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Asia

La Cina rallenta, i mercati applaudono

22 Lug 2013 - Andrea Renda - Andrea Renda

Il 15 luglio, la Cina ha diffuso i dati sulla crescita economica relativi al secondo trimestre 2013, riportando un rallentamento rispetto al già contenuto 7,7% del primo trimestre, fino a toccare un pressoché inedito 7,5%. È il dato più basso degli ultimi 23 anni per il colosso emergente dell’economia mondiale. Questi numeri avrebbero potuto preoccupare i mercati internazionali, in primis quelli asiatici. Eppure, al termine della giornata, la borsa di Shanghai segnava un rassicurante +1% (Shanghai Composite Index). Tutti gli altri mercati della regione mostravano un cauto ottimismo. Che cosa si cela dietro questa apparente contraddizione?

In linea con le aspettative
Come spesso accade, la reazione dei mercati è frutto di una combinazione di motivi tra loro separati, ancorché interconnessi. La prima e più importante ragione è che i dati diffusi sono coerenti con il trend degli ultimi semestri: dopo più di un decennio di crescita a doppia cifra, nel 2012 la Cina si è dovuta accontentare di un 7,8%. Il dato è pienamente compatibile con l’obiettivo di crescita fissato per il 2013 dal premier Li Keqiang, pari esattamente al 7,5%.

In altre parole, posto che il risultato è allineato con le aspettative, non si vede perché i mercati ne debbano subire un contraccolpo. Inoltre, è noto che la brusca frenata dell’economia mondiale e la crisi dei debiti sovrani in Europa si sono riverberati sull’economia cinese, le cui esuberanti esportazioni erano per il 20% destinate al vecchio continente fino al 2009. Oggi queste sono scese al 15%.

Pericolosa bolla edilizia
In questa storia c’è però qualcosa di più. Se è innegabile che nell’ultimo decennio la Cina ha segnato tassi di crescita impressionanti, è parimenti vero che tale crescita ha comportato una notevole pressione sul comparto dell’edilizia e del credito, alimentando una potenziale bolla edilizia che in molti consideravano preoccupante e – come peraltro spesso accade per la Cina – imminente.

Un collasso del settore edilizio, che rappresenta quasi un quarto dell’economia cinese, coinvolgerebbe il settore bancario. Questo costringerebbe le autorità cinesi a concentrarsi sull’economia nazionale distraendo fondi, tra l’altro, anche dall’acquisto di bond statunitensi, essenziali per il sostegno alla ripresa del colosso rivale.

Per tale motivo, i mercati internazionali sembrano assai più preoccupati dal fatto che i prezzi delle case siano aumentati a Shanghai del 273% in sette anni, piuttosto che del calo della crescita cinese. Evitare la bolla immobiliare cinese diviene allora cruciale per l’intera economia mondiale. Non importa se a farne le spese è la forsennata crescita del Pil del Dragone.

Prosperità confuciana
Sullo sfondo di questa vicenda, va inoltre compresa la nuova politica economica e monetaria inaugurata dal presidente Xi Jinping. Lungi dal farsi sedurre dalle effimere sirene di una politica monetaria iper-espansiva, Xi appare deciso a imprimere una svolta all’insegna della crescita moderata ma prolungata, possibilmente basata su una parziale conversione dell’economia dall’edilizia ai servizi, in modo da accompagnare l’emergere di una classe lavoratrice sempre più qualificata e di una classe media sempre più disposta a spendere. Il tutto tenendo d’occhio l’inflazione.

Politico esperto e rodato, Xi gode dell’orizzonte temporale e del consenso interno necessari a guardare all’economia con un’ottica di medio-lungo periodo. Per tale motivo, sembra intenzionato a spingere la Cina verso la prosperità che la tradizione millenaria del confucianesimo gli suggerisce. Ragion per cui, egli vede l’emergere delle città fantasma cinesi come un segnale di allarme, da contrastare fermamente. Pazienza se a farne le spese saranno quei paesi che contano sulla crescita cinese per soddisfare le loro esigenze di export.

La stessa Germania inizia a mostrare preoccupazione, proprio perché la crisi dei paesi del sud Europa genera un calo della domanda di prodotti tedeschi e anche di quelli cinesi. Un rallentamento della crescita cinese che può nuovamente colpire l’economia tedesca, ad esempio nel settore auto-motive.

Di qui l’apparente contraddizione tra il dato negativo e la reazione positiva. Per mercati internazionali scottati da anni di eccessivo entusiasmo, non è un cattivo segnale essersi accorti del fatto che la cautela e le larghe vedute in economia sono spesso ben più importanti della singola performance trimestrale, e che la velocità, come si suol dire, è nulla senza il controllo.

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