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Da Mursi a Mansour

L’Egitto ricomincia da tre

4 Lug 2013 - Azzurra Meringolo - Azzurra Meringolo

La nostra autrice ci scrive dal Cairo. “Reset, tutto da rifare. Punto a capo, si rinizia la transizione più preparati di prima”. Con queste parole il giovane analista e attivista Bassem Sabry butta giù il boccone amaro dell’intervento militare. Alla scadenza dell’ultimatum che il Consiglio supremo delle forze armate aveva dato al presidente islamista Mohammed Mursi per raggiungere un accordo con i suoi oppositori, mercoledì sera i carri armati sono tornati in alcune strade del Cairo.

Unità nazionale
Per quarantott’ore l’Egitto è stato un paese sospeso sul suo futuro. A “chiarirgli le idee” è stato l’esercito, che ancora una volta si è dimostrato l’ago della bilancia e l’unica istituzione che, nel bene e nel male, ha il polso della situazione egiziana.

Mentre le voci dell’arresto di Mursi si sommavano a quelle che ne annunciavano un suo divieto ad abbandonare il paese, in un comunicato televisivo, il generale Abdel Fattah Al Sissi – capo delle forze armate e anche ministro della difesa – ha annunciato una road map concordata con alcuni esponenti di spicco dell’opposizione e i leader delle principali istituzioni religiose, la chiesa copta e Al-Ahzar – massima autorità dell’Islam sunnita.

Secondo questa scaletta, a prendere il posto di Mursi è Adly Mansour, presidente della Corte costituzionale egiziana che mercoledì ha prestato giuramento e che resterà in carica fino a quando non si terranno le elezioni presidenziali anticipate.

A governare il paese sarà un esecutivo di tecnici e di unità nazionale che dovrà anche dare indicazioni sugli emendamenti al testo costituzionale approvato nel dicembre scorso che è stato ora sospeso. Coadiuvato dalla Corte costituzionale, il governo dovrà anche occuparsi della legge elettorale necessaria per indire elezioni parlamentari.

Importante sarà anche il ruolo di una commissione di riconciliazione nazionale che cercherà di ridurre la polarizzazione esacerbata dagli avvenimenti degli ultimi mesi. Per evitare che in Egitto si instauri una dittatura della maggioranza simile a quella realizzata dagli islamisti.

Colpo soft
Mentre la stampa occidentale titola sul colpo di stato, quella locale – fatta eccezione per i giornali fedeli al presidente – non vi fa accenno, presentando la vicenda in maniera parzialmente diversa. “Messo da parte dalla legittimità popolare” scrive mercoledì lo storico Al-Ahram, il quotidiano governativo statale che stampa la prima pagina con i caratteri grafici dedicati alle giornate storiche. “È una rivoluzione, non un colpo di stato, Mr.Obama” sembra fare eco Al-Tahrir, la testata rivoluzionaria nata dopo la caduta di Hosni Mubarak.

Tecnicamente però un colpo di stato c’è stato, anche se anomalo. Non ha piazzato nessun militare al vertice del paese e si è compiuto a seguito di una campagna popolare di raccolte firma per la destituzione del presidente che ha avuto più di 20 milioni di adesioni.

Come da manuale però, i golpisti – che hanno probabilmente colto al volo l’opportunità di quest’ultima campagna per mettere al sicuro gli interessi anche di parte della vecchia leadership – hanno messo agli arresti il presidente e i suoi più fidi collaboratori. Subito dopo hanno tagliato la spina alle fonti di informazioni più vicine agli islamisti, accerchiando con i cingolati la piazza dove sono ancora riuniti i sostenitori della Fratellanza musulmana e del presidente Mursi.

Circondati dai militari, gli islamisti, abituati a 80 anni di resistenza tra clandestinità e giri di vite violenti, hanno iniziato a scandire slogan contro l’esercito, dando dei traditori agli elicotteri che continuano a sorvolare la loro piazza. In un discorso molto probabilmente preregistrato, Mursi afferma di essere “il presidente eletto” ed esorta i suoi a difendere la sua legittimità. Speculazioni a parte, sulle sue tracce vige però un silenzio di tomba. Eppure i suoi sostenitori continuano a ripetere il suo nome affiancando altre due parole: legittimità e martirio. “Saremo scudi umani” urla uno sheikh dal palco centrale.

Fallimento islamista
Nella notte tra martedì e mercoledì, nelle località di Kafr el-Sheikh e Marsa Matrouh scoppiano i primi scontri tra le fazioni opposte, facendo salire a una ventina i morti di questi ultimi giorni. Al Cairo la situazione è più calma. Nel centro della capitale e davanti all’Ittihadya, il palazzo presidenziale, la festa era iniziata già lunedì sera quando i militari avevano annunciato il loro ultimatum, segno evidente dell’imminenza della fine dell’alleanza tra islamisti ed esercito sponsorizzata dalla Casa Bianca.

Un popolo in festa celebra quello che i giornali chiamano il “successo della legittimità popolare rivoluzionaria”. Poco importa se questa va contro il verdetto delle elezioni democratiche che esattamente un anno fa avevano eletto Mursi successore di Mubarak.

Per l’Islam politico globale, il fallimento della Fratellanza musulmana – un movimento che anche quando è andato al potere ha continuato a ragionare come un attore clandestino – è una sconfitta che avrà importanti ripercussioni regionali.

Per Mohammed el-Baradei, ex segretario generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e leader dell’opposizione che ha partecipato alla stesura della Road map militare, quest’ultima mossa delle forze armate “rettifica il corso della rivoluzione” che stava deragliando nelle mani degli islamisti.

Resettando il sistema e cancellando parte degli errori commessi dall’opposizione, il golpe morbido dei militari egiziani offre ai movimenti civili l’ennesima opportunità di affermarsi. Questa volta però si riparte dai lasciti del vecchio regime. Quanti si rimettono in marcia, intraprendono un percorso sapendo che, qualora dovesse riuscire ad affermarsi, dovrà parte del suo successo alle onnipresenti forze armate.

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