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Istituzioni europee

Seae, il meglio deve ancora venire

17 Ott 2013 - Nicoletta Pirozzi - Nicoletta Pirozzi

Paralizzato da problemi interni di organizzazione e in perenne lotta con la Commissione europea per la definizione delle rispettive competenze, il Servizio europeo per l’azione esterna, Seae, non ha goduto di buona fama nei suoi primi due anni e mezzo di vita.

Non ha saputo rispondere alle aspettative sul suo ruolo di proiezione dell’Unione europea (Ue), trovandosi impreparato davanti alle trasformazioni della sponda sud del Mediterraneo, ai conflitti in Libia, Mali e Siria e alla crisi iraniana.

È anche per rivitalizzare la sua funzione che a fine luglio Catherine Ashton, Alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha reso pubblico un documento che delinea i principali interventi di revisione del Seae, previsti per il 2014.

Ristrutturazione necessaria
Secondo alcuni analisti, le difficoltà iniziali sono legate al graduale processo di costruzione di un corpo organico che riesca ad armonizzare il lavoro delle diverse anime che convivono nelle strutture del Seae. Questo è infatti composto da personale proveniente dalla Commissione europea, dal Segretariato del Consiglio dell’Ue e dai servizi diplomatici degli stati membri.

Per altri, la sua inefficacia è dovuta soprattutto alla mancanza di una leadership forte dell’Alto Rappresentante in carica e al predominio della visione franco-britannica del Servizio.

Il documento Ashton parte proprio dai vertici del Seae, prevedendo una riorganizzazione della struttura e la creazione di una posizione unica di Segretario generale, affiancato da due vice.

Per rendere più efficace l’azione dell’Alto Rappresentante, si propone poi di rafforzare il collegamento con uno o più membri della Commissione oppure con i Ministri degli esteri degli stati membri.

In alternativa, si prefigura l’istituzione di una posizione di vice Alto Rappresentante, più difficile da realizzare perché sprovvisto di base legale nei Trattati.

La riforma prevede anche una razionalizzazione della struttura sotto forma di una riduzione dei posti apicali di direttori generali e un rafforzamento del mandato dei direttori. Questa innovazione, oltre ad alleggerire il sistema, permetterebbe anche un riposizionamento di quei paesi – tra i quali figura anche l’Italia – che non sono riusciti ad ottenere ruoli di prim’ordine nella fase iniziale di costruzione del Servizio.

Coordinamento complesso
Le proposte dell’Alto Rappresentante sembrano invece poco convincenti quando si tratta la spinosa questione del coordinamento interno, soprattutto tra gli organi deputati alla gestione delle crisi e le altre strutture, in particolare i dipartimenti geografici e tematici e il Foreign Policy Instrument, che gestisce le risorse finanziare destinate alle principali azioni di politica estera dell’Ue.

In questo ambito il documento si limita a indicare la necessità di assicurare un maggiore coordinamento interno, attraverso un mandato rafforzato del Segretario generale e un migliore utilizzo del personale militare e delle risorse di intelligence.

Altro obiettivo è migliorare la tempistica e l’efficacia del processo decisionale in materia di gestione delle crisi, con nuove procedure che riducono i passaggi consultivi e decisionali.

Essenziale poi la revisione dei meccanismi di finanziamento delle azioni di politica estera e la creazione di un centro servizi unico per il supporto alle missioni civili e militari.

Si auspica inoltre che una presidenza permanente designata dall’Alto Rappresentante sia estesa a tutti i gruppi di lavoro del Consiglio dell’Ue, alcuni dei quali seguono ancora il vecchio regime della rotazione semestrale della presidenza.

Un punto cruciale è quello del coordinamento tra Seae e Commissione europea. Si prevedono incontri più frequenti tra l’Alto Rappresentante/vice presidente della Commissione europea e gli altri commissari responsabili delle politiche esterne dell’Unione – oltre al presidente, i Commissari per allargamento, cooperazione allo sviluppo, commercio, assistenza umanitaria, affari economici e monetari.

Una questione fondamentale riguarda le rispettive competenze, non chiarite fino in fondo dal Trattato di Lisbona, per le relazioni con i paesi del vicinato e con i paesi di Africa, Carabi e Pacifico, nonché sugli aspetti esterni delle politiche interne, come sicurezza energetica, ambiente, migrazioni, lotta al terrorismo, regolamentazione finanziaria e governance economica.

L’Alto Rappresentante ritiene indispensabile un trasferimento di competenze di bilancio al Seae, nei limiti previsti dai Trattati, soprattutto in alcuni settori chiave come l’attuazione dei regimi di sanzioni, la gestione dei programmi finanziari legati direttamente alle competenze del Servizio e le attività di comunicazione esterna.

Poco oltre l’organizzazione
Il rafforzamento della presenza dell’Ue nel mondo dovrebbe passare per una razionalizzazione delle attuali delegazioni e dell’apertura di nuovi uffici in aree strategiche come quella del Golfo. Viene sottolineata la necessità di una maggiore interazione tra le delegazioni e le ambasciate nazionali, sostenuta dalla condivisione di attività e risorse anche nei settori consolare e di sicurezza.

Uno dei capitoli del documento sembra accogliere la sollecitazione più volte manifestata da vari osservatori di testare l’efficacia del Servizio sulla base dei risultati.

Tuttavia, il contenuto si limita a una serie di considerazioni su questioni relative alla gestione delle risorse umane, dal bilanciamento della composizione istituzionale a favore dei nuovi stati membri e di genere alla politica del personale.

La proposta di riforma di Ashton conclude precisando che i temi del cambiamento istituzionale interno, delle necessarie modifiche dei testi giuridici e le questioni più generali, insomma le novità più significative ed interessanti, saranno affrontate solo nel 2014.

Forse il meglio deve ancora venire.

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