IAI
Emergenza sbarchi

Diritto d’asilo e solidarietà europea

13 Ago 2013 - Chiara Favilli - Chiara Favilli

La nuova ondata di sbarchi sulle coste siciliane rimette al centro del dibattito il diritto d’asilo. Si ripropone quindi la questione della normativa che lo regola a livello italiano ed europeo e degli strumenti con cui l’Unione può aiutare i Paesi membri sottoposti a forti pressioni migratorie alle frontiere.

La presenza di flussi migratori misti, con la contemporanea presenza di richiedenti asilo e di migranti per motivi economici rende spesso problematico il riconoscimento del diritto di asilo. Anche sul piano concettuale si registra una tensione tra le migrazioni così dette forzate e i presupposti della protezione internazionale.

Condizioni di povertà estreme e cambiamenti climatici possono rendere obbligata anche la scelta della migrazione economica, così che lo Stato di approdo diventa, di fatto, uno Stato di rifugio. Tuttavia il diritto di asilo non può essere utilizzato per dare risposte a problemi di carattere strutturale, a crisi di tipo economico, sociale, ambientale.

Deve essere ancorato ad una nozione che vede nel pericolo subito da una singola persona il presupposto essenziale, mentre le crisi strutturali devono essere affrontate con adeguati strumenti, prima di tutto con massicci investimenti di cooperazione allo sviluppo.

Costituzione e Convenzione di Ginevra
In Italia l’obbligo dell’accoglienza dei richiedenti asilo deriva dalla stessa Costituzione, art. 10, 3° comma, e dalla Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status dei rifugiati. Quest’ultima stabilisce una nozione più ristretta rispetto a quella della Costituzione, ma è divenuta la pietra angolare del diritto di asilo a livello planetario, grazie anche al ruolo di “guardiano” svolto dall’Alto Commissariato per i rifugiati (Unhcr).

Ai sensi dell’art. 1 è rifugiato chi fugge dal proprio Stato per timore di subire una persecuzione per uno dei motivi tassativamente elencati. Negli anni la nozione è stata interpretata estensivamente in modo da tutelare, ad esempio, donne perseguitate a causa del loro sesso e persone a rischio di condanne penali a causa del proprio orientamento sessuale.

Più di recente anche l’Unione europea, Ue, si è dotata di un proprio sistema di asilo, completato nel giugno 2013 e basato sulla nozione di protezione internazionale, articolata nelle tre forme dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione temporanea, volte a consentire a chiunque di vedersi riconosciuto lo status appropriato alla propria situazione.

L’Italia e la politica dell’Ue
È stato solo grazie all’obbligo di attuazione della normativa europea che l’Italia si è finalmente dotata di un vero e proprio sistema di asilo, con la previsione di procedure, organi specializzati e standard minimi di accoglienza.

D’altra parte, come Stato di frontiera esterna dell’Ue e, spesso, primo porto di arrivo dei richiedenti asilo secondo il “regolamento Dublino”, l’Italia è sottoposta ad una pressione maggiore alle proprie frontiere rispetto a quanto non sarebbe se tale ingresso non coincidesse anche con l’ingresso nell’area Ue.

Tuttavia il numero assoluto di richiedenti protezione internazionale in Italia nel 2012 è stato di gran lunga inferiore a quello degli altri grandi Paesi dell’Ue. Parliamo di 17.350 domande, corrispondente al 5% del totale delle richieste presentate in Europa, contro il 23% assorbito dalla Germania, il 18% dalla Francia e il 13% dalla Svezia.

Anche quando l’afflusso è stato maggiore, in particolare con l’arrivo degli sfollati in seguito alla “Primavera araba”, la percentuale degli arrivi in Italia è stata sempre inferiore rispetto a quella degli altri grandi Stati europei.

L’Unione, per parte sua, mette a disposizione degli Stati una pluralità di strumenti, finanziari e “logistici” in parte gestiti dall’Ufficio europeo per il sostegno dell’asilo, Easo, con sede a Malta. Questo dovrebbe poter intervenire nelle situazioni di crisi attraverso un sistema di allerta rapido previsto dal nuovo regolamento Dublino.

In aggiunta, dovrebbe predisporre gli strumenti di sostegno più idonei allo Stato membro interessato, incluse squadre di supporto e strumenti finanziari. Un accordo in questo senso è stato già concluso anche con l’Italia.

L’Ue ripone grande aspettativa nel ruolo che l’Easo potrà svolgere anche per scongiurare che si ripeta quanto accaduto in Italia con la gestione della “emergenza Nord Africa” che ha messo a dura prova il principio di solidarietà tra Stati membri, portando alla modifica del Regolamento Schengen.

Tuttavia gli eventi più recenti mostrano come questi strumenti non sono ancora sufficienti e che l’Unione dovrebbe dotarsi di misure più incisive. Da una parte, l’Ue dovrebbe obbligare tutti gli Stati membri, non solo quelli di frontiera, ad applicare in maniera effettiva il principio di solidarietà. Dall’altra, dovrebbe imporre a tutti gli Stati coinvolti nelle operazioni di salvataggio delle vite umane in mare il pieno rispetto delle regole di diritto internazionale, in primis dei diritti umani.

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