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Siria

Diktat ad Assad sulle armi chimiche

17 Set 2013 - Carlo Trezza - Carlo Trezza

Con l’accordo quadro russo-americano concluso a Ginevra, la questione delle armi chimiche siriane subisce una formidabile accelerazione. L’impiego di queste armi nei pressi di Damasco il 21 agosto, uno dei rari episodi di uso di queste odiose armi di distruzione di massa dopo la prima guerra mondiale, ha fatto scattare lo sdegno internazionale.

Oltre la retorica
Stante l’iniziale riluttanza russo-cinese a misure punitive, il presidente statunitense Barack Obama ha preannunciato una possibile azione militare unilaterale. Ne è seguito un ravvedimento russo con la tempestiva proposta del presidente Vladimir Putin di porre sotto controllo internazionale l’arsenale chimico siriano.

Obama è riuscito a non farsi intrappolare dalla propria retorica, cogliendo al balzo il percorso negoziale che si andava profilando. Messa alle strette dall’alleato russo, la Siria ha compiuto in un batter d’occhio quel passo che i più accorti analisti suggerivano da mesi: l’adesione alla Convenzione sulla proibizione della armi chimiche.

Questa convenzione, che proibisce il possesso e l’uso delle armi chimiche e ne prevede la distruzione sotto un sistema ispettivo estremamente rigoroso, è lo strumento diplomatico più avanzato raggiunto nel campo del disarmo.

Missione ambiziosa
L’accordo di Ginevra che russi e americani hanno negoziato senza la partecipazione siriana,impone a quest’ultima una sorta di diktat e propone alle organizzazioni internazionali competenti un percorso applicativo eccezionale.

Al centro dell’operazione si troverà l’Organizzazione sulla proibizione delle armi chimiche (Organisation for the Prohibition of Chemical Weapons, Opcw), che ha sede all’Aja. Il suo consiglio esecutivo dovrà promulgare procedure speciali per applicare immediatamente la Convenzione chimica in Siria.

Damasco dovrà fornire entro una settimana i dati sulla dislocazione delle armi, dei loro precursori e dei vettori onde consentire l’immediato invio degli ispettori. ll Consiglio di sicurezza dovrà chiedere all’Opcw di attuare e legittimare questa irrituale procedura di urgenza. In caso di inadempimento siriano, russi ed americani sono già d’accordo di ricorrere alle disposizioni punitive del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite che possono includere l’uso della forza.

La disposizione che impone alla Siria la distruzione dell’arsenale chimico entro la metà del 2014 è molto ambiziosa. Russi ed americani non sono ancora riusciti a distruggere il proprio neanche vent’anni dopo la firma della Convenzione.

Riscatto del multilateralismo
In questa turbolenta vicenda è da rilevare anzitutto l’inattesa e virtuosa convergenza di pensiero e azione tra russi e americani volta a risolvere con la diplomazia, anziché con la forza, una delle crisi più virulente.

Vi è poi un vistoso riscatto per il multilateralismo. Dopo molte umiliazioni, rientrano in scena le Nazioni Unite e viene affidato all’Opwc un mandato chiave che va addirittura al di là delle sue competenze.

Si registra infine un’evoluzione epocale sul fronte degli equilibri strategici mediorientali. La distruzione dell’arsenale chimico siriano, ma soprattutto l’adesione alla Convenzione chimica, spostano ora i riflettori sull’Egitto (che non l’ha firmata), Israele (che l’ha firmata, ma non ratificata) e l’Iran (che l’ha ratificata).

Si aprono nuove prospettive per la Conferenza sulla proibizione delle armi di distruzione di massa e loro vettori in Medio Oriente. Anche se questa era già prevista per lo scorso anno a Helsinki, sinora è rimasta nel limbo.

L’intesa di Ginevra non condurrà necessariamente alla conclusione della guerra civile e le vittime dell’arma chimica costituiscono una percentuale minima del totale. La dimensione umanitaria e le conseguenze che ne derivano sul piano penale internazionale non possono essere tralasciate.

Ruolo dell’Italia
L’accordo di Ginevra, se applicato, dovrebbe però chiudere il capitolo delle armi chimiche in Siria, rafforzare la norma sulla loro totale proibizione e riaffermare il principio che la proliferazione di tali armi costituisce una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale.

Le divergenze circa l’impiego della forza non hanno consentito sinora all’Europa di mantenere un profilo elevato. L’opzione negoziale che ha ora prevalso dovrebbe facilitare una posizione univoca. L’Italia, che ha una lunga esperienza in fatto di smaltimento di armi chimiche e di ispezioni internazionali, ha le carte in regola per dare un proprio valore aggiunto.

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