IAI
Missioni di peacekeeping

Da Srebrenica lezione di diritto internazionale

17 Ott 2013 - Emanuele Sommario - Emanuele Sommario

La vicenda sulla responsabilità civile dello stato olandese per i tragici eventi svoltisi intorno alla città bosniaca di Srebrenica nel luglio del ‘95 è arrivata al suo epilogo. La Corte suprema dei Paesi Bassi ha infatti affermato alcuni importanti principi di diritto in materia di responsabilità degli stati per la condotta dei propri contingenti militari impegnati in missioni di peacekeeping sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Dutchbat
La Bosnia-Erzegovina era allora teatro di una sanguinosa guerra civile che vedeva contrapposti i tre principali gruppi etnici che l’abitavano: musulmano, serbo e croato. La caduta di Srebrenica segnò l’inizio di una serie di esecuzioni di massa per mano delle milizie serbo-bosniache che costarono la vita a più di 8000 civili musulmani.

Nell’aprile del ‘93 il Consiglio di sicurezza Onu aveva dichiarato Srebrenica e il territorio circostante zona protetta. Nel marzo del ’94 il compito di salvaguardare l’incolumità della popolazione civile venne affidato al Dutchbat, un contingente di caschi blu olandesi che operava nell’ambito della missione di peacekeeping denominata Unprofor.

Quando nell’estate del ‘95 la città fu attaccata, i militari olandesi non soltanto non fermarono il massacro, ma espulsero dalla propria base migliaia di civili musulmani che vi si erano rifugiati, condannando di fatto molti di loro a morte certa. I parenti di quattro delle vittime decisero di intentare una causa contro lo stato olandese.

Nodo giuridico
I ricorrenti chiesero ai tribunali olandesi di affermare la responsabilità dei Paesi Bassi per la condotta del Dutchbat che non aveva fatto quanto in suo potere per salvare le vite dei loro congiunti. Dinnanzi alla Corte distrettuale dell’Aia lo stato negò ogni responsabilità, sostenendo che i propri militari non avevano agito per conto dei Paesi Bassi, ma erano parte integrante di Unprofor e operavano sotto la catena di comando Onu. La loro condotta non era dunque imputabile allo stato, ma andava attribuita alle Nazioni Unite.

La Corte distrettuale accolse le motivazioni dello stato, ma la decisione venne successivamente ribaltata dalla Corte d’appello. Lo stato olandese presentò a sua volta ricorso, investendo del caso la Corte suprema.

Nel rilevare la fondatezza delle argomentazioni addotte dalla Corte d’appello, la Corte suprema ha ricostruito i parametri giuridici in base ai quali va determinata l’imputabilità della condotta dei contingenti nazionali impegnati in operazioni di peacekeeping. A tal fine, ha ripercorso i lavori della Commissione del diritto internazionale delle Nazioni Unite che ha affrontato in maniera sistematica il tema della responsabilità internazionale degli stati e delle organizzazioni internazionali.

Il punto nodale affrontato dai giudici concerne lo status dei contingenti nazionali messi a disposizione delle Nazioni Unite per svolgere missioni di peacekeeping. Se, come le stesse Nazioni Unite sostengono, la missione va considerata un organo sussidiario dell’Organizzazione, le condotte poste in essere dai militari nell’esercizio delle proprie funzioni sono sempre attribuibili all’Onu e la responsabilità dello stato di invio non viene in rilievo.

Se, invece, si considerano i contingenti “prestati” come organi dello stato inviante, diventa decisivo determinare quale entità abbia effettivamente esercitato il proprio controllo sulla condotta supposta illecita. La Commissione del diritto internazionale ha ritenuto più convincente la seconda soluzione, che sia la Corte d’appello che la Corte suprema hanno poi adottato.

La questione dirimente era dunque chi esercitasse il controllo effettivo sul Dutchbat nelle ore in cui si svolgevano i fatti. Pur non escludendo che anche le Nazioni Unite potessero influenzare l’azione dei militari, con le due decisioni prese il 6 settembre scorso, i giudici hanno infine ritenuto che lo stato olandese esercitasse un controllo effettivo sul proprio contingente. Tale convinzione si basa prevalentemente su due circostanze.

Da un lato, lo stato d’invio mantiene comunque alcuni poteri sulle proprie truppe (ad esempio in materia disciplinare), che non sono dunque mai completamente sottratte a qualche forma di controllo statale. Dall’altro, l’incapacità di Unprofor di assolvere al proprio mandato e la decisione di evacuare i caschi blu avevano determinato, nella fase decisiva, un intervento diretto del governo dell’Aia, i cui ordini affiancavano (e a volte contraddicevano) quelli provenienti dalla catena di comando Onu.

La condotta del Dutchbat andava dunque imputata ai Paesi Bassi, cui corre pertanto l’obbligo di risarcire i parenti delle vittime.

Lezione
Se la giurisprudenza delle corti olandesi facesse scuola, potrebbero prodursi importanti conseguenze per le attività di peacekeeping delle Nazioni Unite. L’attribuzione di responsabilità allo stato d’invio potrebbe indurre i governi a ridurre l’impiego di proprie truppe, per il timore di essere chiamati a rispondere della loro condotta di fronte ai propri tribunali.

D’altro canto, dal punto di vista delle vittime di violazioni commesse dai caschi blu, gli sviluppi fin qui descritti sono senz’altro positivi, prospettandosi ora una possibilità concreta di ottenere un risarcimento per i danni eventualmente subiti.

Se la Corte avesse invece sposato la tesi che vuole le Nazioni Unite responsabili per qualsiasi condotta posta in essere dai peacekeepers, le speranze di successo di un’azione risarcitoria sarebbero rimaste assai scarse, godendo l’Organizzazione di immunità assoluta dalla giurisdizione degli Stati membri, come da ultimo confermato dalla stessa Corte suprema olandese e dalla Corte europea dei diritti umani.

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