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Nuova leadership

Repulisti e lotte di potere in Cina

8 Ott 2013 - Giuseppe Gabusi - Giuseppe Gabusi

In uno dei suoi primi atti politici dopo l’investitura quale Segretario generale del Partito comunista cinese (Pcc) da parte del XVIII Congresso del partito, lo scorso gennaio Xi Jinping, davanti alla platea dei membri della Commissione centrale per l’Ispezione della Disciplina, lanciò una vera e propria crociata contro la corruzione all’interno degli apparati del partito e dello stato.

Promise una caccia alle “tigri” e alle “mosche”, intendendo riferirsi da un lato alle attività illegali dei funzionari di alto rango, dall’altro a tutti quei casi di malaffare e corruzione che, soprattutto a livello locale, hanno un impatto diretto sulla popolazione.

La mossa di Xi Jinping è un tentativo di restituire vitalità e credibilità all’azione del partito, scosso nel 2012 dalle ripetute notizie di stampa nazionale e internazionale sulle ingenti fortune ammassate dai più importanti leader cinesi e dalle loro famiglie.

Le recenti inchieste che hanno coinvolto alcuni esponenti del partito per non meglio precisate “serie violazioni della disciplina interna” – eufemismo per definire pratiche corruttive – consentono di leggere con maggiore chiarezza anche il processo che per cinque giorni, a fine agosto, è andato in scena contro Bo Xilai, l’ex segretario di partito di Chongqing, da tempo caduto in disgrazia.

Feuilleton cinese
In un’aula giudiziaria a Jinan, la capitale della provincia dello Shandong, Bo Xilai si è visto contestare l’accusa di avere accettato tangenti per un valore complessivo di 3,4 milioni di dollari Usa, di essersi indebitamente appropriato di denaro pubblico per un valore di circa 820.000 dollari, e di avere abusato del potere licenziando il capo della polizia di Chongqing, reo di avere scoperto la responsabilità della moglie di Bo, Gu Kailai, nell’assassinio di un uomo d’affari britannico (per questo reato Gu Kailai è già stata condannata a morte, con probabile conversione della pena in ergastolo).

Era dai tempi dell’indagine giudiziaria contro la banda dei quattro che un processo a un top leader di partito (Bo Xilai era candidato ad assurgere al Comitato permanente del Politburo) non godeva di tanta pubblicità: la corte infatti, utilizzando il sito di microblogging weibo, ha diffuso la maggior parte dei verbali del procedimento, permettendo ai cittadini cinesi di ottenere ulteriori elementi a sostegno delle proprie convinzioni riguardo al controverso personaggio.

Molti cinesi continuano ad ammirare Bo Xilai per le politiche populiste attuate a Chongqing, e ritengono che egli non sia più corrotto degli altri funzionari di partito con simili incarichi: con insolita (per un aula di tribunale cinese) sfrontatezza Bo ha respinto ogni addebito, addossando tutte le responsabilità alla moglie e a Wang, e rivelando un legame sentimentale tra i due.

In una crescente atmosfera da feuilleton (che include il racconto delle spese folli del figlio venticinquenne di Bo), non sorprende che nulla sia trapelato invece del feroce dibattito tra le diverse anime del partito che sono alla base dell’esautoramento di Bo e della sua condanna all’ergastolo.

La linea ufficiale del regime – secondo cui il processo dimostra che nessuno è al di sopra della legge e che la promessa di Xi Jinping trova riscontro nei fatti – non è credibile dal momento che il sistema giudiziario cinese non è indipendente dal potere esecutivo e dal partito. L’uso politico della giustizia pare essere confermato dall’identità delle nuove “tigri” prese di mira dalla campagna anti-corruzione.

Imprenditori dissidenti
Tra fine agosto e inizio settembre, sono stati esautorati e indagati – tutti per “serie violazioni della disciplina di partito” – alcuni esponenti del milieu politico-imprenditoriale che ruota attorno alle imprese di stato: Jiang Jemin, ministro a capo della potente State-owned Assets Supervision and Administration Commission (Sasac) e fino a marzo presidente della China National Petroleum Corporation (Cnpc), Wang Yongchun, vice-direttore generale della Cnpc, e altri tre dirigenti della stessa Cnpc, e della sua controllata Petrochina.

Inoltre, secondo fonti del Financial Times e del South China Morning Post, sarebbe agli arresti domiciliari anche il pensionato di lusso Zhou Yongkang (considerato vicino a Bo Xilai), già membro del Comitato permanente del Politburo e potentissimo responsabile della sicurezza interna del Partito-Stato nel secondo quinquennio della presidenza di Hu Jintao, in precedenza direttore generale della Cnpc verso la fine degli anni ’90.

È una notizia, se confermata, di assoluto rilievo: era dai tempi del defenestramento di Zhao Ziyang nel 1989 che non veniva arrestato un dirigente nazionale di tale rango.

Questi nuovi sviluppi gettano nuova luce sullo stesso caso Bo Xilai, nel frattempo conclusosi con una condanna all’ergastolo in primo grado, e suggeriscono tre considerazioni.

Innanzitutto, in un Paese in cui la corruzione è ampiamente diffusa a tutti i livelli (secondo Transparency International la Cina si classifica all’ottantesimo posto nella classifica dei paesi meno corrotti), osservare che anche potenti leader politici – guarda caso, tutti appartenenti alla stessa fazione – vengono giudicati dalle corti per generiche “violazioni della disciplina di partito”, non significa necessariamente che lo stato di diritto abbia fatto progressi.

Dopo le tigri, la giungla
In secondo luogo, occorre ricordare che si avvicina il plenum del partito del prossimo novembre, in cui Xi Jinping dovrà ottenere l’assenso più ampio possibile alle riforme di cui il paese ha bisogno nei prossimi anni.

Una di tale riforme dovrà riguardare il settore delle imprese di stato, divenuto ormai talmente influente e politicamente ingombrante da condizionare l’attività di governo: l’esautoramento del numero uno della Sasac, che gestisce l’immenso portafoglio delle partecipazioni statali, è un forte monito nei confronti di una delle più potenti lobby contrarie alla modifica dello status quo.

Poiché d’altra parte riformare il complesso intreccio tra partito e affari significa mettere mano a un’intera riconfigurazione del sistema di political economy cinese, la mossa può apparire ad effetto ma rivelarsi priva di efficacia nel lungo periodo. Colpire singole “tigri” non significa necessariamente rendere la giungla – naturale habitat dei felini – più trasparente.

Infine, sul piano generale, la lotta alla corruzione, insieme alla costruzione del mito del “sogno cinese”, offre a Xi Jinping anche la possibilità di “impossessarsi” di alcune politiche che erano già di Bo Xilai – si pensi alle campagne anti-crimine da questi condotte, anche con metodi spicci, a Chongqing – scommettendo su di un esteso e rinnovato sostegno popolare al partito.

Complessivamente quindi, se il diritto diventa uno strumento di lotta con cui colpire determinati avversari politici, alla fine della battaglia sul campo rimangono due sconfitti: gli alfieri dello stato di diritto e – paradossalmente – la credibilità della linea ufficiale contro il potere delle fazioni all’interno del partito.

Non è a colpi di processi e arresti che si possono affrontare con efficacia sfide epocali: in ultima analisi, la sostenibilità dei regimi è possibile solamente se a domande politiche vengono date risposte della stessa natura.

Articolo pubblicato su OrizzonteCina, rivista online sulla Cina contemporanea a cura di Torino World Affairs Institute e Istituto Affari Internazionali.

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