IAI
Opinione pubblica e media

Sulla difesa si recita a soggetto

16 Ott 2013 - Alessandro Marrone - Alessandro Marrone

Il dibattito pubblico italiano su temi della difesa è spesso superficiale, estemporaneo, e affetto da una forte connotazione ideologica, nonché da un’eccessiva predominanza delle considerazioni di bilancio rispetto al quadro generale.

Un recente studio IAI analizza i fattori strutturali che influenzano il dibattito italiano sulle questioni delle difesa e che sono all’origine delle differenze rispetto a quello che si svolge in altri paesi europei come Francia o Gran Bretagna.

Il primo fattore è la tradizionale scarsa considerazione pubblica per l’interesse nazionale e per la sua difesa tramite l’uso delle forze armate. Solo di recente e con molte cautele si è cominciato a discutere in modo più esplicito del nesso tra la politica di difesa – ad esempio la partecipazione a missioni internazionali – e l’interesse dell’Italia. Nesso che è invece al centro del dibattito in altri paesi occidentali.

L’Italia ha inoltre minori legami demografici, economici o culturali con altre regioni del mondo rispetto ad altri stati membri dell’Unione europea, anche per effetto della sua più limitata esperienza, sia in termini spaziali che temporali, come potenza coloniale.

In terzo luogo, dopo la fine della Guerra Fredda si è affermata nell’opinione pubblica italiana la percezione che la sicurezza del paese non sia più minacciata, come confermano i sondaggi degli ultimi anni quali l’Eurobarometro o i Transatlantic Trends.

Infine, non vanno affatto sottovalutate le peculiarità del sistema politico-istituzionale. Il Presidente del Consiglio ha poteri relativamente limitati rispetto ad altri capi di governo europei. In particolare, la responsabilità sulla politica di difesa è condivisa con il Parlamento, il Presidente della Repubblica e il Ministro della difesa, fermo restando il carattere collegiale del governo e il ruolo del Ministro degli esteri.

Una delle conseguenze di tale assetto è la diversità di posizioni sulle questioni di difesa che riflettono molto più le dinamiche partitiche interne che un’analisi degli argomenti in discussione.

L’opinione pubblica nazionale è dunque condannata ad occuparsi di questioni di difesa solo quando ci sono vittime tra i militari italiani in missione o bisogna decidere dove tagliare la spesa pubblica? E solo per brevissimi periodi, senza approfondire il contesto, lasciando che tutto si riduca allo scontro tra pacifismo isolazionista e suoi oppositori? No.

Attori in scena
I suddetti fattori strutturali influenzano il dibattito, ma non lo determinano. Tanto più a oltre vent’anni di distanza dalla fine della Guerra Fredda e soprattutto dopo un prolungato, significativo e positivo – almeno agli occhi di partner stranieri ed addetti ai lavori – impegno delle forze armate italiane, e in misura minore del sistema-Paese, nelle missioni internazionali. La responsabilità della qualità del dibattito è primariamente dei soggetti che vi partecipano, nel bene e nel male.

Cruciali sono indubbiamente la personalità, le capacità e l’interesse per la materia di chi ricopre i ruoli di maggiore responsabilità, a partire dal Presidente del Consiglio e dal Ministro della difesa. Ciò detto, si possono fare due considerazioni generali.

Da un lato la Presidenza della Repubblica, nell’ultimo quindicennio, ha investito un notevole capitale politico nella rivalutazione del ruolo delle Forze Armate nella politica estera e di difesa dell’Italia. Dall’altro, chi ha assunto ruoli di governo ha conservato quanto già esistente, nonché gli impegni di lungo periodo presi dai governi precedenti. Qualunque fossero le posizioni ideologiche di partenza.

Dibattito pubblico
Se ciò ha contribuito a dare una certa stabilità tanto al bilancio della difesa quanto alla partecipazione italiana alle missioni internazionali, non ha automaticamente portato a uno scatto qualitativo del dibattito pubblico.

Quest’ultimo è influenzato dai media, vecchi e nuovi, in quanto soggetti attivi e al tempo stesso strumenti attraverso cui si esprimono altri attori. Lo scarso spazio che i mezzi di comunicazione tradizionali – carta stampata, radio, tv – danno alle questioni di difesa è spesso occupato dagli aspetti di cronaca degli attacchi ai militari italiani in missione, oppure dal “pastone” sulle posizioni dei partiti politici riguardo al taglio delle spese militari.

I compiti delle missioni italiane e l’utilità degli equipaggiamenti militari per il perseguimento di certi obiettivi correlati agli interessi nazionali raramente è il tema principale dell’articolo o del servizio televisivo.

Quanto alla comunicazione su internet, il potenziale informativo dei nuovi media è molto grande, ma lo è altrettanto la tendenza della rete a fare da cassa di risonanza delle posizioni più ideologiche e/o emotive. Né si bada molto alla fondatezza delle informazioni che vengono diffuse sulla rete. Non esenti da colpe sono anche i cosiddetti “esperti” di questioni di difesa, che faticano sia a relazionarsi con i mass media sia a fare rete tra loro per contribuire con maggiore efficacia al dibattito pubblico.

Il dibattito in Italia sulle questioni di difesa ricorda, in un certo senso, la piéce teatrale “Questa sera si recita a soggetto”. Come nell’opera pirandelliana gli attori pretendono di recitare la storia – una qualunque – in modo spontaneo e senza studiare il copione, gli attori del dibattito italiano tendono ad affrontare le questioni di difesa senza approfondire i temi specifici e il loro contesto.

Agiscono piuttosto in base al retaggio ideologico, alla prassi seguita dalla propria istituzione o categoria di appartenenza, al messaggio politico che intendono veicolare in quel momento, e in un certo senso al ruolo che si sono costruiti sul palcoscenico pubblico.

Il rischio di recitare a soggetto è quello di rimanere prigionieri degli stereotipi, rendendo un cattivo servizio al pubblico italiano e dando un’immagine negativa a quello straniero che guarda all’Italia più di quanto pensiamo.

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