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Braccio di ferro sullo shutdown

Stati Uniti in ostaggio

14 Ott 2013 - Dario Sabbioni - Dario Sabbioni

Lo spettro dello shutdown si è trasformato in realtà. Circa 800 mila dipendenti del governo americano sono a casa senza stipendio. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata il mancato accordo sul bilancio 2014 con i repubblicani fermamente intenzionati a cancellare il finanziamento alla riforma sanitaria voluta da Obama.

Precedenti
Dal 1976 ad oggi, si sono succeduti ben 17 shutdown, l’ultimo nel 1995. Un ruolo chiave è giocato dallo speaker della Camera: nel 1995 era Newt Gingrich, candidato poi alle primarie repubblicane. Il democratico Tip O’Neill, invece, fu la spina nel fianco di Ronald Reagan per tutti gli anni ‘80.

Due anni fa, quando l’America si ritrovò in una situazione analoga si raggiunse un accordo in extremis, ma il clima politico era diverso: con le elezioni alle porte, il rischio di perdere consenso era troppo elevato sia per gli uni che per gli altri.

Quest’anno a determinare la situazione che ha portato allo shutdown sono stati lo speaker repubblicano John Boehner e i senatori Mike Lee (Utah) e Ted Cruz (Texas), sostenuti dai grandi think tank conservatori come la Heritage Foundation e il Cato Institute. L’obiettivo era “azzoppare” l’amministrazione per indurla alla resa sulla riforma sanitaria.

All’origine dello scontro in corso c’è il “governo diviso”, ovvero una maggioranza nel Congresso di colore politico opposto a quello del Presidente.

Obamacare
Nessuno al momento ha intenzione di cedere. La polemica si è concentrata sulla riforma sanitaria, l’Obamacare. Una buona parte dei provvedimenti previsti nel Patient Protection and Affordable Care Act sono infatti duramente contestati dai repubblicani. Ben oltre 40 tentativi di abrogare la riforma si sono succeduti dalla sua introduzione.

I repubblicani hanno innanzitutto richiesto che fosse completamente cancellato ogni finanziamento pubblico alle prime misure dell’Obamacare. Si sono però trovati di fronte al rifiuto più assoluto da parte dei democratici di rinunciare a una delle bandiere dell’amministrazione.

Secondo l’ Economist, se venisse accolta la richiesta dei repubblicani di posticipare l’entrata in vigore dell’obbligo individuale di avere una copertura sanitaria, i costi delle assicurazioni salirebbero eccessivamente a causa della corsa all’accaparramento della migliore.

I repubblicani ritengono l’obbligo individuale incostituzionale perché intaccherebbe la sfera della libertà dei cittadini, obbligandoli ad usufruire di una copertura sanitaria che sarebbe in realtà una “tassa nascosta”.

Rischi
I democratici cercano di difendere le misure adottate fino ad oggi, ma per convincere i repubblicani dovrebbero fare concessioni sostanziali su alcuni temi come la tassazione e il welfare. Un do ut des tipico della politica americana. Un eventuale accordo non potrà che includere l’innalzamento del tetto del debito, pena la bancarotta del governo federale. Secondo il Segretario al Tesoro Jack Lew, il fallimento dei negoziati potrebbe causare una crisi peggiore di quella del 2008.

Vi saranno conseguenze in primo luogo nel campo repubblicano. Nonostante i magri risultati dei candidati del Tea Party nelle elezioni del novembre scorso, un atteggiamento intransigente può pagare nella contesa al’interno del partito. Quel che si preannuncia è un prolungato braccio di ferro tra nuova e vecchia guardia.

Nel campo democratico, un dietrofront sulla riforma sanitaria sarebbe una grave sconfitta politica. Ne conseguirebbe infatti una secca perdita di consenso popolare. I democratici non sono disposti a un simile sacrificio sull’altare della cooperazione bipartisan.

Alcuni dossier spinosi sono a rischio come il negoziato con l’Unione europea, al momento fermo proprio a causa dello shutdown. I principali protagonisti, il negoziatore commerciale americano Mike Froman e il commissario europeo al commercio Karel de Gucht, non si sono dichiarati eccessivamente preoccupati. Resta il fatto che sia gli Usa che gli Ue devono fare i conti con tensioni interne che rischiano di indebolirne anche il ruolo internazionale.

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