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Conflitti e riforme

Futuro fosco per la tigre kazaka

22 Ago 2013 - Alessandro Ronga - Alessandro Ronga

Noto ai più soprattutto per la presenza sul suo territorio del cosmodromo di Baikonur da dove sono iniziate le grandi imprese spaziali russe e dalle cui rampe di lancio partono i cargo russi diretti alla stazione spaziale internazionale orbitante, il Kazakhstan è tornato sotto i riflettori per la vicenda di Alma Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, rimpatriata precipitosamente dalle autorità italiane lo scorso maggio.

Il Kazakhstan è stato a lungo considerato una massa di steppa desertica attraversata dalla Via della Seta. Grazie allo sfruttamento delle enormi quantità di materie prime, il Paese è in realtà il cuore finanziario dell’Asia Centrale ex sovietica. A confermare il clima economico favorevole alla creazione di business è la graduatoria Doing Business 2013 della Banca Mondiale che colloca il Kazakhstan al 49° posto tra le nazioni dove sussistono le migliori condizioni per fare impresa. Astana è al 25° posto per la facilità nella creazione d’impresa, al 17° per il peso della tassazione sulle attività produttive e al 10° posto per la protezione degli investimenti esteri che dal 1992 hanno raggiunto il valore di 122,2 miliardi di dollari.

Sempre più multinazionali scelgono quindi il Kazakhstan come porta d’accesso ai mercati dell’ex Unione Sovietica. Su questa decisione pesa anche la vicinanza alla Cina, a cui il Kazakhstan guarda con molto interesse non solo per le importanti trattative in campo energetico in corso tra i due paesi, ma anche per il suo modello di sviluppo dove libertà economiche e politiche non procedono di pari passo.

Il monarca repubblicano
Formalmente il Kazakhstan è una repubblica presidenziale, ma nella realtà è una sorta di monarchia assoluta, il cui scettro è da oltre vent’anni nelle mani del presidente Nursultan Nazarbaev. Alto dirigente comunista negli anni dell’Unione Sovietica, quando questa fu dissolta divenne ufficialmente Capo di Stato. Era il 26 dicembre 1991 e da allora non ha più lasciato il potere, costruendosi una nuova capitale – l’avveniristica e fantasmagorica Astana – accumulando cariche, onorificenze e un patrimonio personale degno di un satrapo, superiore a 7 miliardi di dollari.

Nel pieno rispetto delle regole imposte dal culto della personalità, Nazarbaev si sottopone periodicamente al giudizio del suo popolo attraverso elezioni-farsa, ricevendo inevitabilmente un consenso che definire “bulgaro” sarebbe riduttivo. L’ultima consultazione elettorale del 2011l’ha visto trionfare con oltre il 95% dei voti. Tra questi anche quello di un candidato suo avversario, che, intervistato dalla televisione di Stato, ha ammesso di aver votato per il presidente uscente. Nazarbaev non ha alcuna intenzione di lasciare la poltrona, visto che ha chiesto agli scienziati dell’Università di Astana, a lui intitolata, di creare un elisir di lunga vita.

Conflitti sociali
Se la mancanza di democrazia può essere momentaneamente occultata da un diffuso benessere del popolo, la stessa comincia a generare effetti collaterali quando parte della popolazione viene esclusa dalle ricchezze. Nel dicembre 2011 nella cittadina di Zhanaozen, cuore petrolifero del Paese, alcuni operai della compagnia energetica statale KazMunaj Gas si resero protagonisti di una protesta in nome di un miglioramento dei salari e delle condizioni di lavoro.

La contestazione esplose durante una celebrazione per il ventennale dall’indipendenza da Mosca. I manifestanti erano scesi in strada contro la polizia che aveva tentato di sgombrare con violenza la piazza dove da mesi protestavano i lavoratori. Un gruppo di operai diede l’assalto a un palco allestito per un concerto celebrativo, demolendolo. Gli scontri che ne seguirono costrinsero Nazarbaev a proclamare lo stato di emergenza a Zhanaozen.

Quando la situazione tornò sotto il controllo delle forze di polizia, sul terreno restavano 14 morti e un centinaio di feriti. Sulla vicenda calò definitivamente il silenzio dei media, sia di quelli di Stato che di quelli indipendenti che denunciarono l’oscuramento dei loro siti web e degli account Twitter.

Per non parlare della misteriosa aggressione subita lo scorso anno dal giornalista Lupkan Akhmedjarov che dalle pagine del quotidiano d’opposizione Ural’skaja Nedelja aveva denunciato la violenta repressione subita dagli operai della KazMunaj Gaz, organizzando dei flash-mob in difesa dei lavoratori e della libertà d’informazione.

Anche se nel 2011 la percentuale di cittadini che vive al si sotto della soglia di povertà è calata al 5,3% – dal 12,7% del 2007 – accanto ai 5 miliardari e ai 12mila milionari che vivono in Kazakhstan ci sono fasce di popolazione povera che non potrebbero mai metter piede dentro uno dei tanti centri commerciali sbucati come funghi nel Paese, né accedere ai beni e servizi esposti al di là delle scintillanti vetrine.

Cercasi riforme
La crisi globale comincia a far sentire i suoi effetti anche in Kazakhstan. La crescita del Pil è destinata a rallentare (non andrà oltre il 5%, un dato al di sotto delle stime del governo). Per far fronte all’aumento dell’aspettativa di vita dei kazaki, arrivata a 69 anni, si sta pensando a una riforma del sistema pensionistico.

Per evitare un crack del sistema previdenziale, il governo punta a innalzare l’età pensionabile, ostacolando così il ricambio generazionale. La riforma potrebbe infatti avere come effetto una marcata riduzione delle opportunità lavorative per i giovani. Anche per questo risulta molto impopolare.

Un futuro a tinte fosche per la tigre kazaka suscita quindi una certa apprensione nei palazzi del potere di Astana. Il timore è che il malcontento popolare possa sfociare in rivolte simili a quella dei dipendenti della KazMunaj Gas.

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