IAI
Iran dopo il voto

L’incognita Rouhani

7 Ago 2013 - Nicola Pedde - Nicola Pedde

Frizioni e perplessità. Questo il clima che ha animato l’intenso dibattito tra le varie componenti del sistema politico iraniano, soprattutto all’interno della compagine conservatrice, in occasione dell’insediamento, il 4 agosto, del presidente Hassan Rouhani.

Questo evento è stato preceduto da una polemica per quello che è stato presentato come un errore di un giornalista del quotidiano Mehr nel corso della celebrazione della giornata di Gerusalemme. Secondo la trascrizione del giornale, Rouhani avrebbe detto che “Israele è come una ferita sul corpo del mondo islamico, che deve essere eliminata.”

Il video integrale dell’intervista mostra però che per Rouhani la ferita da eliminare non è lo Stato ebraico, ma l’occupazione della Palestina e di Gerusalemme. Sembra quindi che l’errore di trascrizione sia stato strumentalmente utilizzato e non si può escludere che scaturisca dalla dinamica fortemente conflittuale della politica iraniana.

Conservatori allarmati
Pur essendo genericamente collocabile nell’ambito delle forze conservatrici, la posizione politica e ideologica di Rouhani è del tutto unica e particolare. Rappresenta una molteplicità di istanze politiche e sociali, ma nessuna in particolare delle forze politiche esistenti nel paese. L’elezione di Rouhani ha quindi generato perplessità – o un aperto scontento – nell’intero sistema politico nazionale.

I conservatori, in particolare, volevano un presidente dichiaratamente schierato dalla loro parte, non certo un candidato percepito all’esterno come riformista.

Intensa è stata quindi la fase negoziale pre-insediamento, utile a definire una rosa di ministri che fosse in qualche modo rappresentativa delle più diverse anime politiche del Paese, dai conservatori ai riformisti di prima generazione. Il risultato è una lista ben bilanciata e molto mirata nella scelta di candidati dal forte profilo tecnico.

Tra le nomine di maggior interesse vi sono quelle di Mohammad Javad Zarif al dicastero degli esteri, e Bijan Namdar Zanganeh al ministero del petrolio. Dietro la scelta di Zanganeh, al suo quarto incarico come ministro e certamente tra i maggiori esperti di economia e industria petrolifera del Paese, vi è l’esigenza di rimettere in sesto l’industria nazionale degli idrocarburi, colpita dalle sanzioni ma anche da un progressivo decadimento tecnologico.

Zarif è invece l’ex ambasciatore iraniano presso le Nazioni Unite ed è considerato in patria il maggiore esperto di politica statunitense. La sua nomina è stata quindi interpretata come un segnale di apertura verso Washington.

Usa e sanzioni
L’importanza degli Stati Uniti nell’agenda di Rouhani è emersa anche nel suo discorso d’insediamento, dove il presidente ha affrontato con decisione i temi della crisi economica e delle sanzioni, affermando di volersi impegnare per ottenerne la revoca e giudicandole funzionali allo strangolamento economico dell’Iran.

In un comunicato ufficiale, il Dipartimento di Stato americano ha fatto le congratulazioni a Rouhani, invitando il nuovo presidente a intraprendere “concretamente” un percorso negoziale per risolvere i problemi generati dallo sviluppo del programma nucleare.

A Teheran, questo messaggio è stato accolto con perplessità per diversi motivi. In primo luogo l’Iran chiede di inserire la questione sul negoziato nucleare nell’ambito di un’agenda più ampia, che includa la sicurezza regionale. Ma non ha giovato anche l’inopportuna decisione presa pochi giorni prima dalla Camera dei Rappresentanti statunitense di approvare un nuovo pacchetto di sanzioni contro l’export petrolifero iraniano.

La decisione è stata adottata con ben 400 voti a favore e solo 20 contrari, ma ha un sapore squisitamente strumentale. Qualora il Senato ratificasse il voto a settembre, questo nuovo pacchetto potrebbe comportare una riduzione nelle quantità di petrolio acquistate da India e Cina, e per Teheran sarebbe un chiaro segnale che Washington non è realmente intenzionata a negoziare.

Le sanzioni hanno sinora decurtato del 60% la capacità dell’export petrolifero iraniano, riducendo fortemente anche l’importazione di beni essenziali. Il tutto in un quadro economico che, grazie soprattutto alla produzione industriale non petrolifera e alla crescita delle esportazioni su scala regionale, è tuttavia ancora caratterizzato da una crescita del 3% annuo.

L’agenda politica di Rouhani sarà quindi dominata dalla necessità prioritaria di impostare un nuovo approccio di politica estera, nell’intento di favorire un ridimensionamento delle sanzioni e al tempo stesso negoziare su un piano più vasto gli interessi strategici del Paese, incluso il suo programma nucleare.

Dovrà tuttavia negoziare tale programma con l’eterogeneo establishment politico della prima generazione e con la Guida Suprema, che rappresenta non il dominus, ma il moderatore del complesso sistema politico iraniano.

.