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Partenariato transatlantico

Convitato di pietra sulla Cina

1 Ott 2013 - Andrea Renda - Andrea Renda

Il 2013 ha segnato l’avvio delle negoziazioni per l’ambizioso piano di partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti, Ttip. Se portato a compimento senza intoppi e ridimensionamenti, questo accordo potrebbe mutare radicalmente il panorama internazionale, stabilendo regole comuni per scambi che ammontano al 30% del commercio mondiale di beni, il 20% degli investimenti diretti esteri, nonché un volume di scambi che supera i 700 miliardi di euro all’anno.

Possibile panacea
Un accordo la cui importanza è confermata dalle analisi del suo impatto. Queste stimano un incremento dei posti di lavoro pari a circa un milione negli Stati Uniti, 400 mila nel Regno Unito e 141 mila in Italia; nonché incrementi del Pil pro capite del 13,4% negli Stati Uniti e di quasi il 5% nel nostro paese.

Nessuna riforma attualmente sul tavolo del governo italiano e delle istituzioni europee (con la sola eccezione del completamento del mercato interno digitale) promette livelli di crescita tanto significativi. Il Ttip, insieme all’alleanza Trans-pacifica in corso di negoziazione tra Stati Uniti e molti paesi asiatici, viene presentato su entrambe le sponde dell’Atlantico come un passo verso il superamento dello stallo nel quale attualmente versa il Doha round.

Sembra un passo decisivo verso un nuovo e più soddisfacente assetto regolatorio del commercio internazionale. Non a caso il Commissario europeo al commercio, Karel de Gucht, ha più volte presentato il Ttip come il primo passo verso il rafforzamento del Wto.

Sembrerebbe di trovarsi di fronte a un’occasione senza precedenti, quasi a una panacea in grado di guarire molti dei mali dei paesi occidentali. Eppure vi sono diversi ordini di motivi per dubitare che le “magnifiche sorti e progressive” attribuite al Ttip possano tradursi in effetti concreti.

Il contenuto dell’eventuale accordo potrebbe infatti essere largamente ridimensionato durante le negoziazioni. Non si tratta di eliminare prevalentemente barriere tariffarie che pure esistono, ma sono di entità esigua. La sfida è quella di armonizzare gli standard tecnici e gli approcci alla regolamentazione in settori strategici come i prodotti chimici o farmaceutici e gli organismi geneticamente modificati.

Per non parlare di annose questioni trasversali come la regolamentazione dei mercati finanziari e delle industrie a rete, la protezione dei dati personali – per di più, all’indomani dello scandalo Datagate – la protezione della proprietà intellettuale – in particolare dei brevetti – e ancor di più, degli appalti pubblici e dei sussidi alle imprese locali.

Scetticismo
Sfide che appaiono, in alcuni settori, già perse, come testimoniano le conclusioni dell’incontro inaugurale svoltosi a luglio 2013, nel quale il settore finanziario è già stato accantonato per l’impossibilità di raggiungere un qualsivoglia allineamento o anche un mutuo riconoscimento.

Se si consultano i documenti preliminari predisposti dalla Commissione europea, si scopre che anche sui prodotti chimici la controversa e contorta regolazione europea appare aver innescato un’irreversibile deriva dei due continenti.

Se si aggiungono le remore francesi nel settore dell’audiovisivo e la recrudescenza del protezionismo di entrambi i blocchi rispetto alla produzione di materiali pesanti (acciaio, alluminio) e di prodotti high-tech, nonché le probabili resistenze di partner commerciali di assoluto rilievo in alcuni settori (ad esempio, la Turchia), resta poco su cui scommettere a occhi chiusi.

Quello relativo ai contenuti è solo uno dei motivi che alimentano lo scetticismo. Si pensi alla tempistica dell’accordo finale, annunciato per la fine del 2014, quando scadrà il mandato dell’attuale Commissione europea.

La complessità e varietà dei temi da discutere, l’attuale impegno statunitense nelle negoziazioni per il partenariato trans-pacifico (che non si concluderanno, come inizialmente annunciato, entro la fine del 2013), l’incertezza politica che circonda i paesi dell’Unione europea e i fastidi generati dallo scandalo Prism proiettano ombre minacciose sui tempi di negoziazione tra i due giganti.

Senza considerare che la Commissione europea è solita perdere abbrivio e legittimazione ad agire quando il mandato è in scadenza. Essa dovrà confrontarsi con un rinnovato (e forse più ostile) Parlamento europeo a metà 2014.

L’ottimismo mostrato dal presidente statunitense Barack Obama e dal capo della delegazione Usa Mike Froman sembra ancor meno fondato se si pensa che lo stesso Obama non ha mai ottenuto, per gli accordi di libero commercio, l’autorizzazione ad agire in rappresentanza degli Stati Uniti. Qualsiasi decisione del presidente sarà carta straccia se non verrà avallata e ratificata da un quanto mai ostile Congresso a maggioranza repubblicana.

Gigante cinese escluso
A tali motivazioni va aggiunta una nota forse ancor più scettica. Non è sfuggito ai commentatori più attenti che il Ttip, così come l’alleanza Trans-pacifica, non coinvolge la Cina, gigante emergente che rosicchia quote di commercio internazionale a entrambe le sponde dell’Atlantico e permea i principali mercati mondiali con prodotti e semilavorati di ogni genere.

Integrare maggiormente le due sponde dell’Atlantico, fissare standard qualitativi inarrivabili per le economie emergenti e conquistare trattamenti privilegiati in paesi importanti come Australia, Giappone o Corea del Sud significherebbe, per gli Stati Uniti, garantirsi una nuova centralità nello scacchiere del commercio internazionale.

Lungi dal rappresentare un passo verso un Wto più forte e la conclusione del Doha round, la mossa dei paesi occidentali appare più che altro frutto della necessità di contenere l’ascesa della Cina e di altre economie emergenti. Ecco perché, dopo anni di infruttuosa cooperazione transatlantica, di colpo si è assistito a un’accelerazione.

L’ombra minacciosa del colosso cinese è ciò che accomuna le parti al tavolo negoziale. Il Ttip è il convitato di pietra.

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