diritto di intervenire militarmente in uno stato del continente ove si verificassero crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio (la c.d. “Responsbility to protect”).

Il Cps ha infine deciso il dispiegamento, sotto mandato Onu, di missioni di mantenimento della pace nell’Ua (la principale è Amison in Somalia con oltre 17.000 unità dispiegate, i “caschi verdi”), contribuendo così a segnare un’importante evoluzione del “peace-keeping”. L’azione del Cps mira dunque a riportare in Africa la leadership politica e militare dell’azione volta a superare e prevenire le crisi del continente, che a tutt’oggi rappresentano la parte preponderante dell’agenda del Cds.

Processo di integrazione
L’elezione nel 2012 della nuova presidente della Commissione, la sudafricana Dlamini-Zuma, ha posto al vertice dell’organo esecutivo dell’Unione un politico di primo piano di uno dei “pesi massimi” africani, una scelta sintomatica della volontà della membership di imprimere un’accelerazione al processo di integrazione. Su questo sfondo, il vertice dello scorso maggio ha adottato decisioni di una certa rilevanza. Gli ambienti diplomatici africani rivendicano in particolare una nuova riaffermazione della sovranità africana su questioni militari e giuridiche.

Sotto il profilo militare, rileva la decisione di istituire l’African Capacity for Immediate Response Crises (Acirc), una capacità militare ad alta reattività in grado di entrare rapidamente – in massimo dieci giorni – nei teatri di crisi e creare le condizioni per il dispiegamento di una successiva missione di mantenimento della pace. L’Acirc dovrebbe essere composta da una riserva di circa cinquemila unità, con un nucleo di millecinquecento uomini dedicato ad operazioni “robuste”, sotto il comando politico e strategico della Commissione Ua.

Corte penale internazionale
Sotto il profilo giuridico, il vertice di Addis Abeba ha adottato una risoluzione sulla Corte penale internazionale, sulla quale, il 12 ottobre scorso, è stato convocato un vertice straordinario. Ancorché sia stato evitato lo scenario più radicale dell’uscita della membership africana dallo Statuto di Roma che ha istituito questa corte, è stato chiesto al Cds di rinviare il processo nei confronti delle massime autorità keniane (presidente e vice presidente), al fine di non minacciare la sicurezza internazionale. È stato poi avviato un processo teso al rafforzamento della Corte africana dei diritti umani e dei popoli.

A fronte di questo rinnovato attivismo, il processo di integrazione continentale conosce una serie di ostacoli. Il compimento di questo percorso dipenderà dalla capacità di dotare l’Organizzazione di adeguate risorse finanziarie endogene e di ridurre la dipendenza finanziaria dell’Ua dai partner internazionali (circa il 96% del bilancio dei programmi), nonché dall’istituzione di meccanismi di recepimento negli stati membri delle decisioni prese a livello continentale.

Partenariato euro-africano
Si rende necessario inoltre un rinnovato sforzo di comunicazione istituzionale e di “branding”. Un processo di consolidamento bottom-up basato sul concetto di “costo della non-Africa” (sul modello del rapporto Cecchini del 1988) darebbe all’Organizzazione una forte visibilità e legittimazione sul territorio. In futuro si dovrà pensare al rafforzamento delle prerogative del Parlamento panafricano.

L’Unione europea, che già dal 2007 ha siglato un partenariato strategico con il continente africano, continuerà a fornire la sua assistenza istituzionale nella consapevolezza che il compimento di un’integrazione africana sarà di grande beneficio per l’Europa e portatrice di stabilità in un continente che per ragioni demografiche ed economiche sarà protagonista degli assetti geopolitici dei prossimi decenni.

Il summit Africa-Ue che si terrà ad aprile 2014 a Bruxelles fornirà l’occasione per un rafforzamento delle relazioni euro-africane e per consolidare un partenariato che superi le logiche tradizionali della “cooperazione allo sviluppo” e si caratterizzi per un più maturo rapporto nell’interesse reciproco.

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