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Nato e sicurezza globale

Obama chiama l’Ue

3 Lug 2013 - Giovanni Faleg - Giovanni Faleg

I discorsi di Barack Obama a Berlino (21 giugno) e del rappresentante statunitense presso la Nato, Ivo Daalder, a Bruxelles (17 giugno) offrono interessanti spunti di riflessione sul significato di decoupling e burden sharing, due elementi che hanno caratterizzato le relazioni transatlantiche negli ultimi cinquanta anni.

Mani libere
Il primo concetto – decoupling – riguarda il timore europeo che la sicurezza del vecchio continente sia slegata da quella americana. “Gli Stati Uniti sarebbero disposti a sacrificare Boston per salvare Amburgo?”, questa la profonda inquietudine delle cancellerie europee durante la guerra fredda. A più di vent’anni dal crollo del muro di Berlino, cambia la terminologia, ma la questione del decoupling rimane d’attualità.

Adesso gli esperti di sicurezza parlano di pivot americano verso l’Asia, di irrilevanza strategica dell’Europa, gravemente colpita dalla crisi finanziaria ed economica. La sicurezza non è più solo militare o nucleare, è anche economica e politica. Ci si chiede allora se gli Stati uniti sarebbero disposti a sacrificare i rapporti con Pechino per salvare quelli con Berlino. Il legame transatlantico è messo alla prova dalle potenze emergenti, dalle ancora indecifrabili dinamiche di un nuovo equilibrio multipolare, nel quale l’Europa sembra spostarsi inesorabilmente verso la periferia.

Il discorso di Obama davanti alla Porta di Brandeburgo di Berlino chiarisce l’ennesimo malinteso fra americani ed europei. In assenza di una minaccia diretta e nell’illusione della fine della storia, “la tentazione”, ammette Obama, “è quella di rinchiudersi”, di isolarsi ignorando nuove minacce, dal terrorismo all’intolleranza che fomenta gli estremismi.

Ma “l’autocompiacimento non è nel carattere delle grandi nazioni” e tali sfide possono essere affrontate solo se Europa e Stati Uniti intendono la loro relazione come qualcosa di più della somma di esperienze individuali, come una comunità di valori. L’Alleanza atlantica è “il fondamento della sicurezza globale” così come i legami commerciali fra le due sponde dell’Atlantico sono il motore dell’economia globale. Rievocando lo spirito di Berlino, Obama descrive quindi la preminenza strategica del legame fra America e Europa.

L’intervento di Daalder al Carnegie Europe di Bruxelles, ultimo discorso pubblico in qualità di ambasciatore degli Stati Uniti presso la Nato, pone alcune condizioni per il rafforzamento della comunità transatlantica. Anche in questo caso, vi è un importante elemento di continuità. Il burden sharing, ovvero il contributo degli europei allo sforzo militare dell’alleanza, in particolare sotto il profilo delle spese per la difesa, è una vecchia preoccupazione americana. Con la fine della guerra fredda e la scomparsa della minaccia sovietica, le capacità militari europee sono andate tuttavia drasticamente riducendosi.

La crisi finanziaria, accompagnata a pesanti investimenti delle potenze emergenti nella difesa, hanno peggiorato ulteriormente il quadro. Se da una parte Daalder riafferma la capacità di America ed Europa di “affrontare insieme qualsiasi sfida”, dall’altra mette l’accento sull’insostenibile disparità degli sforzi volti a mantenere in vita l’Alleanza: “un crescente coro di voci a Washington”, osserva Daalder “chiede che gli alleati contribuiscano maggiormente alla divisione delle spese”. In altre parole, dal discorso emerge chiaramente come la rilevanza strategica dell’Europa sia, secondo l’ottica americana, legata alla rilevanza militare della Nato, i cui costi devono essere ribilanciati – attualmente, il contributo degli Stati Uniti ammonta al 75% delle spese totali dell’Alleanza.

Saldare il conto
Citando un film della fine degli anni Novanta, nella vita alcune cose non cambieranno mai, altre invece cambiano. Sia il decoupling che il burden sharing continuano ad essere elementi chiave della dialettica transatlantica. Il mondo multipolare pone però nuove importanti sfide, alle quali né gli Stati Uniti né l’Europa si possono sottrarre. In questo senso, lo spostamento o pivot verso Est non interessa soltanto gli interessi strategici americani, ma le più ampie dinamiche di potere internazionali.

Allo stesso tempo, ondate di instabilità politica e sociale continuano ad interessare il vicinato europeo (ieri i Balcani, oggi il Mediterraneo), con nuove minacce asimmetriche che richiedono lo sviluppo di politiche originali e di lungo termine; ma anche di capacità e tecnologie adeguate per la gestione delle crisi nel breve o brevissimo periodo.

È proprio nel rapporto fra sfide vicine e lontane, fra risposte di lungo termine e rapidi interventi di gestione delle crisi che si gioca il futuro delle relazioni fra alleati americani ed europei. Da Washington arrivano segnali della volontà americana di agire insieme, unendo la compatibilità degli obiettivi strategici alla condivisione degli oneri.

Come ha precisato Daalder, la mancanza di investimenti oggi riduce le capacità di domani e rinforza le minacce. L’amministrazione Obama non è, come erroneamente si crede, indifferente alle questioni europee. Al contrario, dai discorsi di Berlino e Bruxelles emerge un’offerta degli Stati Uniti agli alleati europei, tesa a rifondare un’alleanza più forte, ma anche più europea.

L’Europa non può esimersi dal dare una risposta. È una prova di maturità politica. Da una parte, vi è l’impopolarità delle spese per la difesa in tempi di crisi economica. Dall’altra, la consapevolezza, poco diffusa a livello di opinione pubblica, che la sicurezza ha un costo, e l’America non è – logicamente – disposta a pagare la parte del conto che non le spetta.

Occorre allora razionalizzare, europeizzare le spese della difesa ridurre i costi sui singoli stati europei, attuare i programmi di smart defence e di pooling and sharing. Un’utopia fino a pochi anni fa. Oggi, l’unica condizione per il mantenimento di un saldo legame transatlantico. Affrontare da soli le sfide di sicurezza, nel vicinato europeo ed oltre, ci costerebbe molto di più.

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